giovedì, maggio 19, 2005

il viso di Clementina Cantoni

Clementina Cantoni ha 32 anni. Quando il suo volto è passato in tv, io ho avuto paura: di conoscerla. Ho dovuto penare un po' per convincermi di non averla mai incontrata. Qualcosa del genere, in passato, mi era già successo con Simona Pari e Simona Torretta.

Sarà forse che queste cooperanti, nelle foto in cui sorridono, hanno davvero quell'aura qualunque della vicina di casa, della compagna di classe. L'idea che qualcuno le abbia rapite, che qualcuno possa deliberatamente farle del male, mi disturba nel profondo, più in profondo del solito fastidio del telespettatore sensibile alle tragedie del mondo. Naturalmente, ogni giorno in Iraq e in Afganistan (e altrove) muoiono decine centinaia di persone: ma non hanno il volto di una mia compagna di banco.

Ora mi tocca disseppellire una parola che odio ma è inutile girarci tanto intorno: generazione. In un senso più lato ma neanche troppo lato Simona Torretta, Simona Pari, Clementina Cantoni, sono davvero mie compagne di classe o pianerottolo. Appartengono alla mia generazione. Ho questa illusione forte, di capire esattamente perché sono lì e perché fanno quel che fanno. Se le sento parlare, mi sembra di aver chiacchierato con loro a lungo anche troppo a lungo, finché erano loro a voltare il sacco a pelo e buonanotte, domattina c'è molto da fare.

Anche Enzo Baldoni mi era in qualche modo familiare: amava cose che io amavo, traduceva i miei fumetti preferiti, aveva motivazioni forse un po' stravaganti che però riuscivo a capire. Anche Giuliana Sgrena. E sì, anche Fabrizio Quattrocchi, per quel poco che ho imparato di lui, si lasciava identificare con un certo tipo di italiano che conosco. Ma quelli, appunto, erano pubblicitari, giornaliste, avventurieri: storie già sentite, ma che non erano la mia. La mia (pensavo) è ancora tutta da scrivere.

Con queste tre donne è diverso. Le chiamo donne, perché è giusto: e quindi, siccome ho esattamente la loro età, io sarei un uomo.
Queste donne, dicevo, dai visi ordinari, con notevoli competenze e ammirevole incoscienza, stanno scrivendo la pagina più interessante della loro generazione. Io, intanto, sto in Italia e scrivo di blog. Cosa scrivo? Rumore di fondo.

(il pezzo intero è su Vita)

domenica, maggio 15, 2005

working for the rat race

Io non me n'ero accorto, ma è così: ilderattizzatore è tornato! Dopo due anni, mi pare.

Il suo autore è lo stesso del Diario da Cuba, che a due anni di distanza continua a essere uno dei blog più belli mai scritti in Italia. A quel tempo faceva appunto il derattizzatore, una professione molto interessante e utile di cui si parla colpevolmente poco.

Oggi non fa più quel mestiere, ma ne fa uno ugualmente interessante, io trovo. E sarebbe bello sentirlo raccontare altre sue esperienze professionali, credo che riuscirebbe con poco sforzo e molta soddisfazione a creare un personaggio simpatico e acchiappante. Un po' come il Mickey Mouse anni '30-'40, che in una storia faceva l'idraulico, in un'altra il boscaiolo, in un'altra l'aviatore alla guerra mondiale, e intanto raccontava l'america: ecco, io Pocobene lo vedrei bene in quei ruoli lì.

(Invece di fare sempre il verso a Christian Rocca, che palle).

venerdì, maggio 13, 2005

la scrematura, appunto

"...una scrematura fisiologica (oggi circa il 60 per cento dei blog è costituito da diari personali) eliminerà la fuffa e premierà i weblog più utili, quelli di servizio, consolidandoli su livelli di alta professionalità"

Carlo Formenti, dicembre 2002 (in un'intervista all'Espresso, io l'ho rintracciato su Wittgenstein)

"Cari lettori,
Dopo ventinove mesi di attività (Dicembre 2002 - Maggio 2005) Quinto Stato sospende le pubblicazioni. [...] Purtroppo i progetti che avrebbero dovuto finanziare il salto di qualità non sono andati in porto, il che ci ha indotto a diradare il numero degli articoli e ad abbassare gli standard di qualità che eravamo riusciti a garantire nei primi due anni di vita del sito".
Carlo Formenti, maggio 2005
Niente da aggiungere (che non sia già scritto su Vita, intendo).

venerdì, maggio 06, 2005

ma indymedia è sotto sequestro? Sì? No?

