mercoledì, gennaio 25, 2006

Forse non tutti sanno che... (Jean Michel Basquiat)


Nel 1981 un semi-sconosciuto graffitaro americano soggiornò brevemente a Modena. Risale al maggio di quell'anno la sua prima personale assoluta, presso la galleria Mazzoli.

Durante il soggiorno modenese espresse il desiderio di pittare i palazzi che vedete qui sopra, che si trovano in via Galilei alla periferia della città. Il comune gli negò il permesso. *

Nel 1982 conobbe Andy Warhol e diventò Basquiat



* notizia riferitami da una persona che lo conobbe a Mo ma preferisce non essere citata 


15/04/2014: questo articolo di Converso ricostruisce minuziosamente la storia della presenza di Basquiat a Modena e ne emerge che le torri fotografate qui sopra non sono quelle giuste. Lascio tuttavia immutato il post perché è giusto così

domenica, gennaio 22, 2006

il volto senza candidato


Quando in Padania vivevano ancora gli Artigiani, e io li frequentavo, ricordo che la parola "Tremonti" era per loro una specie di intercalare augurante; come gli islamici dicono Insciallah, gli Artigiani salmodiavano "Tremonti-Bis, Tremonti-Bis". In seguito sono scomparsi. Estinti, dicono. Come quella tigre preistorica che aveva messo su zanne eccessive e morì di fame, gli Artigiani misero su un capannone di troppo, e un mutuo agevolato se li mangiò.

Tremonti, invece, resiste. L'ho visto giusto adesso da Fazio. Ha descritto il WTO come l'"ultima follia dell'Occidente". Ha spiegato che dobbiamo difendere i prodotti locali, spegnere la tv e andare in osteria. In pratica, José Bové reloaded. Io, se fossi in Casarini, comincerei a preoccuparmi. Senza se e senza ma.

Poco prima Blob aveva mostrato quando ad Alice pestarono il Candidato Senza Volto. Io mi sono sempre chiesto perché dovesse essere per forza Senza Volto. E poi mi è venuto in mente che... ma certo! La profezia si sta avverando!

sabato, gennaio 21, 2006

Il solito libro che parla di noi

"Il Libera, il Red Lion, il Vibra, il More, la giornata mondiale della gioventù (sì, con il papa), giurano d'averla vista anche a una riunione di ATTAC, che vi giuro non c'è niente di più noioso, e a un incontro di buddisti modenesi"

Marcella Menozzi
, Bianco (Fazi Editore)

ragaaazzi, ragaaazzi

Noi italiani siamo strani. Nel sesto secolo siamo stati invasi dai Longobardi, che abolirono la legge del taglione (quando Calderoli parla di castrazione, fa riferimento a un sostrato legislativo ostrogoto) e facevano le Diete. Cos'erano? Probabilmente delle riunioni in cui il re cercava di dire la sua in mezzo a grandi schiamazzi. In seguito siamo diventati una repubblica con i dibattiti tv.

Nei dibattiti tv i candidati si danno sulla voce in mezzo a una canaglia plaudente, che è il trait d'union tra il sesto secolo e il ventunesimo. Ma io non mi ero messo a scrivere per questo motivo.

No, è che ieri sera Berlusconi continuava a interrompere la clacque rutelliana dicendo "Ragazzi, ragaaaazzi" con fare a metà tra l'imbarazzato e l'imbarazzante (non credo ci fossero ventenni in sala, manco a pagarli). A voi, che siete ggiovani, avrà fatto pensare a Barbara D'Urso.

A me no. Stamattina mi son svegliato, mi sono introdotto nel mio luogo di lavoro, e per quattro ore non ho fatto che ripetere "ragazzi, ragaaazzi" in mezzo a una vociante canea. Di tredicenni, ci tengo a dire.

Al capro, al capro

Se in seguito la pandemia aviaria si diffonderà in Italia, causando panico, morte e distruzione (Tod und Verzweiflung, Tod und Verzweiflung), io saprò a chi dare la colpa.

venerdì, gennaio 20, 2006

ogni giorno imparo una cosa nuova

L'Italia è l'unico Paese europeo (mondiale?) in cui non si è ancora imposta una standardizzazione dei criteri editoriali e ortodattilografici. Neanche in ambito scientifico.

Ognuno fa quel c-che gli pare. L'einaudi ha gli accenti sulle i e le u speculari a quelli di tutte le altre case editrici. Ma il massimo sono i dialoghi. Chi mette i doppi apici ("), chi le sergentine (<<), ma vanno moltissimo le lineette, perché spesso copiamo di pacca l'ortodattilografia inglese, senza nemmeno capirla (però al primo che si lascia sfuggire un anglismo logico, tipo 'scannerizzare', giù randellate).

Uno si sforza di imparare le (ipotetiche) regole italiane, del tipo: "in un dialogo il punto fermo va fuori dalle virgolette, così". Poi il suo scartafaccio arriva in una redazione dove pagano un ragazzino per rimettere il punto fermo dentro le virgolette ("così."), perché l'editore fa un po' quel c-che gli pare.

Sto scrivendo una tesi, devo fare una citazione, come faccio? Scrivo in caratteri più piccoli? In corsivo? Metto un rientro? O metto tutto tra virgolette? E quali? Negli altri paesi civili c'è una regola uguale per tutte le tesi e per tutti gli editori. Da noi no. Brigitte Bardot, Bardot.

Io mi chiedo a cosa ci serve pagare la Crusca. Cioè, la paghiamo? Forse dovremmo cominciare a finanziarli seriamente (con l'8 per mille anche, perché no), ma a pretendere anche che si diano da fare. Manica di fannulli.

