martedì, marzo 30, 2010
Ma 'sta Lega, insomma, quando arriva
Però nessuno li sfotte. Sono sempre i veri vincitori. I vincitori morali. Di lotta e di governo. Lottano una sega e si fanno governare dai clienti di Scapagnini. Boh, vabè. Pronti a versare altri 500 milioni ad Alemanno? Pronti? Votate per noi contro Roma Ladrona! Vabè.
Se poi vai a vedere i numeri generali, insomma: son sempre lì. Il dodici per cento nazionale. Sono i nuovi Socialisti, stan su le palle a tutti gli altri ma comandano, la fine sarà amarissima. Il Pd, per dire, è al 26. Anche il PdL, regione più regione meno. Poi c'è un partito di cartone, l'IdV che ha una pura funzione antiberlusconiana, e rusca su il 7% (coi grillini anche il 9%). Avete voglia a dire che con l'antiberlusconismo non si vince: un Pd che sapesse interpretare con serietà un sentimento antiberlusconiano che esiste, magari non vincerebbe, ma passerebbe la boa del 30%. Poi ci sono gli astenuti. Insomma, continuiamo a perdere, ma dopo ogni goal la palla è sempre al centro, si riparte, i leghisti non sono Highlander, Berlusconi si sta sgonfiando in tutta Italia; si tratta di intercettare un po' più di scontenti, e tra questi pure i viola, i grillini, i comunisti.
(Sempre ricordando che il campo di gioco è in salita).
lunedì, marzo 29, 2010
Il cavaliere Errani
In questa terza ed ultima uscita di Don Chisciotte lo vedremo sprofondare negli abissi della sua saggezza, tanto che giungerà a scomparire in essi con la propria morte esemplare.Poi stasera vedremo come va a finire. Secondo me ridiamo meno.
domenica, marzo 28, 2010
Scherzo senza fine
Tredici ragazzini, tra i 14 e i 16 anni, hanno rischiato la vita sull'A7 Milano-Genova. Una gara d'audacia, una roulette russa interrotta in tempo dalla Polizia stradale che li ha bloccati dopo una rocambolesca fuga nei boschi.Gli Assassini a Rotelle di domani. Tu lascia che s'impossessino della puntata di blob dello scorso 25 luglio, eccetera.
sabato, marzo 27, 2010
Ma le sinistre sognano rivoluzioni elettriche?
giovedì, marzo 25, 2010
Riferimenti puramente casuali
La sera di venerdì 4 luglio 1862, il reverendo Charles Lutwidge Dodgson, lecturer e tutor di matematica al Christ Church College di Oxford, scrisse nel diario:
Atkinson ha portato da me le sue amiche, signora e signorina Peters, che ho fotografato e che poi hanno sfogliato il mio album e si sono fermate a pranzo. Poi sono andate al Museo e Duckworth e io abbiamo fatto una gita risalendo il fiume fino a Godstow con le tre Liddell: abbiamo preso il tè sulla riva e siamo tornati al Christ Church solo verso le otto e un quarto di sera, quando le abbiamo portate nelle mie stanze a vedere la mia collezione di fotografie, e le abbiamo accompagnate al decanato poco prima delle nove."Le tre Liddell" erano le figlie del decano di Christ Church, uno degli autori del famoso dizionario di greco Liddell & Scott. Si chiamavano Lorina Charlotte, Alice e Edith, soprannominata Matilda. Alice aveva dieci anni.
(da "Il Mondo delle Meraviglie" attuale ha bisogno di Alice, prefazione di Whystan Hugh Auden all'edizione del 1962 de Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie - su Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Al di là dello Specchio, Einaudi 2003, pag. III - grassetto mio)
mercoledì, marzo 24, 2010
Non c'è niente al mondo che abbia questo odore
(foto via gravitazero)
martedì, marzo 23, 2010
lunedì, marzo 22, 2010
domenica, marzo 21, 2010
I dubbi notturni
sabato, marzo 20, 2010
"siamo già oltre il milione"
venerdì, marzo 19, 2010
indovina chi
a) Uno che sa scrivere, altrimenti pure Dell'Utri rischiava di accorgersene. (tlactlactlactlactlac).
b) Meglio se conoscitore di Pasolini - studiosi, curatori di edizioni, gente così (tlactlactlactlactlactlactlactlac)
c) Gente senza scrupoli, gente che ha bisogno di soldi per garantirsi stra-vizi senza i quali non riesce ad andare avanti (tlactlac).
Fine. Il gioco è finito. Chi è stato? Nessuno. Infatti il capitolo farlocco non esiste. Segue un'intercettazione immaginaria della telefonata di due persone che non esistono.
"Pronto professo', come va?".
"Pronto malavitoso con cui talvolta m'intrattengo: bene, devo dire bene, e tu?"
"'Nzomma. Sto qua che devo fa'... devo regala' quarcosa a un senatore e... lui è uno che je piacciono i libbri, ài presente".
"Libri, certo".
"Ma 'nfatti tu ne scrivi, no? Ecco, però a lui piace della robba un po' strana, come ha detto che si chiamano... gli nediti".
"Gli inediti".
"Ecco, appunto, cioè".
"Sono testi che nessuno ha mai pubblicato, perché magari lo scrittore è morto prima, e gli appunti sono stati rubati".
"Aaaah, ho capito, robba rubata, forte. Ma tu hai presente dove ne posso trova'?"
"No, mi dispiace, è un mondo che non frequento più".
"Se capisce, tu ormai frequenti solo i culturisti culattoni, no?"
"Ma no, quella è una finzione romanzesca, io in realtà..."
"Come no professò, come no, lo sanno tutti che lei c'ha sta fissa romanzesca che non la lascia dormi'. Comunque sa quel che ho pensato? Che lei è uno scrittore, pure bravo me dicono, quindi un coso, un inedito me lo potrebbe scrivere lei, no?".
"Non credo che al tuo senatore interesserebbe un mio inedito".
"No, se c'è scritto sopra il tuo nome. Ma il nome di uno scrittore importante... senza offesa, eh, professo'..."
"Ah, tu dici un falso. No, mi dispiace, non posso scrivere inediti falsi, sarebbe contro la mia deontologia professionale".
"Facciamo ventimila per venerdì?"
"Venerdì, ottimo".
Know Your Rights
Ho una teoria (sì, come fa Leonardo): otto italiani su dieci credono che non votando per N volte (tipicamente tre) si perda il diritto al voto. Non solo, pensano che il futuro sia compromesso, che non potranno mai più ricoprire cariche pubbliche e che una loro immaginaria fedina elettorale rimanga sporca per sempre.
