mercoledì, aprile 21, 2010

Marchionnespinoffsarebbeaddiì?

La vera sfida del giornalismo italiano di domani, mi dispiace, non è l'Ipad. Ve lo sognate. La vera sfida del giornalismo italiano è la lingua italiana, perché quelli che l'hanno imparata sul serio a scuola ormai sono troppo presbiti per comprare il giornale (leggono solo i titoli al bar) mentre le nuove generazioni, ciaooooooooo! fanno molta fatica ad alfabetizzarsi nella loro stessa lingua (uno potrebbe anche pensare, vabbè, in compenso imparano l'inglesAHAHAHAHAHAHAHAH. Scusate. Dicevo? Problemi ad alfabetizzAHAHAHAHAHAH. nO, scusate, veramentAHAHAHAHAHAHHHHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA).

La vera sfida del giornalismo italiano di domani è trovare una lingua (inglese no) un italiano semplificato, chiaro, duecento parole in tutto, con cui offrire informazioni a gente che legge poco perché non li hanno abituati da piccoli. Detto questo, ecco un frammento della nuova fiammante homepage della Repubblica.


Marchionne molti sanno chi è, ma sono i famosi presbiti che domani o dopodomani non vi compreranno più il giornale. Quelli che ve lo dovrebbero comprare domani non sanno chi è, e quindi un titolo così per loro non ha senso. In questo caso un tocco anglosassone non sarebbe infilare inglesismi a capocchia ("spin-off"), ma spiegare chi è Marchionne: i giornali anglosassoni spesso lo fanno. E quindi sostituire "Marchionne" con "Amministratore delegato della Fiat", e se lo trovate lungo e poco sexy, "Fiat". A questo punto chi è interessato legge sotto e scopre che la Fiat ha un amministratore delegato che si chiama Marchionne, che è una cosa che i giornalisti italiani danno per scontato, perché il loro problema non è mai stato spiegare le cose ai lettori.

Ma vediamo a spin-off. Io non so cosa vuol dire. Ok, io non sono forse il target ideale. Ho dei titoli accademici, pensa. E non so cosa vuol dire. Cioè, ho una mezza idea del significato in inglese. So anche che c'è un uso italiano un po' nerd del termine, che grosso modo viene preso in prestito per significare "serie tv o fumetto derivato da altra serie tv o fumetto di successo, incentrata su personaggi secondari della prima che diventano protagonisti della seconda". Insomma, se vi sono piaciute le Favolose Avventure di Fiat, non perdetevi il primo numero di Abarth lo Scorpioncino Tamarro.

Ricapitolando: un titolo che dice "Marchionne: spin-off" ha già perso in due parole centinaia di migliaia di lettori. Perché alla gente normale, vi do uno scoop, non piace leggere cose che non capisce. Si demoralizzano, insultano mentalmente la maestra delle elementari, la mamma che non li ha fatti intelligenti, alzano le spalle e pensano ad altro: voilà, un migliaio di lettori in meno. Quelli che resistono a "Marchionne" cadono con "spin-off". La sfida del giornalismo italiano è questo: scrivere titoli che non facciano scappare il 90% dei lettori alla terza parola.

Metti che abbiamo resistito. Metti che clicchiamo sulla notizia. Il nuovo titolo è:


New Deal del Gruppo Fiat
Spin off entro sei mesi



Non ho ancora capito cos'è uno spin off, ma in compenso ora mi mettono davanti il New Deal. Ve lo raccomando, il New Deal. Tutti sanno cos'è il New Deal, no? A scuola insegnano le tabelline, l'alfabeto e il New Deal. Cioè, se non lo sai, dai, leggere il giornale non è roba per te.

(Notate che bastava scrivere "Nuovo corso", o "svolta". Notate che il paragone con i piani keynesiani di Roosvelt non è che abbia molto senso, dal punto di vista storico, o economico, o qualunque).

Altri anglismi nell'articolo: 
  1. "restyiling" (si potrebbe anche passare, ma bisognerebbe trovare un termine italiano più chiaro).
  2. "il perseguimento del World Class Manufacturing" (eeeeeeeh? Devo andare su wiki?)
  3. "contract manufacturing" (un parente del signore di cui sopra).
  4. "C'è la partnership con Chrysler" (è Marchionne che parla, ma sai una cosa? Non m'interessa se Marchionne parla angloitaliano coi suoi sottoposti. Se vuoi farlo leggere a qualcun altro, se vuoi che qualcun altro se ne interessi, glielo devi tradurre. Anche partnership, sì, lo so che sembra chiaro, ma ci sono centinaia di persone che davanti a una parola di una lingua straniera semplicemente stornano gli occhi; ce ne sono altri che leggono e capiscono "nave dei fidanzati").
  5. Finale col botto (in cui i dieci lettori rimasti scoprono finalmente cos'è il famoso spin-off): "Nascono quindi due aziende separate, ognuna con la sua autonomia, anche se ovviamente rimarranno le sinergie a livello di acquisti, fornitori e world class manufacturing. Come dicevamo, per la Fiat è davvero il New Deal".
Come dicevamo, un italiano giornalistico così è morto. Puoi metterlo su internet, caricarlo sull'i-pad, proiettarlo in cielo, io fossi in voi me lo farei scolpire sulla tomba: se scrivete così tra vent'anni non vi leggerà nessuno. Già siamo in pochi oggi.

domenica, aprile 18, 2010

Non sono sempre i migliori che se ne vanno ma qualche volta sì

Carlos Franqui non è che l'abbia conosciuto ma in qualche modo mi sentivo in sintonia con lui. E poi ho sempre pensato che i rivoluzionari buoni si riconoscono dal fatto che dopo aver fatto la rivoluzione la criticano fino alla morte.

venerdì, aprile 16, 2010

Andate a vedere Perdona e Dimentica

Questa settimana, chi ne ha la possibilità (vivendo nei pressi di un cinema che lo programma: a Bologna il Chaplin) dovrebbe provarci. Non è senz'altro il film che gli risolleverà il morale, ma è un film di Solondz, e il modo in cui questo regista è sparito negli ultimi dieci anni dai nostri cinema fa spavento. Lui film continua a farne, eh. Il penultimo, Palindromes, è uno dei suoi più riusciti. Si è visto soltanto in DVD (e ci va grassa che hanno stampato il DVD).

Come dice Fedemc su Seconda Visione: Andate tutti in massa a vedere Perdona e Dimentica. È un dovere di tutti voi spettatori esigenti. È un obbligo che abbiamo tutti noi che ci lamentiamo delle carenze dei distributori italiani.

(Poi magari sarà brutto. Non lo so. Ma è possibile. Non tutte le ciambelle, eccetera. Nel caso siete autorizzati a menarmi).

Costantino della Gherardesca intervista Todd Solondz.

giovedì, aprile 15, 2010

Vertigini di Raimondo in Bianco e Nero

La gente della mia età, dovete capire, è nata cresciuta e maturata con Raimondo Vianello all'orizzonte. Statuario senza essere ingombrante, stava lì e non dava noia a nessuno; era parte del paesaggio; ed era sempre anziano. Pensare che sia stato bambino, ragazzo, che tra Salò e Badoglio abbia scelto Salò, che sia stato in prigione con Ezra Pound, sono cose che danno la vertigine. Lui era un uomo di mezza età che battibeccava con la moglie in tv; erano meno giovani dei nostri genitori, quindi erano vecchi.
A dir la verità una possibilità di vedere Vianello giovane l'avevamo anche noi, ed erano i vecchi film in bianco e nero con cui la Rai tappava ancora qualche buco di palinsesto. Erano farseschi e divertenti, ma a un certo punto non si sono visti più. Come è noto (ma non è mai stato chiaro il perché), l'innocuo sketch su Gronchi spezzò il duo Tognazzi-Vianello irreversibilmente; il primo scelse definitivamente il cinema, il secondo la tv. Tognazzi è diventato uno dei volti più importanti della Storia del cinema italiano, Vianello dopo le farse in bianco e nero è praticamente sparito dal grande schermo. È una cosa molto strana, perché era bravo e popolare. Ma era un po' pigro, e aveva fisime tutte sue: per esempio, apprendo che non fece Amici Miei perché non gli piacevano le scene di nudo.

Mi chiesero di lavorarci, ma io rifiutai. Perché? Mah... io non sono tanto amico delle comitive, dello spirito cameratesco delle comitive, e invece loro, Monicelli, Ugo, gli altri, mi dicevano: «Dai, vieni, abbiamo già prenotato le trattorie, facciamo delle mangiate indimenticabili...» e la prospettiva non mi sorrideva tanto. Un po' questo, un po' perché lessi la prima scena che dovevo fare, e, non che io sia tanto prude, ma dovevo essere nudo, con una donna nuda, e mi sembrava un po' troppo... insomma, dissi di no. Lo fece Del Prete, il personaggio, in un film Del Prete e negli altri Montagnani.

Tra i ricordi sbiaditissimi della tv in bianco e nero della mia infanzia, c'è uno di quei film tappabuco troppo assurdo per essere vero, in cui Hitler non è morto, ma si nasconde! E Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello indagano. Per molti anni mi sono chiesto se l'avevo visto veramente, o se me l'ero sognato. Questo prima che esistesse google. Quando hanno inventato google, me ne sono dimenticato. E oggi finalmente ho scoperto che esiste. Si chiama Le Olimpiadi dei mariti (1960), e, vi chiederete, cosa c'entrano le Olimpiadi di Roma con Hitler. Ovviamente nulla. La genesi del canovaccio delirante è trascritta qui.