Non ancora, direi. Il pezzo su Vita.

Un principio del giornalismo serio (non quello dei blog, per intenderci) è che i fatti riportati debbano sempre essere verificati. Il che non è sempre facile: ma quando il 'fatto' in questione avviene su internet, la verifica è spesso semplicissima e alla portata di tutti.

Per esempio, se stamattina il Corriere scrive che "Il sito Indymedia, una voce della sinistra antagonista italiana, è stato posto sotto sequestro", tutti possono andare a guardare su italy.indymedia.org e accorgersi subito che non è vero: Indymedia Italia è sempre là...

martedì, maggio 03, 2005

storie della mia Vita

Visto che non è moltissimo facile trovarli, penso di fare cosa non sgradita a segnalarvi i miei pezzi su Vita.

La truffa di Ratzingerboy

Prego, Europa.

Dossier Calipari: un blog è arrivato primo.

E poi è uscito anche un mio pezzo sul terzo numero di Sacripante!, che naturalmente vi consiglio tutto. E direi che avete da leggere per una settimana.

venerdì, aprile 22, 2005

ancora un poco e non mi rivedrete

C'è stato un periodo in cui scrivevo, tanto, per i fatti miei, senza far legger niente a nessuno (chiamiamola pubertà, anche se protratta indecentemente). Si chiamavano poesie, racconti, pensierini. Bruciare tutto.

Poi c'è stato un periodo in cui qualsiasi cosa scrivevo aveva dei lettori, pochi, ma esigenti, che collaudavano e correggevano a penna rossa. In quella fase in realtà non scrivevo nemmeno: scrivevamo. Ogni congiuntivo, ogni avverbio era immediatamente socializzato. Si chiamavano articoli, inchieste, saggi. Uscivano su riviste appositamente fondate. Conservare sullo scaffale più in alto, ogni tanto spolverare.

Poi ho scoperto internet e mi sono sentito libero di scrivere tutto quello che volevo, senza più condizionamenti sociali. Mai più mi avreste soppresso i miei avverbi preferiti, l'accento sul "se stesso". Si chiamavano mail torrenziali, e poi post, scritti sul blog. Virtualmente, potrebbero sopravvivermi su qualche server in California (se mi sopravvive la civiltà occidentale, e non è detto).

Poi, dopo tanto scrivere dei fatti miei per me, mi sono sentito solo. Ma sì, quelle belle redazioni di una volta non erano così male. E che bello vedere articoli di persone diverse su una stessa pagina, come musicisti in un gruppo, ognuno al loro posto. Allora ho aperto questo piccolo blog e ho mandato l'accredito a qualche vecchio redattore. Non è che voglio fare una rivista on line, ce n'è già. Ma giusto per tenersi in contatto, ormai ci vediamo così poco.

Non prendetela per una riunione di redazione, piuttosto per la post-riunione in birreria, che per me era un momento altrettanto prezioso. Sul serio, anche se per molto tempo mi sono fatto i fatti miei, in realtà avrei voglia di sapere come vi va, al telefono sono una frana. Tutto qui.

Non so neanche perché ho scritto questo, in realtà volevo avvisare che su Piste potrei latitare un po', visto che mi sono messo a scrivere anche su Vita, il prestigioso portale del non profit. E' sempre la mia sfrenata avidità che mi spinge a fare queste cose. Voi però scrivete qualcosa ogni tanto, dai. Tenetemi al corrente.

martedì, aprile 19, 2005

Ma Benedetto figliolo

E bravo l'umile vignaiuolo. Non so voi, ma io sono gelato.
La mia fidanzata si aggira per la casa con propositi empi ("facciamoci luterani! Pecchiamo un casino!"), e intanto la rai manda un'intervista di qualche tempo fa, in cui il Papituro attribuisce lo scandalo dei p e d o f i l i americano a un certo clima di lassismo nel clero in seguito al Vaticano II. Dico, è chiaro? Secondo Benedetto XVI il clima postconciliare ha favorito gli approcci dei preti ai bambini. Non saprei proprio cosa aggiungere.