Poi provo a spiegarglielo, provo a convincerli che non è vero niente. Due o tre degli otto su dieci mi dicono Grazie, mi hai aperto gli occhi, non vado a votare. Altri due o tre rispondono Ok, ma non votare è una brutta cosa. I restanti non mi credono, quando possono mi evitano. Questa è gente che non si fida nemmeno di Yahoo! Answers.
giovedì, marzo 18, 2010
Rataplan! Tambur io sento
(liberamente tratto dal finale di. Oggi, peraltro, iniziano le cinque giornate)
domenica, marzo 14, 2010
Gerontocrazy
sabato, marzo 13, 2010
Non hanno mai giocato alla lippa!
Altroché se è preoccupante, qui ci stiamo giocando le postazioni migliori al prossimo mondiale di lippa, che si terrà, ahem, immagino si terrà da qualche parte tra la nuova Brianza e le ex colonie brianzole d'oltremare (è lo sport più diffuso nel Commonwealth brianzolo).
Se siete curiosi c'è anche la voce di Wiki, anche se non è tanto comprensibile (probabilmente è stata sabotata dai malvagi paki che cospirano contro lanostracultura). Sul finale l'estensore dell'articolo si lascia sfuggire un dettaglio illuminante:
Maledetti pakistani.
venerdì, marzo 12, 2010
Ecce Labor
- No veramente non... non mi va. Ho anche un mezzo lavoro in sospeso e una riunione. Senti, ma che tipo di sciopero è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi e io sto buttato in un angolo... no. Ah no, a tenere lo striscione non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo? Qua l'azienda è nella cassa integrazione, ma oggi non tocca a me. Mi si nota di più se vengo e faccio risparmiare alla ditta le mie otto ore o se non vengo per niente e mi faccio pagare? Vengo. Vengo e mi metto in fondo al corteo, così, con le mani in tasca, zitto, guardo anche da un'altra parte. Voi mi fate "Michele vieni davanti a tenere lo striscione con noi, dai" e io "andate, andate, son qui in fondo, vi seguo". Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo.
mercoledì, marzo 10, 2010
No, wait, WHAT'S THIS?
(Mi sveglio alle 6 che siamo in Siberia. Spalo il terrazzo. Spalo i marciapiedi. Mi reco nella locale scuola. Apprendo da un cartello squagliato che essa è chiusa d'ufficio. Torno nella mia dacia di Varykino. Vado su internet, miracolosamente in funzione. Apprendo di essere stato linkato dal New York Times. Non ci credo tanto, in ogni caso screenshot).
martedì, marzo 09, 2010
lunedì, marzo 08, 2010
Firme morte
L'infetto
Alcuni colleghi più *anziani* (ehi, colleghi, sto scherzando, nessuno di voi è anziano) mi danno del miracolato, perché loro ci hanno messo 20 anni per diventare di ruolo; io assai meno. Sì, ho avuto le mie fortune, le mie finestre favorevoli. E ho avuto anche pomeriggi orribili, come quando in sindacato mi dissero Guarda che ti hanno depennato dalla graduatoria perché non hai messo una crocetta a pagina 34365 della domanda. E io: Ma sì che ce l'ho messa, figuratevi, altrimenti perché avrei compilato la domanda? E loro: ne sei sicuro? Sicuro sicuro? E io: oddio, vi prego, sto per andare ad abitare con una che pensa che sono una persona normale che sa mettere le crocette, tutto questo non può succedere veramente a me, vi prego, alterate il continuum spaziotemporale, fate qualcosa.
Imprecai, supplicai, piansi. E loro mi dissero fa' così: va' in Provveditorato e impreca, supplica, piangi, e scrivi una letterina di scuse. Portati anche la vasellina... no, scherzo, ma se mi avessero detto di portarla l'avrei portata, perché era la mia vita e non potevo permettere che prendesse una direzione solo perché mi ero scordato (forse) una crocetta.
Vi leggo in questi giorni tutti molto scrupolosi della legge, tutti ossequiosi compilatori di impeccabili modelli unici, tutti pagatori di multe senza fiatare, tutti fatturatori infaticabili. Vi approvo, vi stimo, e internamente mi rodo. Io non sono tra voi. Il morbo dell'italianità mi ha contagiato, io sto tra i miracolati. Non ho corrotto nessuno, penso: ma avrei potuto farlo, magari un giorno lo farò (alla prossima crocetta). La vostra crociata contro il regime del Vizio di Forma è cosa buona e giusta, perdonatemi se vi seguo a distanza.
giovedì, marzo 04, 2010
Le regole, ehm, andrebbero rispettatine
E l'unica cosa che mi viene in mente - sarò prevenuto - è che al Pd non hanno la coscienza del tutto pulita. A parte il discorso dell'ineleggibilità di Errani in Emilia (è una vera spada di Damocle, se a quelli del PdL sono in vena di ritorsione dopo le elezioni fanno ricorso ed avrebbero anche possibilità di vincerlo), io non ci metterei la mano sul fuoco che l'autentica sulle firme raccolte dal PD porti ovunque una data successiva a quella in cui sono state chiuse le liste (che è la questione sollevata dai Radicali sulle firme di Formigoni, se ho capito bene). Questo spiegherebbe il profilo basso.
Poi mi rendo conto che la battaglia sulla legalità è sacrosanta: ma capisco che Penati di fronte alla prospettiva di governare per cinque anni con una vittoria a tavolino (senza cioè una autentica investitura popolare) si senta un po' a disagio. (La Bonino no: la Bonino dell'investitura popolare se ne frega allegramente, è di una scuola che ha sempre concepito la politica come tattica di regolamenti e non come strategia di conquista del consenso, e questo è uno dei suoi tanti capolavori. Onore al merito, però io son di un'altra scuola).
Ma frocio no
Aggiornamenti sulla mia idea di Inferno
(Il fatto che ci sia gente che si presta volontariamente a questa tortura per rilassarsi, target medio-colto, è cosa che mi stupisce senza fine).
mercoledì, marzo 03, 2010
Il senso di Dell'Utri per la sòla
Statte bboni, ahò, sarete assimilati
Che poi ve la immaginate, una riunione di condominio che oltre a essere una riunione di condominio è pure presentata da Maurizio Costanzo? La prefigurazione dell'inferno
Ribadire aiuta
(Da Ohshhh! Segnalazione un po' intempestiva, mi rendo conto, è che mi manca il buon vecchio Cragno, Cragno dove sei? Tu sì che eri sempre sul pezzo).
lunedì, marzo 01, 2010
Improvvisa sensazione come di appartenenza
Cioè, votarlo ancora no, ma se c'è un fanclub contatemi.
domenica, febbraio 28, 2010
Thank you for flying
Ma soprattutto è il paragone con Thank you che lo schianta. Perché è un bel film, sofferente, non banale, d'accordo, sì, ma io continuavo a pensare alle omologhe sequenze di Thank you e a pensare quanto erano più briose, più originali, sgarzoline. A partire dai titoli. Vi sono piaciuti i titoli? Beh, quelli di Thank you erano molto meglio. Guardate un po'.
Stavo quasi per tirare giù il testo (Pump! Pump! Pump! While you smoke yourself to death).