Il prossimo che critica Wikipedia perché "chi controlla i contenuti?", lo metto in graticola. Wikipedia è l'unico posto dove c'è uno straccio di controllo di contenuti quotidiano. E soprattutto, c'è una sana tendenza alla standardizzazione.

qualunque cosa voglia dire, non mi eccita (spam)

Non ogni cutie è abbastanza sinful swallow il vostro carico voluminoso alla conclusione di un più fuckfest sporco, in modo da quando ottenete una stretta di una, godete OGNI CARICO CHE SALTATE! Come questa bellezza swalloing dello sperma qui, guardi il suo slurp su questo carico ed ottenga pronto per più...

Sto invecchiando.

mercoledì, gennaio 18, 2006

lasciateci cantare una canzone piano, piano

Oh, quasi dimenticavo:

http://www.cosimuoreunitaliano.it/

e i sanculotti? perché nessuno tira mai fuori i sanculotti?

Giuliano Ferrara è un giornalista e conduttore tv di cui forse ho già parlato altrove.
Non mi sta tantissimo simpatico.

Ieri sera, ricevendo Totò "Vasa-Vasa" Cuffaro(*), ha spiegato più o meno che "tutti i giovani giornalisti che vogliono farsi una fama di giacobini si gettano su di lui".

Pensavo fosse un riferimento a Nerazzini e Bianchi, che hanno fatto La mafia è bianca... ma poi lui ha parlato di un "video di Santoro", per cui probabilmente è convinto che il film l'abbia girato il celebre ex parlamentare.

(*) Il soprannome "Vasa-vasa" significa, se non lo sapete, "Bacia-bacia", ed è dovuto all'abitudine del burroso Totò a baciare tutti, come Asia Argento in quel film che, ci tengo a dire, non ho visto.

lunedì, gennaio 16, 2006

Tutti dovremmo passarci il sale più spesso

(E' da un mese che ho in mente questo pezzo, si vede che mi è piaciuto)

"Un tempo c’era il minimalismo, inquadratura di due a tavola: “Mi passi il sale?”. Stop. Poi fu superato e si è arrivati a questo: inquadratura di due a tavola, “Mi passi il sale?”. Intervento della voice over intradiegetica (ossia personaggio principale che si sente parlare, di solito emanazione dell’Autore) che fa: “passarsi il sale è un po’ come fare sesso, entrare in comunione per dare più sapore alla vita. Tutti dovremmo passarci il sale più spesso” – con possibile “Mia madre salava poco la minestra” e flashback di protagonista piccino che viene richiamato a casa mentre sta giocando con le bolle di sapone per mangiare una minestra sciapa...


...In più, un film nella provincia profonda con tanti personaggi teneri e stralunati, ciascuno con la sua piccola idiosincrasia personale, con un autore/regista protagonista che spinge sull’identificazione si è fatto in Italia e si chiama Il ciclone di Leonardo Pieraccioni. Magari è indie anche lui e non lo sa".

Crash, contatto fisico

O, ma quant'è piccola Los Angeles?
Si conoscono tutti.

(E com'è che invece a MO ci s'incidenta sempre con degli sconosciuti).

La fine di qualcosa sta a-arrivando

mi piaceva, così l'ho lincato.

fuori-dalla-grazia-di-Nostro-Signore-Iddio

Quanta Italia c'è in quella morte da italiano? Poca, osserva Toni Capuozzo. Ed ha ragione, maledettamente ragione. Tante Simone, troppe Giuliane, un solo Fabrizio. Lui forse credeva davvero in un'Italia che non c'è. Un paese che dei suoi uomini migliori, in fondo, sa solo vergognarsi.

sabato, gennaio 14, 2006

La sinistra e il maestro Miyagi

“ se stai di qua dalla strada, va bene. Se stai di là dalla strada, va bene. Ma se stai in mezzo alla strada, ti schiacciano.”
Il maestro MiyagiKarate Kid

Come direbbe leonardo, la sinistra perde anche per questo motivo. E’ poco seria.
E’ politicamente poco seria. E non sto parlando della sinistra cosiddetta riformista. No no. Sto proprio parlando della sinistra cosiddetta radicale. Quella con la quale mi trovo spesso gomito a gomito in manifestazioni e birrerie.
Faccio un esempio vicino a noi, uno dei più clamorosi: la questione dei centri di permanenza temporanea.
La sinistra radicale ne vorrebbe la chiusura. Ma al contempo si guarda bene dallo schierarsi per l’apertura incondizionata delle frontiere e la libera circolazione degli individui senza limitazioni di sorta. A quest’ ultima soluzione sono favorevoli solo pochi pazzoidi dell’ala più radicale dei radicali, quella che io chiamo la sinistra della sinistra (che è cosa diversa dall’estrema sinistra): gli anarchici e i libertari.
Al di là del merito della questione, quello che importa è mostrare la poca serietà di chi vuole conciliare una posizione di frontiere chiuse ma impunità garantita
Delle due l’una: o sono le frontiere, le polizie ecc. che ci salvano dall’invasione dell’orda dei miserabili e allora è utile difenderle, oppure no. E allora sono inutili.
Se si vogliono difendere le frontiere, non c’è dubbio, occorre avere la possibilità di rimpatriare chi si è introdotto clandestinamente. E per farlo c’è bisogno dei cpt. Il sistema in vigore prima era ridicolo e dava la possibilità a chiunque di sottrarsi al rimpatrio.
Poi c’è la posizione di Rifondazione e dintorni, i quali argomentano che i cpt sono da chiudere perché:

1. sono dei lager

2. attuano una forma di detenzione amministrativa, che rende più insicuri tutti i cittadini

3. in realtà i numeri dei rimpatri dimostrano l’assoluta inefficacia di questo strumento

Vediamo l’assurdità di queste tre motivazioni:

1r. se i cpt sono dei lager, intesi come luoghi di detenzione molto degradati (e degradanti) non si vede perché li si debba chiudere. E’ sufficiente battersi perché diventino luoghi di detenzione decenti. Una tipica battaglia riformista. E infatti Fassino e Giovanardi sottoscrivono

2r. se attuano una forma di detenzione amministrativa, più o meno idem come sopra. Basta cambiare la legge, in parte è stato già fatto.