Tranne forse una cosa: è scritto che c'è più gioia in cielo per una pecorella smarrita che viene ritrovata che per migliaia di pecoroni in piazza San Pietro a fare ciao con la manina durante i collegamenti (non è proprio così, ma quasi). Bene, credo che nei prossimi anni lo SS* stia programmando di smarrirne molte, di pecorelle. A maggior gloria di Nostro Signore, amen.

(*) Spirito Santo. O che pensavate?

Il Blog di Ratzinger Papa.

mercoledì, aprile 06, 2005

Unimaginative wanker

Rubrica di intrattenimento personale

Andy Warhol 'Blow job' (1964)

Trentasei minuti di macchina da presa fissa sulla faccia di un ragazzo che si suppone stia ricevendo un pompino. Blow job, il celebre film di Andy Warhol del 1964, mi pone due domande: perché si tratta un film da vietare ai minori di anni 18 come fosse un film porno (o almeno questo è quello che fa la Biblioteca della Sala Borsa di Bologna), e in secondo luogo perché è da considerare un'opera d'arte.

Niente di pornografico appare nel film, tranne il titolo. Bastano le occhiate che ogni tanto il biondino lancia verso la parte bassa dello schermo a suscitare la censura? Un ondeggiare ritmico del capo verso la fine e il socchiudere drammatico degli occhi?
Allora la pornografia sarebbe un linguaggio che scavalca il corpo. Non c'è niente di osceno ma, sembrerebbe dire Warhol, non ce n'è bisogno.
Certo, il paratesto è forte. Proviamo a dimenticare la Factory, la droga, i travestiti, le prostitute: guardando Blow job non è difficile annoiarsi. Per quasi tutto il tempo anche l'attore, sotto una luce verticale e impietosa, non sembra divertirsi più di noi. Capita di dimenticarsi del pompino. Si divaga, ci si domanda cosa stia guardando il ragazzo, se stia soffrendo (come a volte sembra), quanto sia realmente a disagio e se per davvero ci sia del sesso in corso.
Ecco allora cosa fa Blow job, portando la finzione a farsi sempre più rarefatta: sottrae al linguaggio pornografico ciò che la pornografia sottrae al sesso. Il linguaggio di Warhol riesce qui, per un istante malfermo, a illuminare il carattere di invisibilità della pornografia. E questa, cazzo, è un'opera d'arte.

venerdì, aprile 01, 2005

Dove sei stata?

Le persone come la Schiavo, che si trovano in una situazione d'incoscienza prolungata, a me pongono un problema. Che c'entra poco o niente col problema che tormenta gli americani, cristiani o no.

Il mio problema è un po' diverso, non riguarda il dolore, la sacralità della vita (che 2000 anni fa i cristiani sacrificavano allegramente, ma non importa), il tabù del dolore, eccetera. Io, quando vedo persone come la Schiavo - e ahimè ne ho viste, non mi sto a chiedere se soffrano o no, se abbiano il diritto a vivere o a morire o no. Il mio problema è: dove sono? Dov'è stata, Terri, in tutti questi anni?

Mi spiego. Da piccolo mi hanno spiegato che ognuno di noi ha un'anima, che è immortale. Perciò ho sempre diviso le persone in due insiemi: i vivi e i morti. I vivi sono quelli che si possono localizzare, e a cui si possono nascondere le cose.
Invece i morti sono quelli invisibili, che non necessariamente si fanno i fatti miei, però possono farseli. Specie i morti che mi conoscono bene, e che senza dubbio non si perdono un fotogramma di quello che faccio. (Di questa mia idea, fortemente paranoica, potrei incolpare il catechismo della Chiesa Cattolica, non fosse che è credenza diffusa in molti riti animisti, e quindi al massimo la Chiesa si è addossata il fardello di qualche archetipo dell'inconscio collettivo).

Poi, tra vivi e i morti, ci sono le persone come Terri Schiavo, che io non riesco a capire. Dove sono? Se sono vivi, sono lì. D'altro canto, è chiaro che lì non ci sono più. Stanno solo aspettando di andare altrove. Ma nel frattempo è come se non fossero da nessuna parte, e questa cosa mi sgomenta. L'anima è immortale, ma ogni tanto va in coma per dieci, vent'anni. Che senso ha?