Eravamo partiti con l'idea di fare una parodia della Dolce vita; e non era affatto una parodia facile o corriva, anzi, il copione di Scarnicci e Tarabusi era assai ben scritto; iniziava, come il film di Fellini, con il trasporto in elicottero di una grande statua... però quando Fellini seppe della parodia non gradì, e lo fece sapere al nostro produttore, che era in stretti rapporti di lavoro con i produttori di Fellini, e non ebbe altra scelta che abbandonare il progetto. Però la troupe era già scritturata, e mancavano pochi giorni all'inizio delle riprese. Che fare? Per fortuna, c'erano le Olimpiadi a Roma, e su questa felice coincidenza improvvisammo il film giorno per giorno. Ugo e io eravamo due giornalisti che vogliono darsi al bel tempo, e come scusa di copertura per le mogli s'inventano che a Roma c'è una cellula nazista sulla quale devono investigare. Naturalmente si scopre che la cellula c'è davvero. Francis Bianche, che aveva avuto un grande successo nel ruolo del comandante hitleriano in un film con la Bardot, rifece anche lì il nazista pazzo; poi, sempre in cerca di spunti per questo copione improvvisato, ci chiedemmo: «E adesso come si finisce?». Allora io dissi: «Facciamo che passa Hitler». Conoscevo un esule russo, persona assai civile, che per sbarcare il lunario rivendeva a un drugstore molto chic di via Veneto certi dolci russi che sapeva fare solo lui. L'esule era praticamente identico a Hitler: lo scritturammo e lo facemmo apparire. Era il surrealismo dei bisognosi...

Non so se ho voglia di rivederlo.

giovedì, aprile 08, 2010

Un genocidio non solo cattolico



Unrepentant (via Mazzetta) è, effettivamente, un documentario esplosivo; lo è in Italia, soprattutto, dove a che io sappia il genocidio canadese deve ancora conquistare le prime pagine. Però c'è una cosa importante che mi sembra nessuno stia notando: sul banco degli imputati ci sono le resident schools cristiane. Tutte le residential schools. Non soltanto i collegi cattolici. Il Ministro del culto che parla qui, Kevin Annet, apparteneva alla United Church of Canada; non alla Chiesa cattolica. Ratzinger con lui non c'entra niente.

Questo è importante per diversi motivi: ci dice che l'attitudine al genocidio in Canada non era una specifica della Chiesa cattolica; che si stupravano i minori e se ne occultavano gli aborti anche nelle resident schools protestanti (dove i ministri, ricordo, non hanno l'obbligo del celibato); che i "50mila bambini morti" non vanno tutti assegnati ai cattolici. Poi, son d'accordo, sarebbe grave anche se fossero 50. Anche se fosse uno solo. Ma mi sa che in Italia stiamo facendo la solita confusione tra cattolicesimo e cristianesimo (vedi ad esempio il Manifesto).

Se soltanto i cattolici avessero deciso di "uccidere il nativo nel bambino", la responsabilità sarebbe quasi in toto della gerarchia romana. Ma se il principio era condiviso con altre chiese, allora bisogna guardare anche al potere politico che queste chiese le ha lasciate lavorare per secoli in totale libertà.

venerdì, aprile 02, 2010

Il diavolo veste gessati assurdi

Mesi fa rimasi sconvolto da un articolo di Repubblica.it (ok, della colonnina morbosa) in cui Guy Ritchie diceva della sua ex Madonna cose assurde (mi possedeva su una poltrona stereo ascoltando il suo best of, roba del genere). Ovviamente Betty Moore aveva già annusato il fake: trattavasi di marchetta travestita da notizia. Però restava una cosa incredibile, voglio dire, scandalizziamoci per le interviste finte agli scrittori viventi, ma anche per le marchette del genere. Chi c'è dietro?

Lo scopro ieri leggendo Boroni . Un rapido sguardo alla sezione "Moda & Mode" dell'orribile sito (possibile che qualcuno lo possa scambiare per una fonte?) me lo conferma: anche la storiella di Madonna ninfomane su poltrona stereo Natuzzi è crusca del sacco di Sergio Mariotti, alias Klaus Davi. Un genio, nel suo ambito (purtroppo il suo ambito è il Male).

Stiamo parlando, ricordiamolo, del curatore dell'immagine di Piero Fassino quand'era segretario dei DS. Lo mandò da Maria De Filippi. Precedentemente aveva provato a lanciare in politica Flavia Vento.

martedì, marzo 30, 2010

Carpi, Modena, Emilia, Bulgaria

Questo è il mio paese. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio paese è il mio migliore amico, è la mia vita. Io debbo governarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio paese non è niente; senza il mio paese io sono niente. Debbo superare l'avversario, debbo fare propaganda meglio del mio nemico che cerca di superare me, debbo superare io prima che lui superi me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo. Il mio paese e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più bipolarismo ma solo pace. Amen.

Ma 'sta Lega, insomma, quando arriva

Si stupiscon tutti che cresca la Lega anche da noi. E insomma, son quindici anni che cresce. E' un po' come il discorso "gli operai votano lega!" Ma va? Io, dalle chiacchiere che sento in giro, dall'aria che respiro, mi aspetterei anche che fosse già al trenta, al quaranta. Ma questa manfrina per cui continuano a dire "Vedrai che passiamo il Po, arriviamo, espugniamo, vinciamo, vedrai, la prossima volta"... e poi pigliano il 14%, capirai.

Però nessuno li sfotte. Sono sempre i veri vincitori. I vincitori morali. Di lotta e di governo. Lottano una sega e si fanno governare dai clienti di Scapagnini. Boh, vabè. Pronti a versare altri 500 milioni ad Alemanno? Pronti? Votate per noi contro Roma Ladrona! Vabè.

Se poi vai a vedere i numeri generali, insomma: son sempre lì. Il dodici per cento nazionale. Sono i nuovi Socialisti, stan su le palle a tutti gli altri ma comandano, la fine sarà amarissima. Il Pd, per dire, è al 26. Anche il PdL, regione più regione meno. Poi c'è un partito di cartone, l'IdV che ha una pura funzione antiberlusconiana, e rusca su il 7% (coi grillini anche il 9%). Avete voglia a dire che con l'antiberlusconismo non si vince: un Pd che sapesse interpretare con serietà un sentimento antiberlusconiano che esiste, magari non vincerebbe, ma passerebbe la boa del 30%. Poi ci sono gli astenuti. Insomma, continuiamo a perdere, ma dopo ogni goal la palla è sempre al centro, si riparte, i leghisti non sono Highlander, Berlusconi si sta sgonfiando in tutta Italia; si tratta di intercettare un po' più di scontenti, e tra questi pure i viola, i grillini, i comunisti.

(Sempre ricordando che il campo di gioco è in salita).

lunedì, marzo 29, 2010

Caro astensionista di sinistra: THE FINAL ARGUMENT

Non voti? Bravo, neanche Christian Rocca.

Il cavaliere Errani

Inizialmente volevo scrivere una cover della terza uscita di Don Chisciotte, quella dove si ride un sacco perché tutti i nobili e i cortigiani che lo ospitano han già letto la prima parte e gli fanno una valanga di scherzi. Poi, però, ho pensato che non avevo una gran voglia di essere così impietoso nei confronti del Cavaliere dalla Triste Figura. Allora mi sono ricordato che c'è un passo di Miguel De Unamuno nel libro Vita di Don Chisciotte e Sancio Panza, che a pagina 188 dice così:
In questa terza ed ultima uscita di Don Chisciotte lo vedremo sprofondare negli abissi della sua saggezza, tanto che giungerà a scomparire in essi con la propria morte esemplare.
Poi stasera vedremo come va a finire. Secondo me ridiamo meno.

domenica, marzo 28, 2010

Scherzo senza fine

A volte ho la sensazione di vivere in Italia, sì, ma nell'anno del Pannolone per Adulti Depend. Diciamo che ci sono dei segni che mi fanno pensare che Infinite Jest si potrebbe ambientare adesso qui: a sud una Grande Concavità inquinata da cedere probabilmente a Gheddafi, a nord un regime di pulizia e di intrattenimento. Mancava forse il culte du train, eccolo qua:
Tredici ragazzini, tra i 14 e i 16 anni, hanno rischiato la vita sull'A7 Milano-Genova. Una gara d'audacia, una roulette russa interrotta in tempo dalla Polizia stradale che li ha bloccati dopo una rocambolesca fuga nei boschi.
Gli Assassini a Rotelle di domani. Tu lascia che s'impossessino della puntata di blob dello scorso 25 luglio, eccetera.

sabato, marzo 27, 2010

Ma le sinistre sognano rivoluzioni elettriche?

Meglio, forse, riaccendere la TV. Ma i TG, rivoltati e guidati dal governo, lo atterrivano. Lo informavano in un'interminabile sequela di modi diversi che lui, uno di sinistra, non era gradito. Non era di alcuna utilità, anzi: era pericoloso, quasi. Non poteva, nemmeno se l'avesse voluto, emigrare. E allora perché ascoltarli? si chiedeva irritato. Si impicchino loro e la loro egemonia culturale: spero che prima o poi scoppi una rivoluzione – dopo tutto, almeno in teoria, era possibile – e che si riducano come quelli di quasi un secolo fa. Se tutti quelli che sono emigrati potessero ritornare... È ora di attaccarsi a internet, disse tra sé, e attraversò il salotto portandosi presso il computer portatile.
Quando l'accese, il solito vago giro sui social network diceva #raiperunanotte ovunque; cliccò avidamente, già rincuorato. Poi lo streaming mostrò uno spettacolo, come imitasse una nota trasmissione televisiva; un collage andava componendosi, fatto di comici, suonatori stralunati, conduttori e commentatori. Così, respirando profondamente per calmarsi, allargò lo streaming a tutto schermo e si mise a guardare.
L'immagine si coagulò; vide subito un paesaggio ben noto, lo studio di Annozero riadattato per un palazzetto e tendente al rosso. Una figura solitaria, di forma più o meno umana, pronunciava parole di sfida e ogni tanto sorrideva sornione: un uomo anziano dai capelli in caduta libera gli offriva una ben misera protezione, come se fosse stato strappato dall'ostile paesaggio della televisione pubblica. L'uomo, Michele Santoro, continuava a presentare questo e quello, comici, suonatori stralunati, conduttori e commentatori.
Era passato da una realtà all'altra nel solito modo incomprensibile dei social network; l'accavallarsi di commenti, tag e link, accompagnato dall'identificazione culturale con la parte di Michele Santoro. Ed era accaduto lo stesso a chiunque stava connesso in quel momento, sia sulle TV locali che sullo streaming dei vari siti d'informazione, ma soprattutto su Twitter, Friendfeed, Facebook, Tumblr. Li sentiva in sé, gli altri, ne incorporava il fitto e confuso brusio di pensieri, sentiva nel proprio cervello il rumore delle loro innumerevoli esistenze individuali. A loro – e a lui – importava solo una cosa; questa fusione delle loro opinioni focalizzava la loro attenzione sulla protesta, sulla vittoria, sul bisogno d'una rivoluzione. Commento dopo commento si sviluppava, in modo talmente rapido da perdere il filo del discorso. Eppure c'era. Siamo di più, pensava, mentre twitter continuava a infiammarsi. Oggi siamo più di ieri, e domani... lui, la stressata figura di Michele Santoro, rideva sornione al turpiloquio grottesco di Luttazzi e ai dati dell'auditel e delle connessioni. Scrutava le possibilità di una rivolta. Impossibile distinguerne l'avvento. Troppo lontana. Ma sarebbe arrivata.
Quante volte l'aveva già fatto? Le svariate volte si confondevano; il futuro e il passato si confondevano: era successo anche con Sanremo, per la manifestazione del PdL e per quella stupida conferenza stampa. Dio, pensò, Come può considerarsi giusto tutto questo? Perché mi ritrovo sul divano tutto solo, perseguitato da un nemico che non riesco neanche a vedere? Ma poi, davanti a lui, il confuso brusio di tutti gli altri che si erano connessi in quel momento ruppe l'illusione di solitudine.