3r. Se i numeri dei rimpatri dimostrano l’inefficacia dello strumento, di nuovo delle due l’una: o lo strumento è inefficace perché la legge è farraginosa (e allora è sufficiente modificarla) oppure è inefficace strutturalmente. Perché è l’idea stessa di fermare, o anche solo tamponare significativamente, l’orda dei migranti coi rimpatri ad essere ridicola. Ma allora hanno ragione i pazzoidi: non sono le frontiere che ci tutelano.

Solo che la sinistra cosiddetta radicale non vuole cambiare la legge (sennò che radicali sarebbero ?). Vuole chiudere i cpt e basta. E ne ha fatto punto d’onore. O per meglio dire, vista l’inconsistenza argomentativa, un capriccio.
Dietro questa posizione c’è una presunta astuzia. Attaccare il principio è perdente (s)ragionano i rifondaroli e dintorni. Occorre essere pragmatici.
Quindi, all’italiana, fanno i furbi. Fanno l’occhiolino ai poveracci: teniamo le frontiere formalmente chiuse ma rendiamo possibile la loro violazione.
Solo che i poveracci, come tutti gli altri del resto, non hanno bisogno di occhiolini. Hanno bisogno di gente che dica quello che pensa e che pensi quello che dice.

Questo giocare al ribasso, questo insistente fissare il dito anziché la luna è caratteristico di una sinistra che in tutto il mondo riesce sempre a deludere tutto il deludibile. A perdere tutto il perdibile
La sinistra parli di libertà e non di cpt.

E’ l'affermazione della sacrosanta libertà di ognuno a vivere dove meglio crede, perché unico è il pianeta e unica la specie biologica a cui apparteniamo, lo strumento per affogare queste assurde galere.

E’ la denuncia di un proibizionismo migratorio che, esattamente come quello sugli stupefacenti, è completamente inefficace negli obiettivi che si propone ma al contempo eccellente nel peggiorare inutilmente la vita di tutti. Migranti e indigeni.
Questo. Non il ragionare su cosa si può estorcere agli alleati di improbabile coalizione.

Sarebbe ora che i furbetti del clandestino capissero che non aiutano la causa. La affossano.
E che i ragionamenti, o si portano fino in fondo oppure è meglio non iniziarli nemmeno.

giovedì, gennaio 12, 2006

probabilmente ha ragione (come sempre)

Ho notato che un blog tende ad assecondare le derive populistiche ( di chiunque ).
[...]
Io torno a studiare. Appuntamento qui fra dieci anni.

martedì, gennaio 10, 2006

La cosa giusta

I dilemmi morali mi hanno sempre appassionato. Sapete quelli del tipo sei operai stanno lavorando su un binario ferroviario mentre sopraggiunge un treno e loro non possono accorgersene ma tu sì e puoi deviare il treno su un altro binario uccidendone uno solo dimmi cosa fai ?

Bene. Provo a porne un altro. Tu sei una ragazza che ha un padre mascalzone. Quando eri piccola abusava di te. Ora però sei cresciuta e hai trovato il coraggio di denunciarlo. Lo porti in tribunale ma nel frattempo un uomo molto potente, per salvare sé stesso, fa approvare una legge che lascerà impunito anche tuo padre. Dimmi cosa fai e a chi.

prima di fòtosciop



Mimmo Rotella, 1918-2006.

domenica, gennaio 08, 2006

venerdì, gennaio 06, 2006

Sposetti, il tesoriere da 830 miliardi di lire

Ricopio qui, perché non vedo altrove (magari non ho cercato abbastanza) ampi stralci di un fondo di Gad Lerner su Ugo Sposetti, tesoriere DS, amico personale di Giovanni Consorte.

Mi chiedo, seriamente, perché roba del genere mi tocchi leggerla di nascosto sul Vanity Fair (n. 1, 2006, pag. 4) della mia ragazza.

A me cittadino sostenitore dell'Ulivo interessa soprattutto chiarirmi le idee sulla figura di un comprimario: il tesoriere del partito della Quercia, Ugo Sposetti. Amico talmente intimo di Consorte da raccomandargli al telefono di mantenersi evasivo col segretario quando gli fosse toccato di informarlo sulle modalità dell'Opa Unipol su BNL. […]
Era il novembre scorso. Santagata e Rovati [membri dello staff prodiano, amici di Lerner] lamentavano che, nonostante le belle intenzioni esibite sulla lista dell'Ulivo e sul futuro partito democratico, Ds e Margherita restavano avari di quattrini e anzi tenevano per la collottola il loro candidato premier. Restai colpito dalla risposta di Sposetti: "Forse sarebbe meglio se Prodi mettesse il guinzaglio ai suoi cani e non li facesse più abbaiare". Ohibò. […]
[Prodi] invece di trattarlo come meritava, gli porse cristianamente l'altra guancia, recapitando alla sede Ds due cuccioli di cioccolata che l'arrogante Sposetti ora esibisce compiaciuto sulla sua scrivania.
È da allora che il personaggio mi incuriosisce. Leggo che fra i dirigenti della Quercia si impone con una frase lapidaria. "In tre anni ho cancellato debiti per 830 miliardi di lire. Quindi si fa come dico io".
[In un'intervista a Repubblica, il 20/11/05, dichiarava:] non siamo diversi, siamo come gli altri. Dobbiamo rispettare le leggi, punto. È già tutto scritto all'articolo 54 della Costituzione".
E bravo Sposetti, ma le leggi si possono anche approvare in quattro e quattr'otto, mettendosi d'accordo per convenienza con tutte le altre forze politiche senza passare dall'aula di Montecitorio, come avvenuto nell'estate del 2002 per moltiplicare i rimborsi elettorali. Diciamo così che la bravura di Sposetti ha avuto un aiutino dal pubblico contribuente. Poi certamente sono seguiti accordi per cedere quote del febito diessino, dal banchiere Geronzi alla famiglia Angelucci (gli editori di Libero). Bravo.
Oggi però dal tesoriere Sposetti io resto in attesa di un chiarimento.
Davvero un uomo di mondo come lui era così fesso da ignorare le fantasmagoriche plusvalenze extrastipendio dell'intimo amico Consorte? Decine di milioni di euro… tutti solo per arricchirsi alle spalle delle cooperative? O qualche briciola sarà servita pure a finanziare la pletora di fondazioni e correnti che inflaziona la politica italiana?