Il problema è che confondo anima e conoscienza, e in un involucro ormai privo di conoscienza come Terri Schiavo non riesco più a vedere anima. Ma siccome l'involucro resiste, l'anima non può nemmeno essere altrove: è lì, in sonno.
Questa idea del sonno dell'anima mi perturba molto, e forse ho desiderato la morte di Terri Schiavo solo per liberarmene.

mercoledì, marzo 23, 2005

L'uomo che tirava sassi / contro sintesi e sintassi

Alberto Arbasino scrive troppo e male. Io l'avevo sempre sospettato, ma qui c'è uno studio stilistico. (O, ma è incredibile quanti blog belli e poco cagati ci sono in giro adesso)

Incregibile, amici! Ma perché lo fanno?

Nell'ultima versione dello spot fiat, la voce finto-brasileira commenta l'apparizione di un uomo in matrioska durante un corteo post-sovietico. Questo nel caso che ve la foste persi - in ogni caso credo che non mancheranno, nei prossimi giorni, le occasioni per impararlo a memoria.

Qui nessuno nega il professionismo dei pubblicitari fiat. Mai. In effetti la campagna è efficacissima, il tormentone Incregibile amici furoreggia nei corridoi delle scuole medie dell'obbligo. E' solo, come dire, vagamente un po' fuori target. Vendono macchine e hanno ordinato una campagna adatta a dei 14enni. Poi ha voglia Caravita a dirci: comprate italiano. Uno un po' si vergogna.

venerdì, marzo 18, 2005

la tragedia di un uomo bibliofilo

Marcello Veneziani ha questa bella casa con 15.000 volumi che sono la sua vita e che spesso rilegge, finché un giorno non litiga con sua moglie e deve sloggiare: ma i 15.000 volumi restano ostaggi, e la moglie ne dispone come vuole (li vende? li brucia?). Lui, disperato, ne scrive su Libero, e noi ci ridiamo su. Perché siamo, antropologicamente, un po' stronzi.

Io lo ammetto: qui volevo scrivere un pezzo su quanto siano scemi e poco previdenti gli intellettuali bibliofili, che costruiscono la loro casa sulla carta, invece di fare come me, che cerco semplicemente di affittare negli immediati pressi di buone biblioteche pubbliche (che in Emilia funzionano, finché qualcuno non cerca di ristrutturarle). Per questo, poi, posso trattare male la mia donna finché voglio, ed ella al limite può rifarsi sul giornale spiegazzandolo. Sì, io volevo usare questo spazio per ridere di una persona offesa in ciò che ha più caro, e approfittarne per ricordare che siamo più fighi noi del proletariato cognitivo, poveri ma furbi. Perché sono uno stronzo. E ammetterlo non basta. Devo espiare in un qualche modo.

Per esempio, potrei profittare della bella mezza giornata per riportare i mucchietti di libri accostati sulle scale nelle 5 biblioteche da dove provengono, se non avessi rotto il radiatore l'altro ieri mentre andavo, adesso che ci penso, a una biblioteca di Bologna.

Traggo dunque le conclusioni: Marcello Veneziani è un pirla. Ma anch'io.
Lui però è un pirla di destra e ricco, e io no.

Da tre giorni è prepotentemente primavera

E le laureande siedono a gambe incrociate in Piazza Verdi; e io mercoledì ho quasi fuso il motore al casello di Borgo Panigale; e l'aria che entra qui dal lucernario sa un po' di soffritto, e tante altre cose.

E', prepotentemente, primavera e non mi sembra che i blog ne parlino molto - a parte uno, ovviamente:

La primavera 2005 suonerà dischi nuovi come non se ne ascolta spesso uscire dalle patrie scene.
Sarà musica per tirare fuori la bicicletta dal garage dei mesi bui e planare di nuovo sopra la città, affamati di sole e fanciulle in fiore.

giovedì, marzo 17, 2005

comunque vada, capolavoro

Guardate che non è uno scherzo: tra i mandolini e la pasta e tutti gli altri aspetti del carattere nazionale di cui si parlava un po' più sotto, le Beretta ci stanno di diritto.

Ogni tanto dovremmo anche guardarci in faccia e dircelo: siamo un popolo di navigatori e di armaioli. E anche il fascismo, in fondo, che cos'è. E' l'Ansaldo in pieno boom '15-'18 che cerca agganci a sinistra e salva il giornalino di Mussolini. Socialismo + arsenali industriali = Fascismo. E' un equazione come tante, valida come tante e meno di tante altre, ma teniamola in conto.