In entrambi i film c'è un personaggio simpatico che fa una professione orribile. Ma la professione del protagonista di Thank You è, se possibile, più orribile (racconta bugie per Big Tobacco), e il suo entusiasmo è molto più smaccato. Insomma, i colori sono più vividi, c'è più gusto per il grottesco, che evidentemente è la tonalità che preferisco.
Prendi il momento motivazionale. In entrambi i film c'è una scena in cui il protagonista in pochi minuti deve convincere una persona a fare un gesto che lui stesso non condivide. Clooney scapolo alato che convince il cognato a sposarsi non è male. Ma Aaron Eckhart che manipola Marlboro Man è in un'altra categoria.
Anche nel finale (spoiler) entrambi tornano alla situazione iniziale. Ma il finale di Nuvole mi è sembrato un po' meccanico, mentre quello di Thank You mi sembrava la conclusione ideale a tutto il film. Insomma, qui abbiamo un regista che ha i numeri, e che per piacere a un pubblico più vasto (e magari portarsi a casa un Oscar) rinuncia a tutte le trovate più eclatanti, per mantenere il film in un'aurea mediocritas che dopo un po', secondo me, stanca. Sì, è un film un po' stanco secondo me. C'è di buono che esci dalla sala ringraziando il Dio che ti ha fatto impiegato statale.
Povere piccole olimpiche
mercoledì, febbraio 24, 2010
L'Italia in quanto bambola gonfiabile
lunedì, febbraio 22, 2010
Istevene Maravilia
giovedì, febbraio 18, 2010
Vedi gli irringraziamenti
domenica, febbraio 14, 2010
Il Paesone Rifatto
In breve: quell'Icona Internazionale della Moda che è Anna Wintour (non in base alle cifre che movimenta, ma semplicemente perché le hanno fatto un film e da allora tutte le sciampiste sanno più o meno chi è Anna Wintour) a venire a Milano si rompe. Perfettamente comprensibile, eh? Milano trasuda così tanta simpatia che persino l'aeroporto lo hanno messo in un'altra provincia.
Ci sarebbe il piccolo problema che a Milano, due volte l'anno, ci sono le sfilate. E che Anna Wintour, ancorché promossa a deità delle sciampiste di tutto il mondo, rimane in soldoni una giornalista di moda. Quindi se non vuole venire a Milano sarebbero problemi unicamente suoi. Immaginatevi un giornalista sportivo che non vuole andare alle invernali di Vancouver perché fa freddo. No, peggio: immaginatevi un giornalista sportivo che siccome a Vancouver fa freddo, comincia a telefonare a tutti gli atleti e in breve li convince a spostare le olimpiadi di qualche giorno. Perché Anna Wintour, dea dello sciampismo, è riuscita in questo miracolo: quest'anno la Settimana della Moda di Milano durerà tre giorni, così Anna Wintour non si annoia.
Rifletteteci bene, perché qui siamo di fronte a una rivoluzione copernicana: fino a qualche anno fa le sfilate si facevano per mostrare i vestiti, e i giornalisti importanti (se volevano continuare a essere importanti) accorrevano da tutto il mondo. Adesso la sfilata la fanno per mostrare alle sciampiste che in prima fila hanno la giornalista Anna Wintour, quella del DiavoloVestePrada. I vestiti, poi, cosa vuoi mai, i vestiti sono il meno: alle sciampiste vendi i profumi, una magliettina, magari un paio di mutande, i vestiti a questo punto proporrei di lasciarli perdere: fate sfilare direttamente Anna Wintour, magari vestita esattamente come il suo alter ego nel DiavoloVestePrada, sennò qualche sciampista potrebbe anche non riconoscerla.
Naturalmente non tutti i protagonisti del prêt-à-porter italiano partecipano a questo harakiri collettivo con lo stesso entusiasmo. Della Valle, per esempio, ha detto che è una vergogna, che a Parigi non sarebbe mai successo, ecc. ecc.. Ha perfettamente ragione, ma bisogna dire che lui non sfila. Venerdì invece si è espresso Giorgio Armani, e la sua dichiarazione merita di essere letta per intero, perché è finalmente una fiera difesa dell'orgoglio del Made in Italy, che non dovrebbe cedere a nessun diktat... scritto da uno che ha appena ceduto al diktat. Per dirla con un milanese, adelante Pedro! Con juicio.
giovedì, febbraio 11, 2010
Fine del maschio italiano
E' una cosa che mi butta giù. La corruzione, la concussione, sì vabbè. Ma uno che chiama il centro benessere per preallertare Francesca "perché so che è sempre molto occupata..." come un qualsiasi vecchietto calvo con la dentiera, ma allora che senso ha lottare. Se neanche i maschi alfa al giorno d'oggi scopano gratis.
mercoledì, febbraio 10, 2010
Il segreto dello scotch
E' solo che arriva il giorno, il giorno qualunque dell'anno, in cui finisce una bottiglia di whisky, e la cosa continua a sorprenderti come la prima volta. Quel flacone conteneva quasi un litro di una cosa che non c'è più. Evaporata? L'avrai offerta a? Amici? Idraulici? Eventuali amanti di tua moglie? Sarebbero comunque astemi. No, la risposta è dentro te. Sei stato tu. Ne hai finita una bottiglia intera, di quel veleno per fegati. Come ci si sente?
Ci si vergogna. Dovrai attendere il calar della sera per raggiungere la campana di vetro e smaltire l'onta all'insaputa dei vicini. E dire che non ti piaceva. Una volta. Poi?
Accade per il whisky quel curioso fenomeno per cui la bottiglia nuova non è mai buona. Bisogna educare il palato, dicono: e tu pensi: "cazzata", ma è così. Arrivi al supermercato, squadri tutte le marche famose, poi opti per un'etichetta assolutamente sconosciuta che viene penultima in ordine di prezzo, perché è inutile avvelenarsi con stile. La porti a casa. Qualche giorno dopo sviti il tappo giusto per sentire: mio dio, che schifo, è orribile, non ne berrò più. Perfetto. Missione compiuta. Passa un anno e c'è da tornare alla campana del vetro.
La cosa curiosa è che le rare volte che uscendo ti capita di ordinare un whisky (uno whiskie?) (un bourbon), dicevo, la cosa curiosa è che ovviamente opti per una di quelle marche famose che a casa non bevi, e il risultato è sempre quello: mentre sorseggi il superalcolico ambrato pregiato e reclamizzato, ti viene una gran nostalgia di quel succo di malto di discount che tieni a casa. E' un vero mistero, che si può spiegare così: bisogna educare il palato, la lingua preferisce la cosa pessima che conosce già alla cosa migliore che ancora non conosce, ecc. ecc. ecc.
Se hai mai conosciuto veramente un barista, c'è un'altra spiegazione, ovvero: la bottiglia del superalcolico ambrato pregiato e reclamizzato è stata vuotata da tempo, e vi è stato travasato l'unico succo di malto che al discount costava meno del tuo.