martedì, gennaio 03, 2006

Le cose che so da lui

A Guantamo i detenuti ingrassano
L’effetto serra e Kyoto con gli uragani non c’entrano nulla neanche di striscio
C’è un unico professore del Mit che sostiene il contrario ma la sua teoria non è provata, anzi è provato che contiene un errore
Sofri è innocente perché in un paese normale e civile quel processo non sarebbe stato in piedi. Chi non lo vede è un secondino illiberale
Sacco e Vanzetti sono colpevoli perché sta scritto sul Los Angeles Times

Io continuo a segnarmele, mi capiterà bene di incontrarlo un giorno o l’altro

il lapsus del mese

"E allora, siamo padroni di una banca?"
"È chiusa, sì, è fatta".
[esitazione] "Siete voi i padroni della banca, io non c’entro niente".

martedì, dicembre 27, 2005

la foto dell'anno

Il Tempo di Carpi, 28 luglio 2005, prima pagina:


Avere il tempo di scrivere un'intera stagione di Dawson's Creek su questi qui:

sabato, dicembre 17, 2005

Tifando contro George

Ci sono notizie che vanno sempre in prima pagina e nei titoli di apertura dei tg perchè interessano tutti, il prezzo della benzina ad esempio. Altre invece che fregano niente o quasi alle maggioranze ma possono colpire molto alcune nicchie di pubblico.
Per quelli della mia nicchia, gli ex-15enni-che-spedivano-letterine-a-re-ministri-e-generali per conto di Amnesty International, ad esempio, la notizia della bocciatura del rinnovo del Patriot Act è di quelle capaci di renderti un po' più lieve la giornata che stai vivendo.
Certo, a patto di non entrare troppo nel particolare. Di non indagare troppo sulle ragioni. Come sempre.

giovedì, dicembre 15, 2005

Quelli che la privacy

Non faccio più quell’altro lavoro. Adesso frequento centrali termiche. Qualche tempo fa ero in quella di un asilo
_“Prendo una foto dell’impianto”
_“Mah, non so se può. Bisogna chiedere alla direttrice. Sa, per la privacy …”
_“Non per volerla lisciare sa, ma lei è troppo avanti. Almeno un paio di generazioni. Per la privacy delle caldaie ci vogliono”

Mi fanno morire quelli della privacy
Ma perché un concetto così rispettabile si è tradotto nella legge più citata a sproposito della storia della repubblica ? Quella che nessuno conosce ma tutti sono pronti a ricordare agli altri.
Perchè è riuscita ad eccitare così morbosamente il torbido leguleio che alberga in ognuno di noi?
Riflettiamoci.

mercoledì, dicembre 14, 2005

Induttivi vs. Deduttivi

Fateci caso. Il dibattito sulla Val di Susa si svolge su due livelli completamente diversi: gli uni argomentano il no entrando nel dettaglio, gli altri difendono il sì a partire dai massimi sistemi. Ma la vera cosa divertente è che sono proprio i pre-galileiani a ritenersi più avanti.

lunedì, dicembre 12, 2005

Tifando George

Se dovessi dire come mi immaginavo la contestazione alla guerra in Iraq, ecco io me l’immaginavo come una Val di Susa di dimensioni continentali. Come una Venaus dall’Atlantico agli Urali. Qualcosa che avrebbe travolto e reso materialmente impossibile a qualsiasi governante, di qua e di là dall’oceano, proseguire per quella strada.
Andò invece molto diversamente. E l’Europa che non voleva la guerra si dimostrò impotente alla prova dei fatti.
Ecco perché oggi non capisco tutto questo entusiasmo per il presunto declino di Bush. Quando invece per riportare la partita in parità servirebbe semmai il terzo mandato.

La ragione per cui mi pubblico da solo

è che nessuno mi paga, naturalmente.
Poi c'è un'altra ragione, un po' più nobile, e cioè: si fa prima. Se mi viene in mente una cosa la scrivo, la pubblico subito e stop. Quando mi rendo conto che è una cazzata è già troppo tardi. Meglio così.

Detto questo, informo che è uscito il nuovo Sacripante, con la mia lettera (l'ultima). Scritta un mese fa, adesso non ho neanche il coraggio di rileggerla.

giovedì, dicembre 01, 2005

"Una specie di gusto inerte dell'insulto, del linciaggio".