(liberamente tratto da, capitolo secondo. Continua, forse.)

giovedì, marzo 25, 2010

Riferimenti puramente casuali

La sera di venerdì 4 luglio 1862, il reverendo Charles Lutwidge Dodgson, lecturer e tutor di matematica al Christ Church College di Oxford, scrisse nel diario:

Atkinson ha portato da me le sue amiche, signora e signorina Peters, che ho fotografato e che poi hanno sfogliato il mio album e si sono fermate a pranzo. Poi sono andate al Museo e Duckworth e io abbiamo fatto una gita risalendo il fiume fino a Godstow con le tre Liddell: abbiamo preso il tè sulla riva e siamo tornati al Christ Church solo verso le otto e un quarto di sera, quando le abbiamo portate nelle mie stanze a vedere la mia collezione di fotografie, e le abbiamo accompagnate al decanato poco prima delle nove.

"Le tre Liddell" erano le figlie del decano di Christ Church, uno degli autori del famoso dizionario di greco Liddell & Scott. Si chiamavano Lorina Charlotte, Alice e Edith, soprannominata Matilda. Alice aveva dieci anni.

(da "Il Mondo delle Meraviglie" attuale ha bisogno di Alice, prefazione di Whystan Hugh Auden all'edizione del 1962 de Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie - su Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Al di là dello Specchio, Einaudi 2003, pag. III - grassetto mio)

mercoledì, marzo 24, 2010

Non c'è niente al mondo che abbia questo odore

"È buono vero? Senti com'è buono? le leggi che bruciano, le senti? Non c'è niente al mondo che abbia questo odore. Mi piace l'odore delle leggi dello Stato Italiano che bruciano al mattino. Una volta ne abbiamo bruciata qualcuna in più, il rogo arse per dodici ore, e poi siamo andati a vedere. Non c'era più neanche l'ombra di quegli sporchi cavilli. Ma quell'odore... sai quell'odore di carta? Tutto intorno. Profumava come... come di vittoria. Prima o poi lo faremo con la Costituzione. Un bel giorno questa guerra finirà."


(foto via
gravitazero)

martedì, marzo 23, 2010

domenica, marzo 21, 2010

I dubbi notturni

Per esempio, ma la Madonna, in Paolo Brosio, ci crede veramente? No, ma sul serio, come fa?

sabato, marzo 20, 2010

"siamo già oltre il milione"

Come no. Anch'io, per esempio, nel mio piccolo, in questo momento sono una dozzina di persone - facciamo una quindicina, vah. (Foto Metilparaben).

venerdì, marzo 19, 2010

indovina chi

[Questo pezzo è così stronzo e inutile che forse tra un po' lo tolgo anche da qui]. Ci stavo pensando in margine a quella farsa del capitolo farlocco di Petrolio: qualcuno deve pure averlo scritto, no? Ma chi? Insomma, non sono mica tanti in grado di fare una cosa del genere. Il colpevole dovrebbe essere:

a) Uno che sa scrivere, altrimenti pure Dell'Utri rischiava di accorgersene. (tlactlactlactlactlac).
b) Meglio se conoscitore di Pasolini - studiosi, curatori di edizioni, gente così (tlactlactlactlactlactlactlactlac)
c) Gente senza scrupoli, gente che ha bisogno di soldi per garantirsi stra-vizi senza i quali non riesce ad andare avanti (tlactlac).

Fine. Il gioco è finito. Chi è stato? Nessuno. Infatti il capitolo farlocco non esiste. Segue un'intercettazione immaginaria della telefonata di due persone che non esistono.

"Pronto professo', come va?".
"Pronto malavitoso con cui talvolta m'intrattengo: bene, devo dire bene, e tu?"
"'Nzomma. Sto qua che devo fa'... devo regala' quarcosa a un senatore e... lui è uno che je piacciono i libbri, ài presente".
"Libri, certo".
"Ma 'nfatti tu ne scrivi, no? Ecco, però a lui piace della robba un po' strana, come ha detto che si chiamano... gli nediti".
"Gli inediti".
"Ecco, appunto, cioè".
"Sono testi che nessuno ha mai pubblicato, perché magari lo scrittore è morto prima, e gli appunti sono stati rubati".
"Aaaah, ho capito, robba rubata, forte. Ma tu hai presente dove ne posso trova'?"
"No, mi dispiace, è un mondo che non frequento più".
"Se capisce, tu ormai frequenti solo i culturisti culattoni, no?"
"Ma no, quella è una finzione romanzesca, io in realtà..."
"Come no professò, come no, lo sanno tutti che lei c'ha sta fissa romanzesca che non la lascia dormi'. Comunque sa quel che ho pensato? Che lei è uno scrittore, pure bravo me dicono, quindi un coso, un inedito me lo potrebbe scrivere lei, no?".
"Non credo che al tuo senatore interesserebbe un mio inedito".
"No, se c'è scritto sopra il tuo nome. Ma il nome di uno scrittore importante... senza offesa, eh, professo'..."
"Ah, tu dici un falso. No, mi dispiace, non posso scrivere inediti falsi, sarebbe contro la mia deontologia professionale".
"Facciamo ventimila per venerdì?"
"Venerdì, ottimo".

Know Your Rights

Lavoro in una fabbrica di mille persone provenienti un po' da tutta la penisola, anche dal Molise, se esiste: un buon campione per fare dei sondaggi sotto elezioni. In periodi come questo mi prodigo in analisi e osservazioni attente: nelle pause operaie della produzione, alle macchinette del caffé affollate d'impiegati con le occhiaie, fra i drappelli di fumatori ai posacenere esterni, fin su nella palazzina direzionale, ogni tanto.

Ho una teoria (sì, come fa Leonardo): otto italiani su dieci credono che non votando per N volte (tipicamente tre) si perda il diritto al voto. Non solo, pensano che il futuro sia compromesso, che non potranno mai più ricoprire cariche pubbliche e che una loro immaginaria fedina elettorale rimanga sporca per sempre.

Poi provo a spiegarglielo, provo a convincerli che non è vero niente. Due o tre degli otto su dieci mi dicono Grazie, mi hai aperto gli occhi, non vado a votare. Altri due o tre rispondono Ok, ma non votare è una brutta cosa. I restanti non mi credono, quando possono mi evitano. Questa è gente che non si fida nemmeno di Yahoo! Answers.

giovedì, marzo 18, 2010

Rataplan! Tambur io sento

"Sono proprio le parole giuste. Ecco fatto. Ora sapete tutto. Sapete come si può ridurre un uomo costretto dall'opposizione alle corde. Io guardo ancora dal finestrone, giù verso via Teulada, ma c'è più speranza per questa televisione pubblica? Una cosa è sicura, e io voglio che lo sappiano, tutti i santori e i travagli e le dandini. Il tg che distrusse i loro piani e le loro satire l'ho lasciato a Minzolini. Ma il vecchio Fede che mi fu compagno nelle campagne elettorali l'ho con me, nascosto. Se mandano qua un altro loro aguzzino, io sono pronto ad aprire il fuoco."

(liberamente tratto dal finale di. Oggi, peraltro, iniziano le cinque giornate)

domenica, marzo 14, 2010

Gerontocrazy

Ne ho visti dieci secondi scarsi, in ogni caso ritengo che la fiction su/con Sofia Loren di Rai1 sia uno dei più grandi furti della Storia della Rai, e ho detto tutto. No, dirò ancora qualcosa. Nei dieci secondi che ho visto c'era Sofia Loren, com'è oggi, che interpretava sua madre, negli anni Cinquanta; e c'era Paolantoni che sbavava per lei. Paolantoni che sbava per una settantenne-e-qualcosa in prima serata, senza bollino rosso, senza Gialappa, con un chroma key che faceva i brividi per quanto era fatto male, no, aspetta, forse era un brivido di nostalgia per il chroma key di Ralph Supermegamaxieroe.

sabato, marzo 13, 2010

Non hanno mai giocato alla lippa!

è preoccupante che i bambini della “nuova Brianza” conoscano come si declinino parole del gergo sportivo pakistano, e magari non sappiano il significato di papurott o non abbiano mai giocato alla lippa.

Altroché se è preoccupante, qui ci stiamo giocando le postazioni migliori al prossimo mondiale di lippa, che si terrà, ahem, immagino si terrà da qualche parte tra la nuova Brianza e le ex colonie brianzole d'oltremare (è lo sport più diffuso nel Commonwealth brianzolo).

Se siete curiosi c'è anche la voce di Wiki, anche se non è tanto comprensibile (probabilmente è stata sabotata dai malvagi paki che cospirano contro lanostracultura). Sul finale l'estensore dell'articolo si lascia sfuggire un dettaglio illuminante:
Maledetti pakistani.

venerdì, marzo 12, 2010

Ecce Labor

Michele al telefono con una collega è indeciso se andare o no allo sciopero della CGIL contro la crisi:

- No veramente non... non mi va. Ho anche un mezzo lavoro in sospeso e una riunione. Senti, ma che tipo di sciopero è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi e io sto buttato in un angolo... no. Ah no, a tenere lo striscione non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo? Qua l'azienda è nella cassa integrazione, ma oggi non tocca a me. Mi si nota di più se vengo e faccio risparmiare alla ditta le mie otto ore o se non vengo per niente e mi faccio pagare? Vengo. Vengo e mi metto in fondo al corteo, così, con le mani in tasca, zitto, guardo anche da un'altra parte. Voi mi fate "Michele vieni davanti a tenere lo striscione con noi, dai" e io "andate, andate, son qui in fondo, vi seguo". Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo.

mercoledì, marzo 10, 2010

No, wait, WHAT'S THIS?