Fine del pezzo. A proposito: benché abbia qualche ridicolo e localizzatissimo effetto analgesico sul mal di denti, il whisky non rappresenta una valida alternativa a nessun tipo di farmaco. Non è mai stato prescritto da nessun dottorone col cognome tedesco, quindi ciccia.
martedì, febbraio 02, 2010
La via dell'inferno è lastricata di citazioni alla cazzo
(Persino quando si autodistrugge, Morgan deve fare namedropping. Naturalmente se dopo aver letto la sua intervistina un centinaio di fans proverà a curarsi il mal di vivere col crack sarà tutta colpa della Scuola e delle loro Famiglie).
Per la cronaca: Freud condusse esperimenti sull'uso terapeutico della cocaina, ci perse un amico, e concluse che era meglio di no.
lunedì, febbraio 01, 2010
Diritto di replica
Leonardo ********, su "l'Unità", ha scritto che nel suo libro vi è un'immagine marginale del mondo web, paragonando la sua visione degli internauti a una "visione da grattacielo". Ossia, Stella giudica il web dall'alto scranno del "Corriere"...Preciso che il libro non l'ho letto, e che nel mio pezzo mi riferivo semplicemente a un suo breve editoriale. Comunque l'immagine di Stella che "pattuglia tutta internet" mi fa un po' impressione. Magari è vero. Io su Internet ci sto parecchio, e mai e poi mai mi sognerei di affermare che sto "pattugliando internet". Mi chiedo quante ore giornaliere richieda il pattugliamento di internet: cinque, sei? Mi chiedo anche se esiste un'espressione inglese analoga a "pattugliare internet"; se un qualsiasi giornalista anglosassone degli ultimi cinque o sei anni l'abbia potuta coniare senza rischiare il ridicolo.
Non è vero, passo molto tempo in internet. Per fare questo libro ho pattugliato tutta internet in modo sistematico, frequentando poco i siti "ufficiali", come quelli dei quotidiani. Visto che siamo in argomento, sono contrario ai bavagli preventivi delle comunità online. Ci sono già le leggi, basta applicarle. Se uno dice in un forum "paralitico di m." a Bossi, deve essere condannato, perché non è una semplice opinione.
Comunque il risultato di tutto questo pattugliamento è frustrante: non trovi Malvino, non trovi Lia, non trovi Bettty Moore, niente che somigli da lontano a un contenuto di qualità. Pattugli, pattugli, e alla fine trovi solo qualcuno che scrive a Bossi "paralitico di m.".
Il che, come tutti sanno, purtroppo è impreciso.
Bossi non è paralitico.
domenica, gennaio 31, 2010
sabato, gennaio 30, 2010
Per un pugno di segale
Anzi voglio condividere un sospetto: magari non stava simpatico nemmeno a Salinger. Può darsi che la sua intenzione fosse ritrarre un giovane che studia da cretino, mentre compie tutti i passi cruciali che lo trasformeranno in un perfetto cretino disadattato. Può darsi che Salinger l'avesse inteso in questo modo, e che il successo lo abbia spiazzato, spingendolo a concludere che erano cretini anche i lettori, cretino l'universo, e andatene affanculo tutti quanti (e no, non ve li vendo i diritti).
Non ho prove ovviamente. Però quella famosa citazione, una delle più banali, quella in cui dice che dopo avere letto un libro gli piacerebbe telefonare allo scrittore a qualunque ora della notte, ecco: se ci pensi bene, è un cretino che ragiona così. Se non già un cretino fatto e finito, comunque un cretino molto promettente. Non si telefona agli scrittori, come può venirti in mente un'idea così... loro quel che potevano dirti lo hanno già messo nero su bianco, non c'è niente da aggiungere, e non sono tuoi amici. Io la penso così, più o meno; ma il mio parere non è che conti molto. Conta molto di più il fatto che anche Salinger la pensasse così. Altroché se la pensava così. In pratica ha passato la vita a difendersi dagli holdenoidi che telefonano agli scrittori. Non so, magari è un'osservazione banale che hanno fatto già in centinaia. Poi chi l'ha detto che bisogna fare osservazioni originali.
E comunque non ce l'ho con nessuno, sono convinto sia un ottimo libro, e se avete amato Holden, vi do questo consiglio: provate a rileggerlo col presupposto che sia un aspirante cretino. Garantisco che è bello lo stesso. I classici sono fatti così.
giovedì, gennaio 28, 2010
mercoledì, gennaio 27, 2010
martedì, gennaio 26, 2010
Invece secondo me D'Alema è utilissimo
lunedì, gennaio 25, 2010
E poi cos'è 'sta storia che non bruciamo più neanche le streghe?
sabato, gennaio 23, 2010
venerdì, gennaio 22, 2010
Squallore, il tuo primo nome è Vittorio (Feltri il cognome)
Al modo in cui l'Impero Romano è finito con gli aneddoti sulla gallina di Romolo Augustolo, la civiltà italiana finisce quindi con questo incestuoso quadretto - i figli del Grande Giornalista che si portano le tipe in casa, perché fuori è pieno di squallidi "motel" con i rumeni che stuprano, e dopo mezz'ora riemergono affamati "come camionisti", quindi chiamano mammà che ha sempre il sugo pronto sul pentolino; il tutto mentre il Grande Giornalista, pipa in bocca, il Grande Giornalista, compiaciuto, il Grande Giornalista, ma dobbiamo proprio aggiungerlo? Non potreste fare da soli? Il Grande Giornalista, insomma, attento ascoltatore dei guaiti e dei rutti della gioventù, si masturba deliziato.
mercoledì, gennaio 20, 2010
martedì, gennaio 19, 2010
Di Craxi
(Ragionamenti più elaborati tra breve, sul blog noioso).
Melodrammalandia
Il problema - ma è un problema? - è che La prima cosa bella mantiene esattamente le promesse del trailer: ehi, non è che vi mancava un film dove i membri di una famiglia italiana vintage si fanno delle gran scenate? Si menano, si tirano i capelli, piangono, cantano a voce alta sull'autobus? Non vi preoccupate, sta arrivando la pellicola per voi.
Che idea, un film sui famigliari che urlano. I fratelli comunicano attraverso un sistema di picchi in testa. La reazione più introversa è pisciarsi addosso. E una madre non può spegnersi in ospedale, no, deve sputar sangue mentre il figlio, avrà quarant'anni, attacca briga a dei ragazzini, perché siamo in Italia, cioè, cazzo guardi?
Fine primo tempo. Luci.
"Boh, ma sai che Kekkoz ha scritto che lo ha visto e ha pianto tutto il tempo, come fa uno a... ehi, ma cos'hai? Una crisi allergica?"
"Sto piangendo dal minuto 2, idiota".