Se il caso Sofri ci ha insegnato qualcosa, è quanto sia inutile scriverne su un blog.
Anche su libri e quotidiani, se è per questo. Non è servito l’appello di intellettuali e artisti, non è servita una raccolta di firme, né un digiuno. Tutto questo è stato fatto, e Sofri è rimasto dentro. Otto anni – che sono tanti, se vi prendete solo un attimo per rifletterci.
Non solo tutta questa attenzione non ha aiutato un uomo a uscire di galera: ma c’è da riflettere se non sia stata dannosa; se non abbia semplicemente eccitato l’animo capriccioso dei suoi odierni carcerieri. Dovevamo dimenticarcene, di Sofri: e lui a quest’ora sarebbe libero. Forse. Di certo, oggi non è più libero di ieri grazie a noi.

Se il caso Sofri ci ha insegnato qualche altra cosa, è quanto sia pericoloso scrivere. Su un blog. O su una rivistina, come si faceva una volta. E forse è questo che rende i blog così sensibili al caso Sofri: perché in qualche modo gli parla di loro.
Fateci caso: tutto iniziò con un flame innescato da giovani articolisti di belle speranze, che se la prendevano con un commissario di Polizia. Toni accesi, accuse pesanti, ma d’altronde si sa, la gioventù. A quel tempo non c’erano i blog per rovesciarci le opinioni ancora giovani e calde: ma c’era Lotta Continua e lo dirigeva Adriano Sofri. Oggi farebbe la blogstar (i sintomi ci sono: grafomania, opinionismo selvaggio…)

Di quei vecchi post articoli, scritti e lasciati scrivere, il vecchio Sofri si è vergognato pubblicamente più volte – e ancora a qualcuno non basta. E dire che è solo carta (e non è la carta a uccidere gli uomini). Una sottile fibra di cellulosa che in pochi anni ingiallisce e si consuma – per dire, io quei famosi articoli di Lotta Continua non li ho mai letti. Eppure, per quanto sottili, quei fogli di carta hanno segnato almeno una vita.

Capita a tutti di pentirsi di qualche scritto giovanile – ma un tempo almeno la carta ingialliva. Oggi no. Oggi c’è la cache di Google, e se serve anche l’Internet Archive. Gli archeologi del domani sapranno distinguere un’annata dall’altra in base allo stile del template. Ma non c’è rischio che un post sbiadisca o scompaia. Rimane tutto, ragazzi. Ogni singola stronzata che scrivete. Per favore. Pensateci.
Prima di infamare una persona che non conoscete – così come Sofri al suo tempo non conosceva di persona il commissario Calabresi. Prima di giocare a fare i giudici, prima di sputare sentenze. D’accordo, siete giovani, forse vi sembra un gioco. Non è un gioco. La scrittura è un affare serio. Non vi aiuta, non vi salva, non cambia il mondo, ma in compenso vi può rovinare; può farvi vergognare per una vita intera di una scemenza scritta o lasciata scrivere con leggerezza a vent’anni. Se il caso Sofri ha qualcosa da insegnarvi, è appunto questo.
E voi non state imparando, sciocchi.

Nel corso di questa campagna, questa posizione diventò una posizione abitudinaria, compiaciuta. Una specie di gusto inerte, diciamo, dell’insulto, del linciaggio, della minaccia, si è impadronito di noi e non solo di noi. (Adriano Sofri, dal libro L’eskimo in redazione di Michele Brambilla, Bompiani, 1993)

martedì, novembre 22, 2005

cosa c'è poi di male nel picchiare vecchiette?


Cos'è Sketch-O-Graphy?...bella domanda...vedetela come volete...c'è chi prende prozac...chi picchia vecchiette...io disegno! eh si... è come una mia personale terapia.

mercoledì, novembre 16, 2005

"qualcuno gli dica bravi e gli dica grazie"

E no che la censura in tv non è sempre solo Biagi-Luttazzi-Guzzanti-Santoro, no (come se tutta la libertà d'informazione debba passare da lì).

Per esempio (il primo che mi viene in mente): c'è Alberto Nerazzini. E Stefano Maria Bianchi. Per un bel po' La mafia è bianca in tv non la vedrete. C'è Totò Cuffaro che incontra un mafioso (filmato dai carabinieri) e altre piacevolezze.

Cercate nelle edicole. Inutile che vi dica che è bello, sono di parte. Ma Furio Colombo ne parla mostruosamente bene sull'Unità.

domenica, novembre 13, 2005

le scemenze che scrive Ferrara al New York Sun gridano vendetta al cospetto d'Iddio!

Via Camillo (che ama, è noto, tirarsi enorme zappe sui piedi).

On October 11, 2001, American flags burned in the streets of Rome out of hate, as they did in other European capitals. It was business as usual for the extreme left, after the short-lived rhetorical break in the days immediately following September 11. But on the same day, thousands of Old Glories, along with the Italian and Israeli flags, were instead flying proudly, this time out of love and solidarity, in the central, neo-classical Roman Piazza del Popolo. My daily newspaper, Il Foglio, had called for this show of support, and it was a rousing success with the full support of the Center-Right coalition that had just come to power.


Intanto non era l'11 ottobre, come dice lui, ma il 10 o l'11 novembre (non che abbia importanza).
Inoltre, io c'ero.
Bandiere americane bruciate? Mai viste. Certo, magari non le ho viste perché era un corteo lunghissimo.

Quello in Piazza del Popolo, invece, era ridicolo. Feci un sopralluogo, me lo ricordo. Thousands of Old Glories? Sì, a tenerne una per mano (c'era chi lo faceva). Fu un bell'autogol. E adesso, dopo 4 anni, ci permettiamo già di riscrivere la Storia come ci pare. Fantastico.

mercoledì, ottobre 19, 2005

Società Civile, Società dei dilettanti?

Le Primarie si possono prendere in tanti modi. Io preferirei celebrarle come la ratifica di un trattato di pace tra Società e Apparato. E ora mi spiego.