(Mi sveglio alle 6 che siamo in Siberia. Spalo il terrazzo. Spalo i marciapiedi. Mi reco nella locale scuola. Apprendo da un cartello squagliato che essa è chiusa d'ufficio. Torno nella mia dacia di Varykino. Vado su internet, miracolosamente in funzione. Apprendo di essere stato linkato dal New York Times. Non ci credo tanto, in ogni caso screenshot).

lunedì, marzo 08, 2010

Firme morte

“Permetta una richiesta...” proferì il rappresentante del piccolo Movimento per i Laziali con una voce nella quale risuonava un certo strano, o quasi strano, tono, e subito dopo, non si sa perché, si guardò dietro le spalle. Anche il rappresentante del grande Partito di Destra, non si sa perché, si guardò dietro le spalle. “Da quanto tempo lei si è degnato di consegnare le liste elettorali?”
“Se devo dirle la verità, non le ho ancora consegnate. Siamo un po' in ritardo, ma son cavilli che si risolvono.”
“E dal tempo che ha finito di raccogliere le firme, ne son morti molti dei suoi sostenitori?”
“Non posso saperlo; questa cosa, credo, si deve chiedere al segretario. Ehi tu!” disse rivolgendosi a un portaborse, “chiama il segretario, dovrebbe essere qui, oggi.”
Comparve il segretario. Era un uomo sui cinquant'anni, che si radeva la barba, portava una finanziera e, apparentemente, conduceva una vita molto tranquilla, perché il suo viso aveva in sé una certa grassa pienezza, e il colore giallo della pelle e gli occhi piccoli dimostravano che sapeva fin troppo bene cosa fossero i piumini e i materassi. Si poteva vedere subito che egli aveva condotto la propria vita come la conducono tutti i segretari dei partiti della destra; era stato prima un semplice impreditore che sapeva far bene di conto nella sua azienda, poi aveva frequentato qualche Patrizia-la-escort, la favorita dei signori, era diventato un funzionario di partito e poi segretario. E diventato segretario si era comportato, si intende, come tutti i segretari: si trovava e stava benone con quelli che erano più ricchi, rendeva la vita difficile ai più poveri; dopo essersi svegliato tra le dieci e le undici del mattino, aspettava l'inserviente con i giornali e il caffè.
“Ascolta carissimo! Quanti sostenitori ci son morti, da che abbiamo raccolto le firme per le liste elettorali?”
“Come quanti? Non ne ho idea, qualcuno sarà morto, da allora,” disse il segretario, e mentre lo diceva singultò, e si coprì un po' la bocca con la mano, come un piccolo scudo.
“Già, è vero, anch'io pensavo che fosse così,” lo sostenne il rappresentante del Partito di Destra, “cioè, qualcuno sarà morto!” E si girò verso il rappresentante del Movimento per i Laziali.
“Cioè, quanti, per esempio, in cifra?” chiese il rappresentante del Movimento per i Laziali.
“Già, quanti in cifra?” lo sostenne il rappresentante del Partito di Destra.
“E come si fa a dire una cifra. Non si sa mica, quanti ne morivano, nessuno li conta.”
“Già, proprio,” disse il rappresentante del Partito di Destra rivolgendosi al rappresentate del Movimento per i Laziali, “Anch'io lo supponevo, qualcuno sarà morto; del tutto sconosciuto, il numero di morti. Ne saran morti.”
“Tu, prego, contali,” disse il rappresentante del Movimento per i Laziali al segretario, “e fa' un elenco dettagliato con i nomi tutti.”
“Sì, con i nomi tutti,” disse il rappresentante del Partito di Destra.
Il segretario disse “Sissignore!”, e se ne andò.
“E che per ragione le serve?” chiese il rappresentante del Partito di Destra dopo l'uscita del segretario.
Questa domanda, sembra, mise in difficoltà l'ospite, sul suo volto apparve un'espressione, come se stesse facendo uno sforzo, che lo fece perfino arrossire, lo sforzo di esprimere qualcosa che è difficile rendere a parole.
“Lei mi chiede per che ragione. La ragione è questa: la mia è una lista piccola, vorrei comprare dei sostenitori...” disse il rappresentante del Movimento per i Laziali, e si interruppe e non finì la frase.
“Ma mi permetta di chiederle,” disse il rappresentante del Partito di Destra, “come li vuole comprare, dei sostenitori?”
“No, io non è che vorrei proprio dei sostenitori,” disse il rappresentante del Movimento per i Laziali, “io vorrei comprare i morti...”
“Cosa? Scusi?... sono un po' duro d'orecchi, ho sentito una parola stranissima.”
“Io pensavo di comprare dei morti, i quali, tuttavia, risultino dalla raccolta firme come vivi,” disse il rappresentante del Movimento per i Laziali.
[...]
Il rappresentante del Partito di Destra, fatto con la testa qualche movimento, guardò in faccia il rappresentante del Movimento per i Laziali molto significativamente, esibendo in tutti i tratti del suo volto e nelle labbra contratte un'espressione così profonda e quasi littoria che, forse, non era mai stata vista su un volto umano, con la sola eccezione di qualche ministro molto intelligente, un Letta nel momento in cui affrontava una questione molto complicata.
Ma il rappresentante del Movimento per i Laziali disse semplicemente che una simile impresa, o affare, in nessun modo sarebbe stato in disaccordo con le disposizioni statali e con gli interessi futuri della Regione Lazio e della coalizione nel Consiglio Regionale, e qualche istante dopo aggiuse che l'erario avrebbe potuto perfino trarre dei profitti, dal momento che avrebbe ricevuto qualche tassa, sicuramente qualcuna c'era, per legge.
“Allora lei crede...”
“Io credo che sia una cosa buona.”
“Ma, se è una cosa buona, è un'altra faccenda: non ho nessuna obiezione,” disse il rappresentante del grande Partito di Destra, e si tranquillizzò del tutto.
“Adesso bisogna solo mettersi d'accordo sul prezzo,” disse il rappresentante del piccolo Movimento per i Laziali
[...]


(liberamente tratto da qui. Continua molto meno liberamente qui.)

L'infetto

(L'immagine da Pocodopoknef).

Alcuni colleghi più *anziani* (ehi, colleghi, sto scherzando, nessuno di voi è anziano) mi danno del miracolato, perché loro ci hanno messo 20 anni per diventare di ruolo; io assai meno. Sì, ho avuto le mie fortune, le mie finestre favorevoli. E ho avuto anche pomeriggi orribili, come quando in sindacato mi dissero Guarda che ti hanno depennato dalla graduatoria perché non hai messo una crocetta a pagina 34365 della domanda. E io: Ma sì che ce l'ho messa, figuratevi, altrimenti perché avrei compilato la domanda? E loro: ne sei sicuro? Sicuro sicuro? E io: oddio, vi prego, sto per andare ad abitare con una che pensa che sono una persona normale che sa mettere le crocette, tutto questo non può succedere veramente a me, vi prego, alterate il continuum spaziotemporale, fate qualcosa.

Imprecai, supplicai, piansi. E loro mi dissero fa' così: va' in Provveditorato e impreca, supplica, piangi, e scrivi una letterina di scuse. Portati anche la vasellina... no, scherzo, ma se mi avessero detto di portarla l'avrei portata, perché era la mia vita e non potevo permettere che prendesse una direzione solo perché mi ero scordato (forse) una crocetta.

Vi leggo in questi giorni tutti molto scrupolosi della legge, tutti ossequiosi compilatori di impeccabili modelli unici, tutti pagatori di multe senza fiatare, tutti fatturatori infaticabili. Vi approvo, vi stimo, e internamente mi rodo. Io non sono tra voi. Il morbo dell'italianità mi ha contagiato, io sto tra i miracolati. Non ho corrotto nessuno, penso: ma avrei potuto farlo, magari un giorno lo farò (alla prossima crocetta). La vostra crociata contro il regime del Vizio di Forma è cosa buona e giusta, perdonatemi se vi seguo a distanza.

giovedì, marzo 04, 2010

Le regole, ehm, andrebbero rispettatine

Naturalmente ne so nulla: però la timidezza degli esponenti del Pd, sia a livello nazionale che locale, nei confronti di una controparte che sta semplicemente chiedendo di non rispettare le regole, mi dà da pensare.
E l'unica cosa che mi viene in mente - sarò prevenuto - è che al Pd non hanno la coscienza del tutto pulita. A parte il discorso dell'ineleggibilità di Errani in Emilia (è una vera spada di Damocle, se a quelli del PdL sono in vena di ritorsione dopo le elezioni fanno ricorso ed avrebbero anche possibilità di vincerlo), io non ci metterei la mano sul fuoco che l'autentica sulle firme raccolte dal PD porti ovunque una data successiva a quella in cui sono state chiuse le liste (che è la questione sollevata dai Radicali sulle firme di Formigoni, se ho capito bene). Questo spiegherebbe il profilo basso.

Poi mi rendo conto che la battaglia sulla legalità è sacrosanta: ma capisco che Penati di fronte alla prospettiva di governare per cinque anni con una vittoria a tavolino (senza cioè una autentica investitura popolare) si senta un po' a disagio. (La Bonino no: la Bonino dell'investitura popolare se ne frega allegramente, è di una scuola che ha sempre concepito la politica come tattica di regolamenti e non come strategia di conquista del consenso, e questo è uno dei suoi tanti capolavori. Onore al merito, però io son di un'altra scuola).

Ma frocio no

Puoi rubare, drogarti, mentire, uccidere, far parte della criminalità organizzata, partecipare a un regime sanguinario che fa strage dei tuoi concittadini e anche andare a puttane mescolandole con la cocaina, [...] ma frocio proprio no.