Si simpatizza col personaggio Mastandrea (ho imparato a scrivere correttamente Mastandrea) più che altro perché si intuisce la sua necessità di silenzio, pace, foss'anche morfina, insomma tacete tutti quanti una buona volta, odiatevi o amatevi ma in silenzio, come nella cinematografia nordica o anche solo in Francia. Sarà un problema mio. Che poi le faccio anch'io le scenate, però me ne vergogno. Mi contorco nelle mie radici. Mi sembra l'unica cosa sensata da fare.
giovedì, gennaio 14, 2010
martedì, gennaio 12, 2010
Ma Vittorio Feltri riesce ad aver torto anche in questa occasione
Dunque l’abbiamo sentito da una voce inaspettata e insospettabile: stavolta hanno ragione i negri.
Ma invece no. I torti e le ragioni, se se ne vogliono apprezzare i rispettivi profili ben distanziati e complementari, occorre cercarli a ragguardevole distanza dagli eventi di Rosarno. I torti e le ragioni stanno laddove si stabiliscono le regole. Perché è lì che si favoriscono o si evitano i presupposti per quelle occasioni che notoriamente fanno l’uomo ladro. I torti e le ragioni vanno cercati dove si mettono in piedi i rapporti di scambio e le regole di movimento degli individui. Perché è lì che si crea il bisogno di taluni di muoversi e al contempo gli si vieta di farlo legalmente. E’ lì che “abbiamo bisogno di manodopera a basso costo per resistere alla concorrenza delle arance spagnole” e al tempo stesso “questo paese non può ospitare chiunque, indiscriminatamente” (V. Feltri). E’ lì che il mercato acquista la legittimità di essere globale e l’egoismo quella di poter stare racchiuso nelle frontiere che più gli s’accomodano. E’ li che prende spessore la pretesa di “essere padroni a casa nostra”. Perché è lì che si definisce quale sia esattamente questa casa e quanto esattamente sia nostra. E’ proprio a queste regole, a quelle vigenti, che il direttore Feltri ha sempre plaudito. Ma queste regole sono fatte in modo che i negri, o la più parte di loro almeno, ne debba stare fuori. E siccome ne sta fuori, che gli sia tolta anche la parola. Sarebbe qui facile eccepire che togliendo a un uomo la parola gli si lascia solo la violenza. Ma è altrettanto evidente che chi usa la violenza è una bestia, e come tale deve essere trattato.
E allora caro Feltri, anche stavolta hanno ragione i bianchi. Che la violenza la esercitano nella maniera organizzata - e quindi vincente - di chi, avendo fatto le regole, ha poi il sacrosanto diritto di farle rispettare. Entro i confini che più gli s’accomodano naturalmente, altrimenti la concorrenza delle arance spagnole chi la regge più?
lunedì, gennaio 11, 2010
In morte di Eric Rohmer
venerdì, gennaio 08, 2010
giovedì, gennaio 07, 2010
Chi vola vale ma occhio alle pale
Povero rapace. Ci sono studi confortanti sul rapporto tra uccelli e pale eoliche, ma pare che gli avvoltoi facciano eccezione
Ognuno è il fighetto del prossimo
Questo per dirvi che se leggete in giro che io sono un "giornalista dell'Unità", ehi, calma, non è assolutamente successo niente. Sto mandando un pezzo alla settimana al sito on line. Non si diventa giornalisti così, neanche se stessi facendo dei reportages che non sto facendo.
E' Messora che su Byoblu ha scritto il mio nome e cognome accanto alla denominazione "giornalista dell'Unità". Il motivo per cui ha fatto ciò è abbastanza curioso. C'è una classifica (tra l'altro io credevo che fossero un po' passate di moda, le classifiche) di Wikio in cui il suo blog è il quarto in Italia nella categoria "politica". Lui a questa cosa evidentemente tiene molto, quindi ci scrive su un pezzo. E siccome ci tiene a far vedere che gli altri di questa classifica sono pezzi grossi - oppure semplicemente pezzi del sistema, mentre lui è fuori dal sistema - per lui e per i suoi lettori io (che sono persino sotto di lui), divento un giornalista dell'Unità. Ora posso anche permettermi una lussuosissima Billy finto faggio.
La cosa veramente interessante il realtà sono i commenti, in cui Messora spiega che ok, le classifiche vanno bene, ma, per dirla con un espressione di un suo lettore, "il fieno comincia a scarseggiare". Messora risponde alle domande con puntualità e trasparenza, bisogna dargliene atto, sciorina cifre e bilanci, e quel che se ne ricava è che un blog giornalistico professionale indipendente oggi in Italia non è sostenibile. Grazie tanto, in Italia non si sostengono neanche i giornali... sì, però i lettori di Messora chissà cosa si credevano. Che il bannerino dell'IdV fruttasse un fantastiliardo al giorno, boh? (I lettori di Messora sono strani. Ce n'è uno che lo ringrazia perché "È solo da alcuni mesi per es. che ho saputo, tramite proprio un video del tuo blog, che Berlusconi faceva parte della P2". 'Azz, chissà quando gli diranno che era amico di Craxi).