Per Società, io intendo quel gruppo più o meno esteso di individui che abitualmente non praticano la politica, ma ogni tanto si attivano: e organizzano campagne referendarie, manifestazioni, girotondi, ecc. Durante questi periodi, la Società si auto-attribuisce un aggettivo molto pesante: "Civile". Come se un esercizio saltuario della politica fosse il tratto discriminante tra civiltà e barbarie. Mentre evidentemente non lo è – ma non lo dico per polemizzare. Ammiro molto i membri della società civile. Mi è capitato, a volte, di farne parte. Ultimamente ho disapprovato certe civilissime scelte da kamikaze, come puntare tutto sul quorum di un referendum contro la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana: ma in generale credo che la Società abbia un ruolo molto importante.

Ha però anche un grave limite: la Società è una dilettante, per definizione. Ogni tanto si organizza e ogni tanto no. Alterna periodi di indignazione e periodi di rassegnazione, come succede a tutti noi (la Società è tutti noi).
Per questo l'appellativo "Civile" lo trovo molto ambiguo. La Società Civile è quella che un bel giorno scende in piazza: ma il giorno prima non c'era: ergo, la Società è sempre Civile da poche ore. Ecco forse perché è così generosa. E ingenua: è nata ieri, anzi, stamattina.

Non solo, ma in Italia la Società Civile ha una tempistica stranissima. Uno si aspetterebbe, nell'anno delle elezioni, una lenta escalation verso la Civiltà: i cittadini, dapprima tiepidi, poi sempre più infervorati, fino al giorno del voto, finalmente! Poi la gioia (o la delusione), gli sfottò, e una rapida sonnolenza post-coitale. In altri Paesi (i Paesi cosiddetti normali), succede appunto questo.

Da noi – fateci caso – è il contrario. Nel 2001 la Società Civile si è svegliata percossa, attonita, a urne chiuse, il 13 maggio sera, con Berlusconi già a ripassare il giuramento. Parecchi di quei civili, il giorno prima, non si erano nemmeno presi la briga di andare a votare – storia vecchia, non sto a recriminare.
Tre mesi dopo, a Genova, la Società Civile si prese orgogliose mazzate per stabilire un punto d'onore. E poi ci fu il Palavobis. E i Girotondi. Un trionfo di Civiltà – a quattro anni dal prossimo voto legislativo.
Le BR ammazzarono Biagi, il governo suggerì che era colpa di Cofferati – la Società Civile portò due milioni di persone in piazza, il 23 marzo 2002. E poi ci fu il Forum Sociale di Firenze, le marce contro la guerra in Iraq. E poi? E poi, pian piano, la Società ha iniziato a de-civilizzarsi. È stato un processo graduale, e molto deprimente. Del resto, cosa vuoi pretendere da dei dilettanti? Certo, lo so, in giro c'è fior di dilettanti che dà i punti ai professionisti. Ma hanno un lavoro, una famiglia, non possono stare per cinque anni in piazza. La Società ha i suoi ciclici Alti e Bassi. Questo lo capisco benissimo. Quel che non capisco è: perché ha sempre i Bassi proprio ogni cinque anni, e proprio alla vigilia delle legislative? Nel momento in cui invece dovrebbe essere più sveglia e grintosa? Che razza di ciclo è? Io capisco che cinque anni di Berlusconi possano essere deprimenti (e furono tristi, a modo loro, anche i 2+3 anni di Prodi-D'Alema-D'Alema-D'Alema): forse allora valeva la pena di risparmiarsi prima.

Alle Primarie del Centrosinistra, la Società Civile è giunta spompata, diciamolo. Basta vedere i candidati "alternativi ai partiti". Il Candidato Senza Volto era l'espressione di un sessantaquattresimo dell'ex Movimento dei Movimenti: per dare un'idea della sua popolarità, su Indymedia lo sputavano. (Poi magari è anche una bella persona, che ne so). E poi c'era Scalfarotto, che della Società Civile mi sembra l'epitome – per non dire proprio l'epitaffio.
Secondo la vulgata più corrente, Scalfarotto è un manager-risorse-umane che lavora a Londra; un giorno si sveglia e si rende conto che la classe dirigente italiana fa schifo. (E questo fa molto Società Civile: abbiamo sopportato quattro anni e sei mesi, adesso basta!)

Le cose, in realtà, sono ben più complicate di così. Date un occhiata al suo curriculum: fa politica da una vita, il ragazzo:
Poco prima di laurearmi sono stato eletto consigliere di circoscrizione a Foggia, con i verdi del Sole che ride. Ho lasciato la politica in Puglia per un lavoro al nord (come capita a tanti!)
[…]
La passione politica non mi ha mai abbandonato. Nel 1996 scrivo una lettera a Repubblica per dire che il governo dell’Ulivo non fa sognare come tutti ci aspettavamo. Nascono “I delusi dell’Ulivo” e mi ritrovo d’improvviso a Palazzo Chigi con Prodi e Veltroni che vogliono saperne di più. Ma finisce lì.
Nel 2001 fondo con alcuni amici "Adottiamo la Costituzione", un movimento per la difesa della nostra Carta fondamentale [...] Dal 2002 vivo a Londra, faccio il capo delle risorse umane della divisione "Capital Markets" di Citigroup. Per lavoro gestisco 2200 persone in 54 paesi di Europa, Medio Oriente e Africa. Assieme ad un gruppo di italiani stupefatti dalle non lodevoli imprese del nostro governo di centrodestra (ma certamente non disposti ad arrendersi), fondo il primo circolo all’estero di Libertà e Giustizia attorno al quale gravitano in breve tempo centinaia di persone. Due settimane fa, entrando a una riunione, tutti i presenti mi chiedono di candidarmi alle primarie.
E io accetto.

