lunedì, ottobre 01, 2018

Poker (Charles Aznavour, 1924-2018)

Par trois gars de mon quartier
Je me suis laisser entraîner
Dans un tripot la semaine dernière
Dans une salle enfumée
Nous nous sommes installés
Autour d'une table de poker
On a enlevé nos vestons
Commandé force boissons
Puis la partie a commencé
Tell que je vais vous l'expliquer


On prend les cartes,
on brasse les cartes
On coupe les cartes,
on donne les cartes
C'est merveilleux, on va jouer au poker!

On prend ses cartes,
on regarde ses cartes
On s'écrie: cartes!
puis l'on écarte
J'en jette trois car j'ai déjà une pair

Quand tout le monde a son jeu
On se regarde en chiens de faïence
On essaie de lire dans les yeux
Du voisin plein de méfiance

J'ai pris trois cartes
et lui deux cartes
Vous combien de cartes?
moi juste une carte
Faut s'éfier y'a du bluff dans l'air...

"Je suis blind à toi de parler"
Dit au second le premier
Et ce dernier s'écrie: "Parole!"
Le troisième mise cent francs
Je dis: "tes cent, plus mille francs"
Les deux autres s'arrêtent au vol
Le troisième me dit: "voilà Tes mille francs! qu'est ce que tu as?
- Trois dames, j'ai gagné je crois
- Non, dit-il car j'ai trois rois!"

On prend les cartes,
on brasse les cartes
On coupe les cartes,
on donne les cartes
Je me dis qu'es-tu venu faire dans cette galères?
On reprend les cartes,
on regarde ses cartes
On s'écrie: carte!
puis l'on écarte
Je me dis maintenant va falloir se refaire

Pendant toute la partie je me faisais des reproches
Quand se termina la nuit je n'avais plus rien en poche

Avant que je ne parte,
je prend les cartes
Je déchire les cartes
Je jette les cartes
Et les piétine avec colère

Mais au moment de m'en aller
J'entends des coups de sifflet
Une descente de police
Les inspecteurs du quartier
Veulent tous nous interroger
Me voici devant la justice

Ils me disent: "mon garçon
Nous sommes bons et te donnons
Une minute pour t'expliquer"
Je leur ai dit affolé:
On prend les cartes,
on brasse les cartes
On coupe les cartes,
on donne les cartes
Je n'ai jamais rien eu de meilleur qu'une paire
On reprend ses cartes,
on regarde ses cartes
On s'écrie: cartes!
et l'on écarte
- Je vois très bien me dit le commissaire

On va vous emprisonner
Car du reste je m'en fiche
Mais on va vous affecter
Au département des fiches
On prend les cartes,
on regarde les cartes
On trie les cartes,
on range les cartes
En prison je suis devenu fonctionnaire

Tout ça parce qu'un jour
Un bien triste jour
J'ai voulu jouer au poker

lunedì, giugno 11, 2018

Let me in, immigration man

sabato, giugno 09, 2018

sabato, giugno 02, 2018

È un amico che diventa nemico e mi ruba la voce

La Signora è in lacrime, e si ferma ad ascoltare:
attraversa e si blocca a metà della strada,
un colpo di vento la fa continuare.
La Signora, quando tace, sembra una volpe:
va al cinema da sola, ma ha paura ad entrare.



La Signora ha molti figli, molti figli da educare.
Qualcuno lo va a trovare, ma tanti,
li lascia sulla strada senza mangiare.
La Signora non ha padre, è figlia d’un figlio
d’un terremoto o d’uno sbadiglio.

(Io per molto non ho saputo che Lucio Dalla aveva dedicato La Signora alla Repubblica italiana, e quando l'ho saputo sono rimasto un po' deluso, per me era un'immagine ancora più potente, una metafora di ancora più cose – oltre alla dimostrazione di che poeta incredibile fosse Dalla nei primi anni in cui si degnò di scriversi i testi. Però in effetti, riascoltandola, soprattutto il due giugno 2018, ecco).

La Signora la mattina sta male, si sente svenire,
il pomeriggio sparisce, ma la notte, la notte, mi viene a cercare.
È un amore bocciato che non può continuare,
come un cane in una stanza d’albergo mi sento solo.
Provo a far tutto quanto in orario, ma mi accorgo che è un gioco:
stan giocando alla radio e al telefono, qualcuno mi uccide a poco a poco.

La Signora è mio padre e mia madre quando alza la voce,
è una mano coi guanti che mi spegne la luce,
è una montagna di carte in un ufficio postale,
è un amico diventato nemico che mi ruba la voce.

La Signora è una fila di macchine da qui fino al mare,
la Signora ci stampa il giornale e ce lo fa comperare.
La Signora ha tanti nomi, tanti nomi,
così da nascondersi e non farsi trovare:
ma a volte si veste di luci e bandiere per farsi notare.

La Signora è mio padre e mia madre quando alza la voce,
è una mano coi guanti che mi spegne la luce,
è una montagna di carte in un ufficio postale,
è un amico che diventa un nemico e mi ruba la voce.

venerdì, giugno 01, 2018

Now I don't mind choppin' wood, and I don't care if the money's no good.

Non so bene cosa sarà di noi adesso, magari niente di particolare. Ci alzeranno l'iva per tagliare le tasse ai padroncini, magari ci pagheranno qualche mesata in carta straccia perché sai, la sovranità. Sciopereremo un po', qualcuno finirà mazzolato in piazza, ci siamo già passati?



Canzoni sulle sconfitte, comunque ne abbiamo. In realtà abbiamo solo quelle; le vittorie sono un po' imbarazzanti da cantare. E abbiamo gusto per le sconfitte di tutti; nelle sconfitte siamo tutti fratelli.

mercoledì, maggio 30, 2018

I nati nel '73 fanno i longform, quando va bene glieli linka un quotidiano

Quando leggo le cose di Raffaele Alberto Ventura, lo dico con molto affetto, mi viene in mente solo di andare in macchina e alzare Velleità dei Cani al massimo volume.



(Ci sarebbe tutto un discorso serio da fare ma credo di averlo già fatto nel 2011, o era il 2015, del tipo che a un certo punto a saperle gestire le velleità ti assicuravano comunque una quattordicesima mensilità; cacciala via; ma sarebbe un discorso lungo e io ormai discussioni gratis basta; la tariffa minima è venti euro all'ora, con cento vai tutta la notte).