Aggiornamenti sulla mia idea di Inferno

Anche ascoltare Simona Ventura che non tace per tre ore di seguito, colla sua vocina non proprio esattamente melodiosa, mi sembra un supplizio degno dell'oltremondo.
(Il fatto che ci sia gente che si presta volontariamente a questa tortura per rilassarsi, target medio-colto, è cosa che mi stupisce senza fine).

mercoledì, marzo 03, 2010

Il senso di Dell'Utri per la sòla

Uno dei misteri più intriganti degli ultimi giorni è: ma dove l'ha trovato Dell'Utri un inedito di Pasolini? E' intrigante soprattutto se non seguite Dell'Utri. Perché se avete un po' di familiarità col tipo, conoscete benissimo il difetto che lo rende umano: laddove altri omologhi spendono e spandono per le femmine, Dell'Utri è un bibliofilo. Spende e spande per rettangoli di carta rilegati su un lato. Un vizio più di nicchia.
E quindi dove l'avrà trovato Dell'Utri un inedito di Pasolini? L'avrà comprato. E' quel tipo di persona a cui chiunque, trovandosi in possesso di un inedito di Pasolini, farebbe riferimento. Perché tra i bibliofili c'è chi ha fiuto per i pezzi unici. Dell'Utri non è tra questi. Ci sono anche quelli che si fanno rifilare qualsiasi sòla. Dell'Utri è più probabilmente tra questi. Se vi rammentate l'episodio dei diari di Mussolini... no? Ah, memorie corte.
In breve: c'erano in giro queste agendine attribuite a Mussolini. Avevano provato a rifilarle a tutti: Feltrinelli, Panorama, L'Espresso, e chissà quanti altri. Sapevano di sòla da un miglio. Chiunque sarebbe felice di trovare diari inediti di Mussolini (finalmente materiale nuovo per le dispense in edicola), però quando il grafologo ti dice no, lo storico ti dice no, il linguista ti dice no, insomma, alla fine è no. Puoi credere a tutto, ma non a un Mussolini che fa errori di quinta elementare: un ex-insegnante che prima di tutto era un instancabile giornalista divenuto poi, per una serie di complesse circostanze, dittatore di un popolo analfabeta (gli scherzi del destino). Magari ti sforzi un po' e riesci a credere a un patito di Nietzsche che sbaglia a scrivere il nome di Nietzsche, però poi sbaglia anche a scrivere la data di nascita di sé stesso, insomma. E poi è plausibile scrivere tutte quelle pagine di diario senza introdurre un solo dato che gli storici non conoscessero già, neanche il cognome di un'amante inedita di Ciano, niente di niente, solo che gli dispiace tanto per i poveri Ebrei (uno che si sta facendo in quattro per mandare avanti le leggi razziali)? Così alla fine nessuno si sentiva di comprarle, 'ste agendine. 
Poi un giorno arriva Marcello Dell'Utri, con una specie di scritta in sovraimpressione COMPRO QVALSIASI SOLA A QVALSIASI PREZZO, e fa lo scoop.
La cosa fantastica è che ci crede ancora: ogni tanto qualcuno ritira fuori la storia e lui conferma: li sto rileggendo, penso proprio che siano autentici, ne esce fuori un Mussolini molto umano. Va bene. A questo punto mettetevi nella testa di un falsario d'Italia: uno che piazzando una roba del genere ci campa per degli anni. E volete che non ci provi? Non bisogna nemmeno sforzarsi. Qual è lo scrittore più chiacchierato del Novecento? Ha scritto incompiuti? C'è da qualche parte un riferimento a un capitolo mancante? Benissimo. Che macchina da scrivere usava? Con un po' di fortuna è ancora in commercio. La carta si trova. Addirittura si sa già cosa doveva contenere il capitolo: scottanti retroscena su Mattei. Capite: Mattei morto ammazzato in circostanze misteriose, Pasolini pure, prime pagine assicurate, Dell'Utri compra sicuro. Ti piace vincere facile? Vendi un falso Pasolini a Marcello Dell'Utri.
Poi da qualche parte magari quel capitolo c'è. Ma che a Dell'Utri possano avere venduto l'originale... a Dell'Utri si rifilano le sòle, per definizione. E' l'equivalente bibliofilo di andare a donne e ritrovarsi a trans. Senza riuscire ad ammettere che ti ci ritrovi perché è esattamente quello che cercavi, ti piace più il finto del vero, hai il gusto della sòla, e che male c'è? Piace a tutti. Si chiama fiction. (Massimo rispetto allo scrittore che ha buttato giù un capitolo finto di Petrolio, non vedo l'ora di leggerlo; spero che oltre Dell'Utri prenda in giro anche Pasolini, che la prima lettera di ogni paragrafo componga la scritta F O R Z A   C A L V I N O, cose del genere). 

Statte bboni, ahò, sarete assimilati

Ogni resistenza è inutile. A questo punto io seriamente mi preoccupo perché nel mio condominio nessuno vuole fare l'amministratore, e se va avanti così per un'altra settimana, mi sa che anche quel posto se lo prende Maurizio Costanzo. Con la sua verve, il suo entusiasmo, il suo intendersi di normative condominiali così come di cultura giovanile come di cultura tout court.

Che poi ve la immaginate, una riunione di condominio che oltre a essere una riunione di condominio è pure presentata da Maurizio Costanzo? La prefigurazione dell'inferno

Ribadire aiuta


(Da Ohshhh! Segnalazione un po' intempestiva, mi rendo conto, è che mi manca il buon vecchio Cragno, Cragno dove sei? Tu sì che eri sempre sul pezzo).

lunedì, marzo 01, 2010

Improvvisa sensazione come di appartenenza

Un partito cialtrone, un partito di cioccapiatti talmente cialtroni che non riescono neanche a presentare le liste in tempo, un partito così, dopotutto, un po' mi rappresenta.

Cioè, votarlo ancora no, ma se c'è un fanclub contatemi.

(Catastrofe sul pezzo).

domenica, febbraio 28, 2010

Thank you for flying

Dopo neanche mezz'ora ho cominciato a pensare che in realtà Tra le nuvole io lo avessi già visto. Una specie. E in effetti, ragionandoci, se prendi Volevo solo dormirle addosso e lo fai girare al regista di Thank You For Smoking, il risultato è Tra le nuvole. Con Clooney al posto di Pasotti, che mi sembra un bel guadagno - però mi è sembrato un po' più legnoso del solito George, più prevedibile nelle sue 2 o 3 smorfiette, saranno tutti quegli spot sul caffè, l'effetto Manfredi, boh.

Ma soprattutto è il paragone con Thank you che lo schianta. Perché è un bel film, sofferente, non banale, d'accordo, sì, ma io continuavo a pensare alle omologhe sequenze di Thank you e a pensare quanto erano più briose, più originali, sgarzoline. A partire dai titoli. Vi sono piaciuti i titoli? Beh, quelli di Thank you erano molto meglio. Guardate un po'.



Stavo quasi per tirare giù il testo (Pump! Pump! Pump! While you smoke yourself to death).
In entrambi i film c'è un personaggio simpatico che fa una professione orribile. Ma la professione del protagonista di Thank You è, se possibile, più orribile (racconta bugie per Big Tobacco), e il suo entusiasmo è molto più smaccato. Insomma, i colori sono più vividi, c'è più gusto per il grottesco, che evidentemente è la tonalità che preferisco.

Prendi il momento motivazionale. In entrambi i film c'è una scena in cui il protagonista in pochi minuti deve convincere una persona a fare un gesto che lui stesso non condivide. Clooney scapolo alato che convince il cognato a sposarsi non è male. Ma Aaron Eckhart che manipola Marlboro Man è in un'altra categoria.

Anche nel finale (spoiler) entrambi tornano alla situazione iniziale. Ma il finale di Nuvole mi è sembrato un po' meccanico, mentre quello di Thank You mi sembrava la conclusione ideale a tutto il film. Insomma, qui abbiamo un regista che ha i numeri, e che per piacere a un pubblico più vasto (e magari portarsi a casa un Oscar) rinuncia a tutte le trovate più eclatanti, per mantenere il film in un'aurea mediocritas che dopo un po', secondo me, stanca. Sì, è un film un po' stanco secondo me. C'è di buono che esci dalla sala ringraziando il Dio che ti ha fatto impiegato statale.

Povere piccole olimpiche

Per queste olimpiadi ha cominciato a prendere piede una nuova giustificazione, ovviamente utilizzabile solo per le gare femminili: le nostre le prendono perché sono donne. Non bisogna lasciarsi ingannare dal fatto che anche le loro avversarie in apparenza sono donne: in realtà sono mostruosi automi privi di emozioni e di affetti. Le nostre invece sono innanzitutto mamme, fidanzate, organismi traboccanti di femminilità fragile e sognante.