Verdi Arcobaleno, Delusi dall'Ulivo, Adottiamo la Costituzione, e la prima sezione londinese di Libertà e Giustizia. Scalfarotto non s'intende di politica? Scalfarotto ha senz'altro alle spalle più esperienze di attivismo di Romano Prodi. Ha vissuto con partecipazione almeno tre cicli di Società Civile: l'ondata dei Verdi negli anni Ottanta, il 1996 e il 2001. E poi? E poi i cicli "finivano lì", e lui tornava al lavoro. Come biasimarlo? Uno deve pur mangiare. Ma viene da chiedersi: perché uno come Scalfarotto, che evidentemente la politica ce l'ha nel sangue, non ha mai pensato di passare al professionismo? Perché ha voluto restare uno splendido dilettante? È del tutto colpa sua?

Rispondo domani o posd, scusate, sono un dilettante dell'opinionismo e domani ci ho la sveglia.
(Comunque no, la colpa è dell'apparato).

giovedì, ottobre 13, 2005

il nome di questo blog è: piste

E piste siano.

Perché io mi chiedo: a cosa serve saper girare tra 60-70 blog, in questi casi? A leggersi 60-70 predicozzi su quanto male fa la coca? Evidentemente, no.
Evidentemente io (ma credo tutti) cerchiamo almeno 1-2 blog che raccontino cos'è la coca, Cristosanto. Che di maestrini in giro ce n'è già tanti, o no?
La letteratura del tardonovecento è eminentemente turistica: uno non ha il tempo né il fisico di perdersi in tutti i vizi, ma vuole almeno farsi un giro. Tenersi informato.

- Sul marketing da cocaina (Asphalto - occhio che tra un po' scompare).
- Cocaina, il bugiardino (Mardin)
- Riuscire a fregare Dio, I e II (raccontino molto sincero su un turista sessuale-quasi-suo-malgrado in Tailandia che si fa di chetamina direttamente dalla busta, non provateci a casa. Il tipo non scrive più dal 2001: ho come un brutto presentimento).

- Update: Dalle colonne del Giornale, G. B. Guerri ricorda i bei tempi in cui Lapo Elkann gli pisciava addosso (letteralmente), e informa gli sprovveduti: «Antistoria degli Italiani. Da Romolo a Giovanni Paolo II» (1997) fu studiato e scritto e levigato e reso così eccezionalmente bello e intelligente, proprio nel mio periodo di massimo uso di cocaina. Quasi quasi lo compro. Ma quasi. Se non è già esautito, eh.

mercoledì, ottobre 12, 2005

logo o non logo

Io Lapo Elkann, forse non è il momento giusto per dirlo, ma non l'ho mai capito veramente.

Io che forse mi sbaglio (anzi senz'altro), ma avevo sempre pensato di vivere in un mondo post-logo. Riassunto delle ultime puntate: nei globalizzati anni '80 riuscire a fornire prodotti qualitativamente più elevati alla concorrenza è sempre più difficile. I pubblicitari non hanno più le famose "reason why" su cui imbastire i loro slogan, e devono lavorare d'immaginazione. Il cliente non deve più 'preferire' un brand sulla base di valutazioni oggettive: deve amarlo. Deve riconoscere il logo e portarlo con orgoglio su di sé. Il logo diventa stile di vita, sistema di riconoscimento, religione. Con risultati spettacolari e cascami surreali: i ragazzini che staccano i "mirini" delle Mercedes e li appendono allo zainetto.

La cosa funziona per… una decina d'anni, diciamo, a cavallo del 1990, e poi le cose cambiano. Cambiano perché devono cambiare: la moda ha i suoi ritmi irrazionali, ma regolari. Cambiano perché nella libera società dei consumi tutto tende alla saturazione, per cui se nel 1985 gli scaffali erano ormai pieni di tanti prodotti tutti uguali, nel 1995 le vetrine sono piene di tanti loghi tutti fighi, e siamo al punto di partenza. Peraltro, insistere nel branding in un Occidente dove la forbice sociale torna ad allargarsi rischia di essere un boomerang: perché nessuno vuole essere "figo" più di un poveretto: e quando tutti i poveretti indossano un logo figo… quel logo non è più figo, è da poveretti. (Se girate per Parigi con una Lacoste, vi prendono per un magrebino. Se girate con una felpa fiat... non lo so, provateci).

A quel punto i loghi iniziano a rimpicciolirsi – la Nike si riduce a uno sbaffo minimo – quando esce "No Logo", non è che tutti si precipitino a comprarlo, ma alla fine è come se l'avessero letto tutti. Anche chi non si mette a spaccare le vetrine in centro, cerca comunque loghi meno sfacciati. È un'inversione di tendenza che abbiamo sentito tutti – a parte forse i fanatici della Apple; ma quella è la nicchia che conferma il mainstream.
Finché un bel giorno non arriva Lapo Elkann e ti piazza un logo grosso tutta la felpa, e a questo punto le opzioni sono due: o è un genio, avanti di 10 anni su tutta la baracca, o è un ragazzino sballinato che non conosce i fondamentali del suo mestiere. Chi può dirlo?

In seguito alcune dichiarazioni hanno fatto penzolare la bilancia. "La Fiat deve tornare a essere una macchina figa": siamo nel revisionismo storico. La Fiat non è mai, mai stata figa, perlomeno dal dopoguerra in poi. Magari poteva essere (con qualche sforzo) simpatica. Proletaria. Di culto. Trash, quel che vi pare; ma nessuno si è mai sentito figo a bordo di una Tipo o di una Croma – per non infierire su altri famigerati modelli di casa Lingotto. E gli amabili cinquantenni-e-qualcosa che continuano a menarsela con la loro prima pomiciata in Cinquecento (e votano leggi ambienticide in Parlamento), ebbene essi andrebbero semplicemente rinchiusi di nuovo in quella scatoletta e forzati a ripetere quei loro coiti maldestri fino a esaurimento della nostalgia. Va da sé che Lapo Elkann non ne ha nessuna colpa, ma le cose stanno semplicemente così: la Fiat non è figa. Ammetterlo sarebbe un buon punto di partenza.