L'Italia, dal 1945 ad oggi, si è annualmente piazzata tra i primi dieci produttori di armamenti nel mondo; sono italiani i presidenti delle più importanti realtà armiere europee; un sostegno incondizionato all'industria non proviene da una sola fazione politica, ma coinvolge quasi tutto l'arco parlamentare; e, in epoca di grandi privatizzazioni, la massima parte della produzione di armamenti rimane, per il tramite di Finmeccanica, saldamente sotto il controllo dello Stato.


Questo per invitarvi naturalmente a comprare Armi d'Italia, che è appena uscito per Fazi ed è la più completa ed esaustiva inchiesta su una delle più fiorenti industrie italiane. Più che un'inchiesta, un trattato: direi che dopo averlo letto avete tutto quello che vi serve per essere pacifisti responsabili; sul serio, vi potete costituire in associazione pacifista praticamente da soli (scherzavo, non fatelo).

Questo non c'entra nulla col fatto che l'ha scritto anche Riccardo Bagnato, che è mio amico da tanto, scrive ormai dappertutto tranne qui, sì che avrebbe l'accredito. O, beh.

Altre cose dirò dopo averlo letto, ma potrebbero passare alcuni istanti. Per ora ho visto solo che inizia con... Renato Serra. Sei stato tu, vero?

martedì, marzo 15, 2005

Migliaia mi stanno dietro? (*)

Premessa: io amo tutti i quotidiani e le riviste che parlano bene di me. Le compro, le faccio comprare ai miei amici, le prenoto da sei edicolanti diversi, e in questo modo il PIL aumenta. Aumenterebbe vieppiù se quotidiani e riviste parlassero più spesso bene di me.

Poi magari faccio finta di niente; per esempio quando l'ottimo Riccardo Spagnolo in dicembre parlò molto (troppo) bene di me su Avvenire, io non dissi nulla, perché chi si loda s'imbroda eccetera (però grazie Spagnolo). Se stavolta parlo di Jack, è solo per correggere una lieve imprecisione: nel numero del corrente mese, infatti, nel bel servizio "Te lo dico con un blog", firmato da Alessandro Condina, si legge (pag. 30):

…Oppure come Leonardo, che ha uno dei più amati blog politici (leonardo.blogspot.com) e nel 2001 ha raccontato i fatti del G8 di Genova da testimone, conquistando la fiducia di migliaia di lettori.


Naturalmente leonardo.blogspot.com non è un blog politico, se non in senso molto lato; ma non è questo il problema. Il problema è l'espressione "conquistando la fiducia di migliaia". Ora, misurare i lettori di un blog è sempre difficile: peraltro il contatore che usavo a quel tempo non esiste più. Fidatemi però se vi dico che in quei giorni di luglio lo vidi coi miei occhi impennarsi, e arrivare anche, udite udite, a 80, dico 80 accessi giornalieri. Tenete conto che fino a venerdì riuscivo a fare refresh dalla sala stampa delle Diaz, e lo facevo spesso, sia io che Ric, perché era il modo che avevamo di scambiarci i flash molto brevi che poi lui riordinava per Vita. In più credo ci fossero Elo e Wile che refreshavano da Roma, ed Enzo da Bologna (o forse Elo era ancora a Chicago?) Ecco, secondo me quegli 80 accessi erano tutti qui. Per far capire che la famosa blogpalla che si autolinca e si autolegge, nel luglio del 2001 era ancora una nocciolina.

In seguito Leonardo è cresciuto (arrivando per un po' nel maggio scorso a una media di 400 al giorno), ma non ha mai oltrepassato i mille contatti giornalieri, salvo quella volta che lasciò trapelare ad arte propositi suicidi e quell'altra in cui prese la Bibbia per il Corano (ma autolincandosi da Macchianera era troppo facile). Naturalmente da questo presunto "migliaio" bisognerebbe isolare quelli di cui avrei, come dice il generoso Condina, "conquistato la fiducia". Secondo me sono assai meno. Anzi. C'è gente che mi legge proprio perché non si fida.

Insomma, grazie mille, Jack, ma "la fiducia di migliaia di lettori" è ancora un obiettivo lontano. Sempre più lontano, direi. Ammesso che sia un obiettivo.