mercoledì, febbraio 24, 2010

L'Italia in quanto bambola gonfiabile

Che poi io sarei uno vivi e lascia vivere, cioè, perché dovrei avercela pure con quelli che amano l'Italia? La trovo una passione come un'altra, rispettabile come un'altra, nel suo genere anche abbastanza spassosa.
Alcuni li ho anche studiati, mi appassionava questo fatto che a un certo punto della loro vita avessero deciso di innamorarsi di un'estensione territoriale lunga approssimativamente milleduecento chilometri, si capisce che dietro c'è un enorme bisogno di effetto che nessuna provincia, nessuna regione (per quanto autonoma a Statuto Speciale) potrà mai colmare. Devi proprio amare una nazione tutta intera.
Prendi Marinetti per esempio - un esempio a caso, eh, si sa che io pesco sempre da una cornucopia di esempi - lui semplicemente l'Italia da bambino non l'aveva mai vista: quindi l'amava. I provenzali avevano un'espressione, credo si dicesse amor de lonh (speriamo che non ci siano filologi romanzi su friendfeed). In seguito la cosa diventa pesante, FTM scrive lettere compromettenti che lo portano a combattere una guerra allucinante per quattro anni nel fango delle trincee e poi nel piombo delle autoblindo e tutto questo per spostare la frontiera di qualche centinaia di chilometri alla propria amata; milioni di morti per un'operazioncina di chirurgia estetica, ed è così che nel fuoco e nel piombo dell'offensiva finale Marinetti se la sogna proprio quest'Italiona mora e procace, sbattuta a fondo sul fondo della sua autoblindo, nel capitolo saliente dell'Alcova di Acciaio che se vi piace il genere è un romanzo quasi divertente. 
Emanuele Filiberto non m'ispira la stessa simpatia: non ha fatto guerre (in effetti non ha fatto molto in generale), però sempre di amor di lonh si trattava: qualcuno ha fatto una riga per terra e ha detto "Qui non puoi passare per colpa di tuo bisnonno". Son cose che da bambino ti segnano, è chiaro che qualsiasi contadinotta coi baffi diventa nella lontananza una bella moracciona procace da portarsi il pianista e il tenore sotto la finestra a far la serenata.
Questi innamorati dell'Italia si fa sempre fatica a farli razionalizzare, l'amore, si sa. Cioè, cosa vuol dire che la ami tutta? In che modo ami il Ticino solo fino a Como, da Chiasso in su non l'ami più? Ti diranno che amano la sua cultura. Cioè? Ma se l'avrai sentita chiacchierare due volte al bar (parlava del Grande Fratello Dieci). Ami la sua religione. Ma va là. La sua religione. No no, tu ami i suoi riccoli. La sua supponenza. Quando le dicono di non costruire condomini sulle faglie e lei lo fa perché Nessuno Deve Dirmi Cosa Non Posso Fare. Quei giorni in cui scopre uno scandalo, pianta un casino enorme e dopo mezz'ora non si ricorda nemmeno il perché. Quando frana a valle per due giorni di pioggerellina. La ami perché non fa che accompagnarsi con dei perfetti stronzi. Perché ogni chilometro quadro del suo corpo geologico urla Qualcuno Mi Protegga Da Me Stessa, e questo ti fa sentire così superman. Così principe. Così duce.
Questi che amano l'Italia io me li immagino sempre un po' come il San Francesco della Cavani, Mikey Rourke in fase mistica che si abbrancola eroticamente a un crocefisso, ecco, me li immagino mentre si strusciano contro la cartina politica Italia 1:100 000 (quella fisica no, sarebbe pornografia). Più o meno la zona baci è tra Milano e Venezia; lo sfregamento pelvico avviene tra casertano e avellinese (i campi Flegrei zona erogena?) e molto spesso sulla penisola salentina hanno allungato una mano mascalzona. Ci si potrebbe fare una bambola gonfiabile, anzi sarebbe proprio il caso di farla. Magari ci risparmieremmo qualche duce ogni tanto. Qualche guerra ogni tanto. Anche solo qualche canzone ogni tanto.
(Inutile che mi segnaliate refusi. Purtroppo Blogger ha problemi, si lascia scrivere ma non correggere).

123 prova

(Sto cercando di sbloccare tutto quanto)

lunedì, febbraio 22, 2010

Istevene Maravilia

Puoi essere bravo, o bello, o principe, ma quando si tratta di Giudizio Popolare Sanremese mi pare che ci siano alcuni fattori che fanno semplicemente la differenza. Per esempio, una volta essere ciechi era il massimo. Ultimamente funziona molto la sardegnità (forse perché il televoto ha un risvolto etnico, che ne so). E quindi in generale direi che il Vincitore di Sanremo Perfetto è un sardo cieco. Quindi, amici sardi, se tra le vostre conoscenze c'è un cieco un po' (appena un po') intonato, sapete cosa dovete fare (e io non vi ho detto niente).

giovedì, febbraio 18, 2010

Vedi gli irringraziamenti

Unacknowledgements: This work is ostensibly supported by the the Italian Ministry of University and Research under the FIRB program, project RBIN047MH9-000. The Ministry however has not paid its dues and it is not known whether it will ever do. (Via Asphalto, retroscena accademici internazionali e foto di donne nude in un solo pratico sito).

domenica, febbraio 14, 2010

Il Paesone Rifatto

Forse non lo avete capito, forse lo avete capito benissimo e la cosa vi lascia indifferenti, ma questi sono giorni che vivranno nell'infamia per la moda italiana, e per quella città (Milano) che ci prova da secoli a fare la capitale, e ogni volta non fa che dimostrare il suo status internazionale di Paesone Rifatto.

In breve: quell'Icona Internazionale della Moda che è Anna Wintour (non in base alle cifre che movimenta, ma semplicemente perché le hanno fatto un film e da allora tutte le sciampiste sanno più o meno chi è Anna Wintour) a venire a Milano si rompe. Perfettamente comprensibile, eh? Milano trasuda così tanta simpatia che persino l'aeroporto lo hanno messo in un'altra provincia.

Ci sarebbe il piccolo problema che a Milano, due volte l'anno, ci sono le sfilate. E che Anna Wintour, ancorché promossa a deità delle sciampiste di tutto il mondo, rimane in soldoni una giornalista di moda. Quindi se non vuole venire a Milano sarebbero problemi unicamente suoi. Immaginatevi un giornalista sportivo che non vuole andare alle invernali di Vancouver perché fa freddo. No, peggio: immaginatevi un giornalista sportivo che siccome a Vancouver fa freddo, comincia a telefonare a tutti gli atleti e in breve li convince a spostare le olimpiadi di qualche giorno. Perché Anna Wintour, dea dello sciampismo, è riuscita in questo miracolo: quest'anno la Settimana della Moda di Milano durerà tre giorni, così Anna Wintour non si annoia.

Rifletteteci bene, perché qui siamo di fronte a una rivoluzione copernicana: fino a qualche anno fa le sfilate si facevano per mostrare i vestiti, e i giornalisti importanti (se volevano continuare a essere importanti) accorrevano da tutto il mondo. Adesso la sfilata la fanno per mostrare alle sciampiste che in prima fila hanno la giornalista Anna Wintour, quella del DiavoloVestePrada. I vestiti, poi, cosa vuoi mai, i vestiti sono il meno: alle sciampiste vendi i profumi, una magliettina, magari un paio di mutande, i vestiti a questo punto proporrei di lasciarli perdere: fate sfilare direttamente Anna Wintour, magari vestita esattamente come il suo alter ego nel DiavoloVestePrada, sennò qualche sciampista potrebbe anche non riconoscerla.

Naturalmente non tutti i protagonisti del prêt-à-porter italiano partecipano a questo harakiri collettivo con lo stesso entusiasmo. Della Valle, per esempio, ha detto che è una vergogna, che a Parigi non sarebbe mai successo, ecc. ecc.. Ha perfettamente ragione, ma bisogna dire che lui non sfila. Venerdì invece si è espresso Giorgio Armani, e la sua dichiarazione merita di essere letta per intero, perché è finalmente una fiera difesa dell'orgoglio del Made in Italy, che non dovrebbe cedere a nessun diktat... scritto da uno che ha appena ceduto al diktat. Per dirla con un milanese, adelante Pedro! Con juicio.

giovedì, febbraio 11, 2010

Fine del maschio italiano

A me Bertolaso, al di là di ogni considerazione sulle capacità organizzative (al di sopra della media della cricca berlusconiana standard, senz'altro) mi era sempre parso soprattutto un gran figo. Senza bisogno di affittare un'omoaffettività che non è nelle mie corde, trovavo in lui un positivo esempio di virilità contemporanea: l'uomo un po' segnato dagli anni, ma ancora nel pieno del vigore, che arriva e risolve i problemi, soccorre le vedove, salva gli orfani, mai e poi mai mi sarei sognato che un tipo così avesse bisogno di prenotarsi per scopare.

E' una cosa che mi butta giù. La corruzione, la concussione, sì vabbè. Ma uno che chiama il centro benessere per preallertare Francesca "perché so che è sempre molto occupata..." come un qualsiasi vecchietto calvo con la dentiera, ma allora che senso ha lottare. Se neanche i maschi alfa al giorno d'oggi scopano gratis.

mercoledì, febbraio 10, 2010

Il segreto dello scotch

Scriverò un pezzo sul whisky (sullo whisky?) (sull'whisky?) (sul whiskey?) Scriverò un pezzo sullo scotch che mi farà apparire un uomo molto più vissuto di quanto non sia e farà sì che mia madre si domandi, una volta in più, dove ha sbagliato. E' tutto ok, mamma. Va tutto alla grande.

E' solo che arriva il giorno, il giorno qualunque dell'anno, in cui finisce una bottiglia di whisky, e la cosa continua a sorprenderti come la prima volta. Quel flacone conteneva quasi un litro di una cosa che non c'è più. Evaporata? L'avrai offerta a? Amici? Idraulici? Eventuali amanti di tua moglie? Sarebbero comunque astemi. No, la risposta è dentro te. Sei stato tu. Ne hai finita una bottiglia intera, di quel veleno per fegati. Come ci si sente?

Ci si vergogna. Dovrai attendere il calar della sera per raggiungere la campana di vetro e smaltire l'onta all'insaputa dei vicini. E dire che non ti piaceva. Una volta. Poi?

Accade per il whisky quel curioso fenomeno per cui la bottiglia nuova non è mai buona. Bisogna educare il palato, dicono: e tu pensi: "cazzata", ma è così. Arrivi al supermercato, squadri tutte le marche famose, poi opti per un'etichetta assolutamente sconosciuta che viene penultima in ordine di prezzo, perché è inutile avvelenarsi con stile. La porti a casa. Qualche giorno dopo sviti il tappo giusto per sentire: mio dio, che schifo, è orribile, non ne berrò più. Perfetto. Missione compiuta. Passa un anno e c'è da tornare alla campana del vetro.

La cosa curiosa è che le rare volte che uscendo ti capita di ordinare un whisky (uno whiskie?) (un bourbon), dicevo, la cosa curiosa è che ovviamente opti per una di quelle marche famose che a casa non bevi, e il risultato è sempre quello: mentre sorseggi il superalcolico ambrato pregiato e reclamizzato, ti viene una gran nostalgia di quel succo di malto di discount che tieni a casa. E' un vero mistero, che si può spiegare così: bisogna educare il palato, la lingua preferisce la cosa pessima che conosce già alla cosa migliore che ancora non conosce, ecc. ecc. ecc.

Se hai mai conosciuto veramente un barista, c'è un'altra spiegazione, ovvero: la bottiglia del superalcolico ambrato pregiato e reclamizzato è stata vuotata da tempo, e vi è stato travasato l'unico succo di malto che al discount costava meno del tuo.