Placido ricorda Praz
Repubblica — 17 giugno 1993 pagina 35 sezione: CULTURA
Non mi piace il modo in cui torna alla ribalta un maestro glorioso come Mario Praz. Non mi piace il modo in cui viene ricordato. Si, lui, proprio lui, Mario Praz. Ovvero - per non pronunciarne il nome - l' Anglista. Ovvero, per evitarne il cognome (per carità, chissà cosa può accadere) l' Innominabile. Ma quale Innominabile. Piantatela piuttosto di ricorrere agli scongiuri, di toccar ferro, di abbozzare i vostri grotteschi gesti apotropaici. A nominare Mario Praz, a leggerne il nome stampato, non succede proprio niente. Eppure il Professore viene ricordato (quando viene ricordato, ciò che è un bene) innanzitutto per quella. Per la sua mala fama di iettatore. Lo ricorda così Giorgio Soavi nel racconto centrale "Professore di inglese" del suo Passioni, tre storie da romanzo (Camunia, 1993). Lo ricorda così l' autorevolissimo studioso francese Marc Fumaroli (quello de Lo Stato culturale, Adelphi) nell' introduzione a Le monde que j' ai vu, una raccolta dei saggi di Praz tradotti e pubblicati adesso in Francia (Julliard, Parigi, 1993). Nell' uno e nell' altro caso - nel racconto di Soavi, che è un garbato, affettuoso racconto, nello scritto introduttivo di Marc Fumaroli, che è serio e documentato - le solite storie. Piombi che si squagliano, in tipografia, all' apparizione di un articolo di Praz. Ascensori che misteriosamente si fermano (si fermavano) quando lo si va (lo si andava) a trovare nella sua casa, la famosa "Casa della vita". Lampadari che crollano, o minacciano di crollare, mentre egli vi offre (vi offriva) in quella casa stregata il tè. Ancora: si evita accuratamente di nominarlo, pur riferendosi evidentemente a lui, in quell' eccellente energico saggio-pamphlet che è Di scuola si muore di Giovanni Pacchiano (Anabasi). Niente di tutto questo risulta a chi scrive. Ho frequentato le lezioni di Letteratura inglese di Mario Praz per due anni successivi (erano gli Anni ' 50). L' ho visto e sentito qualche volta, dopo. I piombi non si squagliavano, le lampadine non esplodevano, gli ascensori non si fermavano. Nell' autunno del 1963 c' era non so qual Convegno letterario a New York. C' era anche lui, Praz. Andai a stringergli la mano, prima della partenza: "Professore, io parto domani, posso salutarla?". "Buon viaggio", mi augurò. "Buon viaggio!" rifecero sgomenti gli anglisti, gli americanisti presenti alla scena. Ma davvero vuoi partire domani? Gli hai stretto la mano! E mi consigliavano di cambiare volo. O di prendere la nave. Alcuni, di tornare in Italia a nuoto. Non si sa mai, con la iettatura. Non accadde nulla, naturalmente. Nulla di speciale. Gli aerei non cascano per così poco. E i lampadari nemmeno. Ognuno può coltivare le superstizioni che crede, si capisce. Correndo però il pericolo di sprecare tempo ed energie, nei suoi faticosi (e sconvenienti) rituali di scongiuro. Non avendo la suddetta preoccupazione, mi impegnai ad osservarlo, in quei due anni dei lontani Anni Cinquanta. Per tentare di carpire il suo segreto. Doveva averne uno. Perché era così difeso, così chiuso? Così gentile ma riservato, ma impenetrabile? Tiro ad indovinare. Non si sentiva amato. Non si sentiva fisicamente amabile. Il modo in cui leggeva in classe il più celebre verso del Doctor Faustus di Marlowe: "Sweet Helen, make me immortal with a kiss" non lasciava dubbi, in proposito. Non c' era nessuna Elena - egli pensava - che avesse voglia di renderlo immortale (quanto meno: un po' meno infelice) con un bacio, una carezza. Le sue lezioni universitarie erano secche e semplici. Austere, esemplari. Non concedeva molto. Non si concedeva. Ma una mattina, me ne ricordo benissimo, si abbandonò ad una lunga, imprevedibile divagazione. Si mise ad elencare tutti i luoghi - romanzeschi o poetici in cui si parla di povere vite perdute, o incompiute. Fallite, spezzate. Di promesse non mantenute, di fiori non sbocciati, o se sbocciati non raccolti. Di talenti deperiti nella penombra. Pareva non dovesse terminare mai, quell' elencazione elegiaca. La sua cultura prodigiosa gli suggeriva associazioni nuove, nuovi esempi. Ne ricordo, sfortunatamente, uno solo. Quello che chiude la poesia "Le Guignon" (la scalogna, la malasorte) nei Fiori del male di Baudelaire. Dove si parla di fiori che invano cercano di attrarre a sé l' attenzione, emanando il loro profumo migliore, che si disperde però nella solitudine: "Mainte fleur épanche à regret / Son parfum doux comme un secret / Dans les solitudes profondes". Ci ho ripensato. Leggendo l' introduzione di Fumaroli che ho dianzi citato. L' illustre studioso francese si chiede - è una vecchia domanda - perché le collezioni di Mario Praz, le celebri collezioni - quadri, ninnoli, oggetti - custoditi nella sua celebre Casa della vita non contengano capolavori. Ma certo! A lui non interessavano i geni, i picchi. Quelli costruiscono dei capolavori, che saranno ricordati. A lui interessavano le realtà medie, ma decorose; le esistenze medie, ma decorose, che saranno fatalmente dimenticate. Sono queste che egli teneva a ricordare, a conservare (non è questa una funzione della Letteratura: riscattare dall' oblio le piccole esistenze?). Forse temeva che anche la sua opera sarebbe stata inesorabilmente dimenticata. Non è così. Non ancora, per fortuna. Ma quant' è triste veder ricordato Mario Praz - l' Anglista, l' Innominabile - sempre e quasi soltanto per le sue presunte influenze malefiche. Faceva squagliare i Piombi (di Venezia?), faceva crollare i lampadari. Non mi sembra rispettoso nei confronti di questo grande studioso che ci ha lasciato La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica. Questo figlio di Saturno. Questo gran malinconico. Nominabilissimo. Nobilissimo. - BENIAMINO PLACIDO
mercoledì, gennaio 06, 2010
Quanto valgono oggi le vecchie dieci lire
Notare come regge bene il tempo, soprattutto con quell'incipit, formidabile: tra quarant'anni ci sarà ancora qualcuno che comincia un pezzo così: "Radio radicale" sta per chiudere. Come descriva già, nel 1986, con precisione millimetrica lo stesso sentimento che tanti di noi (ma noi chi? ex lettori di Placido?) provano tuttora per i radicali. La scioltezza con cui passa da un capoverso all'altro da "froci!" "puttane!" ad André Malraux.
Notare infine come accanto alla citazione dotta ci sia lo spazio per una notazione sociologica mica di poco conto ("la ricerca del nemico"), ma che quello che fa veramente lievitare il pezzo siano i dettagli; il realismo balzacchiano dello "specialista in malattie urogenitali". E il classico finale in cui torna un dettaglio iniziale, le dieci lire: Placido era un maestro in Ringkomposition. Sicché alla fine quello che ti resta è un piccolo racconto: Placido che va a trovare i giovani radicali, loro che gli spiegano un po' di cose (nota anche questo: Placido è uno che racconta come impara le cose), Placido che se ne torna a casa rimasticando Malraux con 10 lire in tasca.
Tutto questo nel 1986, e insomma, io avevo 13 anni. Beniamino Placido era di gran lunga la cosa più intelligente che potessi trovare su un pezzo di carta stampata. Mi manca tantissimo, mica da oggi. Le vecchie dieci lire non hanno più prezzo.