(*) chi capisce la sottile allusione del titolo, gli offro un caffè ma perdavvero, anche corretto.

domenica, marzo 13, 2005

una nocciolina su 50

ha il potere di irritarmi, magari soffocarmi, eventualmente uccidermi.

Giusto ieri sera l'ho capito, così adesso altre 50 noccioline mi separano dalla prossima visita al pronto soccorso con relativa pera di cortisone. Calcolando un happy hour a settimana in media, dovrebbero bastarmi per 3-4 anni. Qualcuno se lo segni e controlli poi se è vero, so che qui passa gente che mi vuole persino bene.

2 primavere

Nessuna delle due, purtroppo, è la primavera democratica del Medio Oriente che tanti sognano.

La prima è la primavera sciita del Medio Oriente, da Siria a Iraq ad Azerbaijan

La seconda è la primavera del progressismo sudamericano - strana miscela di populismo e pragmatismo.

Entrambe sono buoni motivi per leggere Pfaall, anche quando non bacchetta Christian Rocca.

(Sono sicuro che andrete subito a cliccare il terzo linc, miserabili).

per spicciola che tu sia, Dietrologia

E se invece di lamentarci ogni volta per la dietrologia spicciola, assumessimo che essa è parte del carattere nazionale, insieme con la pastasciutta il mandolino e la mafia, avremmo fatto un passo in avanti?

Poi, invece di esprimere ogni volta, puntualmente, banalmente, il nostro nobile disgusto per i dietrologi spiccioli, potremmo farci una ragione storica di cattive abitudini che non ci cadono dal cielo: la mafia nasce per sopperire al vuoto di potere in un latifondo ignorato dai proprietari; il mandolino è uno strumento di accompagnamento leggero e semplice, ideale per le serenate notturne in un clima mite; la pastasciutta è un piatto povero e semplice, ideale a fare massa col pomodoro che nello stesso clima cresce bene; e la dietrologia spicciola nasce a causa di 35-40 anni di stragi impunite (un po' di più se aggiungiamo quei 50.000 e passa civili morti nelle stragi della II Guerra Mondiale).

Quel che voglio dire è che la pastasciutta tutti i giorni può stancare, ma non è lì per caso; e parimenti una mamma simpatica e cattolica e di buon senso (la mia) che, tre anni fa, commenta a caldo l'assassinio Biagi con un "chissà chi è stato veramente...", può sbalordire, ma non viene a caso: viene dopo decenni di ambigua gestione del pubblico mistero. E non è colpa mia, non è colpa tua, è colpa un po' degli uni e un po' degli altri: in ogni caso è andata così, e dai Settanta in poi in questa nazione si nasce dietrologi. Può essere frustrante ma è inevitabile; può essere inevitabile condonare una strage ai simpatici piloti del Cermis; ma è un'opzione politica e si paga in crediti di antiamericanismo.

A pensar male si fa peccato e si azzecca, per non citare un antiamericano; e in certi casi una quota di dietrologia è inevitabile. Io, per dire, trovandomi in una macchina bersagliata da una raffica, formulerei come primo pensiero una dietrologia: qualcuno mi vuole ammazzare, proprio me. Voi forse no; in ogni caso non vi si chiede una dimostrazione pratica.

lunedì, marzo 07, 2005

il mio parere sullo stato dell'arte canora in italia

la nuova "cantante" dei matia bazar e quella sedicente cantante jazz chiamata nicki nicolai (che credito darle, con quel nome): non dico altro.

comincia a scaldare i motori della tua chitarra Leonardo: dobbiamo fare qualcosa per questo povero popolo.

altro che accademia.

giovedì, marzo 03, 2005

Unimaginative wanker

Rubrica di intrattenimento personale

Adam Connelly, '03.jpg' / 5''x7'' / oil on canvas / 2002
Adam Connelly, '03.jpg' / 5''x7'' / oil on canvas / 2002


Quello che mi piace nei quadri di questo Connelly (qui ne ho messo uno dei più leggibili) è che bisogna fare diversi passi indietro perché l'occhio percepisca il significato dell'immagine.
A mano a mano che ci si avvicina, l'immagine erotica va fuori fuoco e svanisce. Restano solo porzioni colorate, dettagli senza senso.
Questo ci dice qualcosa di come funziona la pornografia?