Fine del pezzo. A proposito: benché abbia qualche ridicolo e localizzatissimo effetto analgesico sul mal di denti, il whisky non rappresenta una valida alternativa a nessun tipo di farmaco. Non è mai stato prescritto da nessun dottorone col cognome tedesco, quindi ciccia.

martedì, febbraio 02, 2010

La via dell'inferno è lastricata di citazioni alla cazzo

Gli psichiatri mi hanno sempre prescritto medicine potenti, che mi facevano star male. Avercene invece di antidepressivi come la cocaina. Fa bene. E Freud la prescriveva.

(Persino quando si autodistrugge, Morgan deve fare namedropping. Naturalmente se dopo aver letto la sua intervistina un centinaio di fans proverà a curarsi il mal di vivere col crack sarà tutta colpa della Scuola e delle loro Famiglie).

Per la cronaca: Freud condusse esperimenti sull'uso terapeutico della cocaina, ci perse un amico, e concluse che era meglio di no.

lunedì, febbraio 01, 2010

Diritto di replica

Ho trovato questa cosa, che mi fa un po' impressione. Qualcuno (un giornalista di Gente Veneta) ha fatto il mio nome a Gian Antonio Stella durante un'intervista:
Leonardo ********, su "l'Unità", ha scritto che nel suo libro vi è un'immagine marginale del mondo web, paragonando la sua visione degli internauti a una "visione da grattacielo". Ossia, Stella giudica il web dall'alto scranno del "Corriere"...
Non è vero, passo molto tempo in internet. Per fare questo libro ho pattugliato tutta internet in modo sistematico, frequentando poco i siti "ufficiali", come quelli dei quotidiani. Visto che siamo in argomento, sono contrario ai bavagli preventivi delle comunità online. Ci sono già le leggi, basta applicarle. Se uno dice in un forum "paralitico di m." a Bossi, deve essere condannato, perché non è una semplice opinione.
Preciso che il libro non l'ho letto, e che nel mio pezzo mi riferivo semplicemente a un suo breve editoriale. Comunque l'immagine di Stella che "pattuglia tutta internet" mi fa un po' impressione. Magari è vero. Io su Internet ci sto parecchio, e mai e poi mai mi sognerei di affermare che sto "pattugliando internet". Mi chiedo quante ore giornaliere richieda il pattugliamento di internet: cinque, sei? Mi chiedo anche se esiste un'espressione inglese analoga a "pattugliare internet"; se un qualsiasi giornalista anglosassone degli ultimi cinque o sei anni l'abbia potuta coniare senza rischiare il ridicolo.

Comunque il risultato di tutto questo pattugliamento è frustrante: non trovi Malvino, non trovi Lia, non trovi Bettty Moore, niente che somigli da lontano a un contenuto di qualità. Pattugli, pattugli, e alla fine trovi solo qualcuno che scrive a Bossi "paralitico di m.".

Il che, come tutti sanno, purtroppo è impreciso.
Bossi non è paralitico.

sabato, gennaio 30, 2010

Per un pugno di segale

Devo essere onesto: io Salinger praticamente non lo conosco. Per esempio, Catcher in the Rye non l'ho letto. Ho letto il Giovane Holden, che non è esattamente lo stesso libro (ma poi non è detto che sia peggio). E anche quello l'ho letto forse tardi, quando la molla immedesimazione non scattava più - ma poi chi l'ha detto che debba per forza scattare la molla immedesimazione. Anzi. Mi sembrò, quando lo lessi, un ragazzino pieno di paura che scopre la Disperazione quasi per gioco, come ci si diverte a volte a quell'età a sporgersi dalle balaustre, e in realtà si stanno ponendo serie basi per la depressione e la nevrosi e tutta quell'impoetica infelicità che sarà poi l'età adulta (che a volte uno poi pensa: avessi letto qualche libro in meno, avessi invitato fuori un paio di ragazze in più, mah, chissà, magari ora non sarei in trattamento farmacologico). E' un'opinione come un'altra, forse un po' da bastian contrari, ma perché poi dovrebbe starci per forza simpatico Holden Caulfield.

Anzi voglio condividere un sospetto: magari non stava simpatico nemmeno a Salinger. Può darsi che la sua intenzione fosse ritrarre un giovane che studia da cretino, mentre compie tutti i passi cruciali che lo trasformeranno in un perfetto cretino disadattato. Può darsi che Salinger l'avesse inteso in questo modo, e che il successo lo abbia spiazzato, spingendolo a concludere che erano cretini anche i lettori, cretino l'universo, e andatene affanculo tutti quanti (e no, non ve li vendo i diritti).

Non ho prove ovviamente. Però quella famosa citazione, una delle più banali, quella in cui dice che dopo avere letto un libro gli piacerebbe telefonare allo scrittore a qualunque ora della notte, ecco: se ci pensi bene, è un cretino che ragiona così. Se non già un cretino fatto e finito, comunque un cretino molto promettente. Non si telefona agli scrittori, come può venirti in mente un'idea così... loro quel che potevano dirti lo hanno già messo nero su bianco, non c'è niente da aggiungere, e non sono tuoi amici. Io la penso così, più o meno; ma il mio parere non è che conti molto. Conta molto di più il fatto che anche Salinger la pensasse così. Altroché se la pensava così. In pratica ha passato la vita a difendersi dagli holdenoidi che telefonano agli scrittori. Non so, magari è un'osservazione banale che hanno fatto già in centinaia. Poi chi l'ha detto che bisogna fare osservazioni originali.

E comunque non ce l'ho con nessuno, sono convinto sia un ottimo libro, e se avete amato Holden, vi do questo consiglio: provate a rileggerlo col presupposto che sia un aspirante cretino. Garantisco che è bello lo stesso. I classici sono fatti così.

lunedì, gennaio 25, 2010

E poi cos'è 'sta storia che non bruciamo più neanche le streghe?

Monsignor Babini, Vescovo emerito di Grosseto, ci prende gusto e dopo il delirio n.1, arriva fresco-fresco il n.2 (stavolta ce l'ha con quel ricchione di Vendola, i ricchioni in generale, gli ebrei e i musulmani)

venerdì, gennaio 22, 2010

Squallore, il tuo primo nome è Vittorio (Feltri il cognome)

Come mi hanno suggerito su friendfeed, questo pezzo di Feltri può essere considerato la pietra tombale sulla nostra civiltà.
Al modo in cui l'Impero Romano è finito con gli aneddoti sulla gallina di Romolo Augustolo, la civiltà italiana finisce quindi con questo incestuoso quadretto - i figli del Grande Giornalista che si portano le tipe in casa, perché fuori è pieno di squallidi "motel" con i rumeni che stuprano, e dopo mezz'ora riemergono affamati "come camionisti", quindi chiamano mammà che ha sempre il sugo pronto sul pentolino; il tutto mentre il Grande Giornalista, pipa in bocca, il Grande Giornalista, compiaciuto, il Grande Giornalista, ma dobbiamo proprio aggiungerlo? Non potreste fare da soli? Il Grande Giornalista, insomma, attento ascoltatore dei guaiti e dei rutti della gioventù, si masturba deliziato.

martedì, gennaio 19, 2010

Di Craxi

non frega niente a nessuno, oggi come 10 anni fa.

(Ragionamenti più elaborati tra breve, sul blog noioso).

Melodrammalandia

Più che amare Virzì, io tifo per lui. Vorrei che il mondo ce lo invidiasse. Per cui se sento che ne parlano tutti bene sono felice. Se arrivando al cinema vedo che la gente esce dicendo Dio Che Bel Film, sono contento. Se la sala è piena malgrado Avatar, sono piacevolmente sorpreso. Se sento la gente che si soffia il naso durante la proiezione, tanto meglio. Se quando si riaccendono le luci la gente sta dicendo Dio Che Bel Film, sono soddisfatto. Anche se l'effetto collaterale è un film che m'ha detto meno di Tanino (a proposito, tutti ce l'hanno con Tanino e invece secondo me andrebbe rivisto, Tanino, è un film spietato).

Il problema - ma è un problema? - è che La prima cosa bella mantiene esattamente le promesse del trailer: ehi, non è che vi mancava un film dove i membri di una famiglia italiana vintage si fanno delle gran scenate? Si menano, si tirano i capelli, piangono, cantano a voce alta sull'autobus? Non vi preoccupate, sta arrivando la pellicola per voi.

Che idea, un film sui famigliari che urlano. I fratelli comunicano attraverso un sistema di picchi in testa. La reazione più introversa è pisciarsi addosso. E una madre non può spegnersi in ospedale, no, deve sputar sangue mentre il figlio, avrà quarant'anni, attacca briga a dei ragazzini, perché siamo in Italia, cioè, cazzo guardi?

Fine primo tempo. Luci.
"Boh, ma sai che Kekkoz ha scritto che lo ha visto e ha pianto tutto il tempo, come fa uno a... ehi, ma cos'hai? Una crisi allergica?"
"Sto piangendo dal minuto 2, idiota".

Si simpatizza col personaggio Mastandrea (ho imparato a scrivere correttamente Mastandrea) più che altro perché si intuisce la sua necessità di silenzio, pace, foss'anche morfina, insomma tacete tutti quanti una buona volta, odiatevi o amatevi ma in silenzio, come nella cinematografia nordica o anche solo in Francia. Sarà un problema mio. Che poi le faccio anch'io le scenate, però me ne vergogno. Mi contorco nelle mie radici. Mi sembra l'unica cosa sensata da fare.

martedì, gennaio 12, 2010

Ma Vittorio Feltri riesce ad aver torto anche in questa occasione

Dunque l’abbiamo sentito da una voce inaspettata e insospettabile: stavolta hanno ragione i negri.