Il pezzo:
SONO andato a far visita a quelli di "Radio radicale". E' una visita che mi ripromettevo di fare da tempo. "Radio radicale" sta per chiudere. Me ne dispiace: come a tutti. "Radio radicale" ha fatto cose importanti. Ha registrato dibattiti e processi importanti. Che possono essere utili agli studiosi. L' ho sempre rimandata, questa visita, per timore che diventasse una visita di maniera: un adempimento convenzionale. Ma anche - lo confesso - perchè non è facile raggiungere "Radio radicale". Non che stia in capo al mondo. Tutt' altro. Sta proprio nel centro di Roma, dalle parti della Stazione Termini. Ma sta anche al quinto piano. E' servita da un ascensore che funziona ancora (pensate un po' ) con dieci lire. E chi l' ha più vista, ultimamente, una moneta da dieci lire? Chi ce l' ha più? La prospettiva di farsi cinque piani a piedi, nella Roma di questi giorni, con trentacinque gradi all' ombra, è avvilente. Tuttavia non ho potuto proprio rimandare oltre. Quello che è accaduto (e sta accadendo ancora) in questi giorni è di qualche interesse. "Radio radicale" ha messo le sue quattro segreterie telefoniche, e poi il suo microfono, a disposizione di chiunque volesse telefonare: per sessanta secondi. Con le conseguenze che ormai conosciamo tutti. Le abbiamo lette e viste commentate - variamente - sui giornali. COSI' MI SONO FATTO CORAGGIO. Mi sono anche procurato - sia pure avventurosamente - una moneta da dieci lire e sono andato a trovare quelli di "Radio radicale". Vivono (lavorano, bivaccano) in uno di quei lugubri palazzi che i piemontesi costruirono intorno alla Stazione, quando arrivarono a Roma. Nell' ingresso c' è l' insegna di un albergo: modesto. Di una pensione: modesta. E di due medici. Uno specialista in "malattie urogenitali". Uno specialista in "sessuologia". E' giusto che sia così. I radicali hanno rivalutato il "privato". Ci hanno rammentato che la notte è importante quanto il giorno, nella nostra vita. E di notte riemergono problemi che fanno capo - quando irrisolti - a quel tipo di specializzazione medica, più o meno raffinata. Trovo uno sciame di ragazzi curvi sulle segreterie telefoniche. Che intanto stanno ribollendo. Ieri sono arrivare poco meno di duemilacinquecento telefonate. E questa è ormai la media quotidiana. Quei ragazzi - volontari - registrano e trascrivono tutti i messaggi. Mi regalano un bel pacco di trascrizioni, che poi leggo e annoto con calma. Confermano quello che sappiamo dai giornali. Esiste un' Italia attraversata da sordi rancori e furenti conflitti: fra Nord e Sud; fra "fascisti" e "comunisti" (o sedicenti tali); fra laziali e romanisti; fra uomini e donne ("froci!", "puttane!"). MA SE VAI A CONSIDERARE BENE, mi dice Paolo Vigevano (è con lui che parlo, e con Valeria Ferro) vedrai che la motivazione fondamentale è la ricerca di un nemico: dovunque, comunque. Perchè è un nemico che ti fa sentire vivo. E' un nemico che ti regala uno straccio di identità. E' giusto che sia così. Per anni i radicali si sono impegnati fortemente nella ricerca di un nemico. E hanno anche creduto di trovarlo. Nei mass-media, che li perseguitavano, secondo loro. Naturalmente, non li perseguitavano affatto. Però mi rendo conto che sto dicendo, sui radicali, delle cose involontariamente aggressive. E' anche giusto che sia così. Ho, come tutti, un atteggiamento contraddittorio nei confronti dei radicali. Almeno tre volte al giorno li troviamo simpatici. Ed altrettante, nella stessa giornata, antipatici. Però è anche giusto dire un' altra cosa che fa onore ai radicali, e che rinvia al segno veramente distintivo della loro presenza. LO SCRITTORE FRANCESE ANDR MALRAUX ha scritto una delle frasi più belle di questo secolo: "La vita umana non vale niente, ma niente vale quanto una vita umana". Che la vita umana non valga niente, lo sappiamo bene. E lo tolleriamo anche, con sonnolento cinismo. I radicali ci hanno ricordato sempre, in questi anni, che è vera anche la seconda metà della frase. E' vero anche che niente vale quanto una vita umana: quando si spegne per fame in Africa; ma anche quando si esprime - con rabbia furore frustrazione - a "Radio radicale". Anche queste sono vite che andrebbero ascoltate: qualche volta anche rispettate; certo, studiate. Forse è una posizione prepolitica, questa radicale. Di cui però ogni politica dovrebbe tener conto. Quando mi congedo, i radicali mi regalano una moneta da dieci lire: "per la prossima volta". Ecco: "Radio radicale" è l' unico posto di Roma, forse d' Italia, dove dieci lire valgono ancora qualcosa. Ma quanto valgono dieci lire, in concreto? - di BENIAMINO PLACIDO
Il corriere del crepuscolo
Update: e poi ancora con 'sta storia della luna blu, diomio, continuano a rifriggere la stessa cazzata da quando ero bambino.
martedì, gennaio 05, 2010
Find:Bordone Replace:Pastore
Ciò non toglie che quando ho saputo che chiudevano Condor sono rimasto un poco imbarazzato, perché... tutti ne parlavano come di una cosa veramente interessante, e inoltre... ci fu un paio d'anni fa uno scontro abbastanza brusco tra me e Sofri, ai tempi in cui la7 licenziò in tronco Luttazzi, durante il quale io mi sbilanciai dicendo che avrei difeso chiunque fosse stato licenziato in tronco per motivi del genere, compreso Luca Sofri. Poi effettivamente gli hanno chiuso la trasmissione e... sì, però chiudere una trasmissione non è esattamente come licenziarlo in tronco... (o no?) e poi non è successo per via di una battuta cattiva alla Luttazzi (o no? O forse dovrei indagare meglio?)
Insomma, stavo naufragando nel mio abituale bicchier d'acqua d'imbarazzo, quando ho letto questo pezzo di Bordone che è veramente una bella pagina, un modo nobile di fare i conti con un'azienda che rappresenta tante cose nel bene e nel male, e nel suo caso ha rappresentato anche una fetta di vita. E soprattuto mi ha confortato: non c'è stata nessuna censura, nessun licenziamento in tronco, il tempo passa, le gestioni cambiano, le trasmissioni finiscono, Bordone non si è ancora trasferito sotto un ponte e neanche Sofri, immagino.
Poi però ho scoperto chi è arrivato al suo posto, vale a dire Carlo Pastore.
Che può stare antipatico o simpa, io cerco di non maturare giudizi affrettati, ma quello che mi chiedo è: come funzionano le sostituzioni in Rai? Hanno una specie di control F umano? Un “Trova: Bordone / Sostituisci: Pastore”? È già la seconda volta che tolgono quello alto con la barba appassionato di telefilm e ortodattilografia e ci mettono quello fighetto con la frangia che piace alle giovini? (non sono nemmeno sicuro che abbia la frangia e non voglio controllare, per me Carlo Pastore ha la frangia anche se non l'avesse, è una specie di Frangia Interiore, una condizione dello spirito). Tutto questo vuol dire qualcosa? Che la mia generazione, generosamente incarnata in Bordone, ha cagato la minchia, ma in modo così perentorio e irrevocabile, che merita di essere spazzata via da qualcosa di così inconsistentemente vacuo come la Frangia Interiore?
La prima volta che il Trova/Sostituisci ebbe luogo fu il Processo a X Factor. Sì, sì, lo so, seriosi lettori operai di Piste che il sabato pomeriggio avete tutti meglio da fare, lo so, lo so. Ma c'è un dettaglio che mi spezza il cuore, ovvero: mia suocera tiene a balia una bambina, che a volte al sabato ci vede arrivare in coppia, ma il più delle volte vede solo la mia compagna, e allora domanda: “E Naddo? Dove Naddo? (Trad.: “in quale luogo si trova il barbuto personaggio che risponde al nome di Leonardo?”) L'anno scorso a quel punto bastava accendere la tv e mostrargli Bordone processante XFactor, aveva la barba e gli occhiali, tanto bastava: “Ecco Naddo!” Ché in tv mica si vede, il mezzo metro di differenza.
Ora a questa bambina mica le puoi mostrare Carlo Pastore. Non c'è proprio nessuna somiglianza. Io potrei essere il suo insegnante. Da un punto di vista anagrafico, intendo. (Da un punto di vista esistenziale, immagino che dovrebbe essere lui a insegnare cose a me: come essere figo, come contrabbandare una scalcagnata banda di teen crucchi in un fenomeno mondiale, come sopravvivere al naufragio di Mtvitalia, insomma come sviluppare una Frangia Interiore. Ma sarei un pessimo studente, sospetto).
E il discorso potrebbe prolungarsi, ma mi fanno sapere che in Corso Pio c'è ancora un paio di NewBalance a 70euro, ciao.
lunedì, gennaio 04, 2010
Spiegatelo a Brunetta
TOGLIATTI. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TOGLIATTI. Qui si tratta di scegliere tra due formule: « Repubblica democratica fondata sul lavoro » oppure: « Repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro ».
Queste due formule vengono presentate dopo che è stata respinta la formula da noi presentata, alla quale avevano aderito alcuni Gruppi e che diceva: « Repubblica democratica di lavoratori ».
Di fronte all'alternativa che adesso si presenta, devo dichiarare, a nome del Gruppo al quale appartengo, che noi preferiamo la formula proposta dall'onorevole Fanfani: « Repubblica democratica fondata sul lavoro».
Il motivo mi sembra evidente: prima di tutto la formula del collega Fanfani è quella che più si avvicina a quella che noi avevamo presentato. Per questo semplice motivo, noi avremmo il dovere di votarla.
Per la sostanza, la formula « Repubblica fondata sul lavoro », si riferisce a un fatto di ordine sociale, e quindi è la più profonda; mentre la formula che viene presentata dall'onorevole La Malfa ed altri colleghi, trasferendo la questione sul campo strettamente giuridico e introducendo anche una terminologia poco chiara e poco popolare sui « diritti di libertà » e « di lavoro », ci sembra sia da respingere. Da ultimo, essa se mai non è appropriata a questa parte della Costituzione, ma appartiene alla seconda parte, alla parte successiva.
Per questi motivi, il nostro Gruppo voterà contro la formula dell'onorevole La Malfa e in favore della formula dell'onorevole Fanfani. (Commenti).
PERSICO. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PERSICO. Di fronte alle dichiarazioni che sono state fatte dall'onorevole Togliatti, dichiaro, anche a nome dei miei amici, di ritirare la domanda di appello nominale, pur non essendo convinto che la formula « fondata sul lavoro » sia più ampia e più comprensiva di quella proposta dall'onorevole La Malfa, la quale riafferma i due pilastri della moderna democrazia, fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro. Mi dispiace che l'onorevole Togliatti non abbia voluto comprendere il maggior valore giuridico e sociale della formula proposta dall'onorevole La Malfa, fatta propria da quattro Gruppi di sinistra. Comunque, dichiaro, a nome del Gruppo socialista dei lavoratori italiani, che voteremo a favore dell'ordine del giorno La Malfa.
TOSATO. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TOSATO. Noi voteremo contro l'emendamento proposto dall'onorevole La Malfa, non tanto per ragioni sostanziali, quanto, soprattutto, per ragioni di ordine formale, di stile, di accento politico. La Costituzione infatti non è soltanto un documento giuridico, ma soprattuto un documento storico-politico. Che la democrazia sia fondata sui diritti di libertà e del lavoro è un fatto acquisito. L'elemento, il fatto nuovo, il momento nuovo da mettere in particolare rilievo nella definizione dello Stato repubblicano democratico italiano, è l'elemento del lavoro, ed è per questo che noi parliamo soltanto del lavoro.
MOLÈ. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MOLÈ. A nome del gruppo democratico del lavoro, dichiaro che voteremo l'emendamento La Malfa, perché se noi potevamo votare la formula la quale parlava di una Repubblica democratica di lavoratori, non possiamo votare l'emendamento Fanfani, per i motivi espressi da molti oratori circa la equivocità della formula « fondata sul lavoro », poiché pochi momenti fa abbiamo sentito anche affermare che ogni Stato, anche schiavista, è fondato sul lavoro. (Commenti). Con la formula « sui diritti del lavoro » si pongono, invece, in primo piano i diritti del lavoro.
Noi votiamo anche l'altra formula, « sui diritti di libertà », perché intendiamo che lo Stato sia una democrazia della libertà e del lavoro e congiunga la doppia istanza della giustizia sociale e della imprescrittibilità dei diritti di libertà umana. È la formula che ci lasciò Giovanni Amendola morendo, per esprimere la necessità di questa composizione fra le due supreme esigenze della vita sociale, democrazia economica e democrazia politica. Per questi motivi noi voteremo l'emendamento La Malfa.
LA MALFA. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Onorevole La Malfa, ella ha già svolto l'emendamento e quindi ha già fatto la sua dichiarazione di voto.
ORLANDO VITTORIO EMANUELE. Chiedo di parlare per una brevissima dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ORLANDO VITTORIO EMANUELE. Nel mio recente discorso manifestai il mio pensiero direttivo, cioè a dire che le definizioni non trovano posto nei documenti legislativi, il che significa che io sono indifferente. Sarà una mia deficienza, ma non le sento. Quindi, in generale, mi asterrò sempre.
PRESIDENTE. L'onorevole Persico ha. ritirato la richiesta di votazione per appello nominale. Pongo, quindi, in votazione, per alzata e seduta, l'emendamento presentato dall'onorevole La Malfa: « L'Italia è una Repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro ».
(Non è approvato).
La prima parte del secondo comma di un emendamento presentato dall'onorevole Condorelli è così formulata: « La Repubblica italiana ha per fondamento la sovranità popolare ».
Credo che occorra procedere alla sua votazione, perché se fosse accettata la formulazione dell'onorevole Fanfani non si potrebbe più procedere alla votazione dell'emendamento Condorelli. Pongo pertanto in votazione il secondo comma - prima parte - dell'emendamento dell'onorevole Condorelli.
(Non è approvato).
Pongo in votazione il primo comma dell'emendamento Fanfani, Grassi, Moro e altri:
« L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro ».
(È approvato).
sabato, gennaio 02, 2010
Mortazza tua
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