Ma invece no. I torti e le ragioni, se se ne vogliono apprezzare i rispettivi profili ben distanziati e complementari, occorre cercarli a ragguardevole distanza dagli eventi di Rosarno. I torti e le ragioni stanno laddove si stabiliscono le regole. Perché è lì che si favoriscono o si evitano i presupposti per quelle occasioni che notoriamente fanno l’uomo ladro. I torti e le ragioni vanno cercati dove si mettono in piedi i rapporti di scambio e le regole di movimento degli individui. Perché è lì che si crea il bisogno di taluni di muoversi e al contempo gli si vieta di farlo legalmente. E’ lì che “abbiamo bisogno di manodopera a basso costo per resistere alla concorrenza delle arance spagnole” e al tempo stesso “questo paese non può ospitare chiunque, indiscriminatamente” (V. Feltri). E’ lì che il mercato acquista la legittimità di essere globale e l’egoismo quella di poter stare racchiuso nelle frontiere che più gli s’accomodano. E’ li che prende spessore la pretesa di “essere padroni a casa nostra”. Perché è lì che si definisce quale sia esattamente questa casa e quanto esattamente sia nostra. E’ proprio a queste regole, a quelle vigenti, che il direttore Feltri ha sempre plaudito. Ma queste regole sono fatte in modo che i negri, o la più parte di loro almeno, ne debba stare fuori. E siccome ne sta fuori, che gli sia tolta anche la parola. Sarebbe qui facile eccepire che togliendo a un uomo la parola gli si lascia solo la violenza. Ma è altrettanto evidente che chi usa la violenza è una bestia, e come tale deve essere trattato.

E allora caro Feltri, anche stavolta hanno ragione i bianchi. Che la violenza la esercitano nella maniera organizzata - e quindi vincente - di chi, avendo fatto le regole, ha poi il sacrosanto diritto di farle rispettare. Entro i confini che più gli s’accomodano naturalmente, altrimenti la concorrenza delle arance spagnole chi la regge più?

lunedì, gennaio 11, 2010

In morte di Eric Rohmer

Oggi è morto Eric Rohmer, "regista e critico pluripremiato". Devo dire che il suo Il raggio verde rimane scolpito nella mia memoria come il film più noioso che abbia mai visto. Ma sicuramente ne ho persi tantissimi ancora più noiosi, anche di altri registi

giovedì, gennaio 07, 2010

Chi vola vale ma occhio alle pale



Povero rapace. Ci sono studi confortanti sul rapporto tra uccelli e pale eoliche, ma pare che gli avvoltoi facciano eccezione

Ognuno è il fighetto del prossimo

Tranne Cragno, ovviamente, il quale è lo sfigato di ogni prossimo suo (e come tale probabilmente ambisce a una sovvenzione governativa).

Questo per dirvi che se leggete in giro che io sono un "giornalista dell'Unità", ehi, calma, non è assolutamente successo niente. Sto mandando un pezzo alla settimana al sito on line. Non si diventa giornalisti così, neanche se stessi facendo dei reportages che non sto facendo.

E' Messora che su Byoblu ha scritto il mio nome e cognome accanto alla denominazione "giornalista dell'Unità". Il motivo per cui ha fatto ciò è abbastanza curioso. C'è una classifica (tra l'altro io credevo che fossero un po' passate di moda, le classifiche) di Wikio in cui il suo blog è il quarto in Italia nella categoria "politica". Lui a questa cosa evidentemente tiene molto, quindi ci scrive su un pezzo. E siccome ci tiene a far vedere che gli altri di questa classifica sono pezzi grossi - oppure semplicemente pezzi del sistema, mentre lui è fuori dal sistema - per lui e per i suoi lettori io (che sono persino sotto di lui), divento un giornalista dell'Unità. Ora posso anche permettermi una lussuosissima Billy finto faggio.

La cosa veramente interessante il realtà sono i commenti, in cui Messora spiega che ok, le classifiche vanno bene, ma, per dirla con un espressione di un suo lettore, "il fieno comincia a scarseggiare". Messora risponde alle domande con puntualità e trasparenza, bisogna dargliene atto, sciorina cifre e bilanci, e quel che se ne ricava è che un blog giornalistico professionale indipendente oggi in Italia non è sostenibile. Grazie tanto, in Italia non si sostengono neanche i giornali... sì, però i lettori di Messora chissà cosa si credevano. Che il bannerino dell'IdV fruttasse un fantastiliardo al giorno, boh? (I lettori di Messora sono strani. Ce n'è uno che lo ringrazia perché "È solo da alcuni mesi per es. che ho saputo, tramite proprio un video del tuo blog, che Berlusconi faceva parte della P2". 'Azz, chissà quando gli diranno che era amico di Craxi).

Placido ricorda Praz

PROFESSOR SATURNO
Repubblica — 17 giugno 1993 pagina 35 sezione: CULTURA

Non mi piace il modo in cui torna alla ribalta un maestro glorioso come Mario Praz. Non mi piace il modo in cui viene ricordato. Si, lui, proprio lui, Mario Praz. Ovvero - per non pronunciarne il nome - l' Anglista. Ovvero, per evitarne il cognome (per carità, chissà cosa può accadere) l' Innominabile. Ma quale Innominabile. Piantatela piuttosto di ricorrere agli scongiuri, di toccar ferro, di abbozzare i vostri grotteschi gesti apotropaici. A nominare Mario Praz, a leggerne il nome stampato, non succede proprio niente. Eppure il Professore viene ricordato (quando viene ricordato, ciò che è un bene) innanzitutto per quella. Per la sua mala fama di iettatore. Lo ricorda così Giorgio Soavi nel racconto centrale "Professore di inglese" del suo Passioni, tre storie da romanzo (Camunia, 1993). Lo ricorda così l' autorevolissimo studioso francese Marc Fumaroli (quello de Lo Stato culturale, Adelphi) nell' introduzione a Le monde que j' ai vu, una raccolta dei saggi di Praz tradotti e pubblicati adesso in Francia (Julliard, Parigi, 1993). Nell' uno e nell' altro caso - nel racconto di Soavi, che è un garbato, affettuoso racconto, nello scritto introduttivo di Marc Fumaroli, che è serio e documentato - le solite storie. Piombi che si squagliano, in tipografia, all' apparizione di un articolo di Praz. Ascensori che misteriosamente si fermano (si fermavano) quando lo si va (lo si andava) a trovare nella sua casa, la famosa "Casa della vita". Lampadari che crollano, o minacciano di crollare, mentre egli vi offre (vi offriva) in quella casa stregata il tè. Ancora: si evita accuratamente di nominarlo, pur riferendosi evidentemente a lui, in quell' eccellente energico saggio-pamphlet che è Di scuola si muore di Giovanni Pacchiano (Anabasi). Niente di tutto questo risulta a chi scrive. Ho frequentato le lezioni di Letteratura inglese di Mario Praz per due anni successivi (erano gli Anni ' 50). L' ho visto e sentito qualche volta, dopo. I piombi non si squagliavano, le lampadine non esplodevano, gli ascensori non si fermavano. Nell' autunno del 1963 c' era non so qual Convegno letterario a New York. C' era anche lui, Praz. Andai a stringergli la mano, prima della partenza: "Professore, io parto domani, posso salutarla?". "Buon viaggio", mi augurò. "Buon viaggio!" rifecero sgomenti gli anglisti, gli americanisti presenti alla scena. Ma davvero vuoi partire domani? Gli hai stretto la mano! E mi consigliavano di cambiare volo. O di prendere la nave. Alcuni, di tornare in Italia a nuoto. Non si sa mai, con la iettatura. Non accadde nulla, naturalmente. Nulla di speciale. Gli aerei non cascano per così poco. E i lampadari nemmeno. Ognuno può coltivare le superstizioni che crede, si capisce. Correndo però il pericolo di sprecare tempo ed energie, nei suoi faticosi (e sconvenienti) rituali di scongiuro. Non avendo la suddetta preoccupazione, mi impegnai ad osservarlo, in quei due anni dei lontani Anni Cinquanta. Per tentare di carpire il suo segreto. Doveva averne uno. Perché era così difeso, così chiuso? Così gentile ma riservato, ma impenetrabile? Tiro ad indovinare. Non si sentiva amato. Non si sentiva fisicamente amabile. Il modo in cui leggeva in classe il più celebre verso del Doctor Faustus di Marlowe: "Sweet Helen, make me immortal with a kiss" non lasciava dubbi, in proposito. Non c' era nessuna Elena - egli pensava - che avesse voglia di renderlo immortale (quanto meno: un po' meno infelice) con un bacio, una carezza. Le sue lezioni universitarie erano secche e semplici. Austere, esemplari. Non concedeva molto. Non si concedeva. Ma una mattina, me ne ricordo benissimo, si abbandonò ad una lunga, imprevedibile divagazione. Si mise ad elencare tutti i luoghi - romanzeschi o poetici in cui si parla di povere vite perdute, o incompiute. Fallite, spezzate. Di promesse non mantenute, di fiori non sbocciati, o se sbocciati non raccolti. Di talenti deperiti nella penombra. Pareva non dovesse terminare mai, quell' elencazione elegiaca. La sua cultura prodigiosa gli suggeriva associazioni nuove, nuovi esempi. Ne ricordo, sfortunatamente, uno solo. Quello che chiude la poesia "Le Guignon" (la scalogna, la malasorte) nei Fiori del male di Baudelaire. Dove si parla di fiori che invano cercano di attrarre a sé l' attenzione, emanando il loro profumo migliore, che si disperde però nella solitudine: "Mainte fleur épanche à regret / Son parfum doux comme un secret / Dans les solitudes profondes". Ci ho ripensato. Leggendo l' introduzione di Fumaroli che ho dianzi citato. L' illustre studioso francese si chiede - è una vecchia domanda - perché le collezioni di Mario Praz, le celebri collezioni - quadri, ninnoli, oggetti - custoditi nella sua celebre Casa della vita non contengano capolavori. Ma certo! A lui non interessavano i geni, i picchi. Quelli costruiscono dei capolavori, che saranno ricordati. A lui interessavano le realtà medie, ma decorose; le esistenze medie, ma decorose, che saranno fatalmente dimenticate. Sono queste che egli teneva a ricordare, a conservare (non è questa una funzione della Letteratura: riscattare dall' oblio le piccole esistenze?). Forse temeva che anche la sua opera sarebbe stata inesorabilmente dimenticata. Non è così. Non ancora, per fortuna. Ma quant' è triste veder ricordato Mario Praz - l' Anglista, l' Innominabile - sempre e quasi soltanto per le sue presunte influenze malefiche. Faceva squagliare i Piombi (di Venezia?), faceva crollare i lampadari. Non mi sembra rispettoso nei confronti di questo grande studioso che ci ha lasciato La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica. Questo figlio di Saturno. Questo gran malinconico. Nominabilissimo. Nobilissimo. - BENIAMINO PLACIDO