"I giovani devono essere gasati a guidare Fiat": ma perché, poi. Sul serio: perché puntare sui giovani, che (1) in Italia sono statisticamente pochi,e (2) di quei pochi, molti la macchina non se la possono permettere, o perlomeno (3) non si possono permettere di sceglierla, e in ogni caso (4) il mercato dei giovinastri danarosi è già un aspro campo di battaglia tra contendenti, loro sì, veramente fighi (Mini, Smart…)? Da capo: o Lapo è un genio, e ha intravisto cose che io mortale non posso immaginare; o è uno sciocchino che vede intorno a sé solo ragazzini 'gasati' e 'fighi', e confonde il target di riferimento del brand Fiat col target di persone che vorrebbe vedersi intorno alle feste. Ma stiamo parlando davvero della persona che ha in mano l'immagine della Fiat? In questo caso, la cocaina sarebbe davvero l'ultimo dei nostri problemi. Poi, per carità, mi sembra giusto preoccuparsi per un giovane che ha pippato troppo e male. Ma anche per i dipendenti (indotto incluso) che nei prossimi mesi si pipperanno l'eventuale flop della Grande Punto.

La Grande Punto, col suo slogan ineffabile ("È arrivata, Punto": tot. 0 reasons why) è in sostanza una Punto più grande di quella che avevamo già (senza sentirci fighi). Proprio così: hanno preso un modello mediocre e l'hanno rifatto più grande. Che idea, eh? la prossima, magari la faranno più lenta, o più rumorosa, ci sono ancora tanti margini di miglioramento. È colpa di Lapo? Non credo. Credo che Lapo si trovi in un posto dove io mai vorrei trovarmi: a vender fumo, con la sua faccia, nella via dei rosticcieri. È l'altro lato di essere figli (o nipoti) di papà: quando tutto va male non puoi neanche licenziarti. E le figure di merda sono tutte tue.

Poi magari io non capisco niente, e lui è un genio. Lo spero tanto. Gli auguro di guarire e trovare il posto che fa per lui.

lunedì, ottobre 10, 2005

Non ci sono più mezze stagioni

Tra un terremoto e un'inondazione, non vorrei mai vi perdeste il nuovo numero di Sacripante e il mio pezzo, con cose rubacchiate dal blog di Giacomo Leopardi.
Caro Leonardo,
hai notato che le mezze stagioni non sono più quelle di una volta? Secondo te di chi è la colpa? Rispondi con franchezza...

martedì, ottobre 04, 2005

scarico tonnellate di merda tutti i giorni, cos'hai tu di davvero speciale?

Egr. Signori!

Poiché le accuse di Spaming sono sempre più numerosi, vorremmo precisare come segue:

Già nel mese di Maggio di quest’anno le è stata mandata un Mail nella quale abbiamo specificato, che i siti:

Comunicatore – Intertele – ufficioestero – Unionweb – Nozzeemusica – Studiometzger – Henrym – Auslandsbuero – Luchsaugen –

ed altri ns. Blogs e News Groups non operano più, e che gli indirizzo dei iscritti sono state passate alla “EUROSTUDIOS”.

Se questo Mail non l’avete ricevuta ci dispiace, se non l’avete letto, non è colpa ns. Comunque sia, non pratichiamo lo SPAM e vorremmo precisare come segue:

L’“EUROSTUDIOS” le ha scritto nel passato perché convinta che voi avesti letto questa comunicazione citato qui sopra e di conseguenza d’accordo di essere contattato anche dalla “EUROSTUDIOS”

L’ "EUROSTUDIOS" tratta i seguente temi: www.eurostudios.it

Pannelli Solari Fotovoltaiche e termiche.

Mutuo al 3,9% tasso fisso garantito, anche per i pannelli.

Pubblicità europea con Video Streaming nelle pagine Internet per tutti.

Foto- Video e Musica per gli Sposi Italiani



Qualora lei foste convinto di non essersi mai iscritto presso uno dei ns. Blog’s o News o di non averci mai mandato un Mail, (anche questo, per legge, ci permette di risponderle ed archiviare il suo indirizzo) la invidiamo gentilmente di cancellarsi qui sotto.

Anche ai iscritti consapevoli della iscrizione, ma non più interessati ai temi che trattiamo, chiediamo la stessa cosa.

NON mandateci le solite diffide: “secondo Informativa ai sensi della legge 31/12/96 n. 675”. La risposta è questa Mail ed il resto lo troverete qui accanto.

Ringraziamo tutti che restano con noi e salutiamo cordialmente.

domenica, ottobre 02, 2005

mestieri che s'inventano

Un giorno, in un posto qualsiasi, ascolti un tipo di musica. Te la fanno ascoltare i tuoi amici più grandi, o la scopri da solo. All'inizio ti piace e basta, com'è giusto che sia. Col tempo scatta qualcosa: ti ci affezioni. Diventa parte della vita, parte della giornata da sottrarre ad altri impegni. Programmi i fine settimana per seguire i concerti, le vacanze per i festival. Cominci a spendere troppo, e poi all'improvviso succede qualcosa. I soldi iniziano a tornare indietro.
Non molti all'inizio: e poi, gradualmente, sempre di più. Cosa è successo? Sei diventato un punto di riferimento: sai distinguere il buono dal cattivo, sei sensibile a tante piccole, minuscole differenze. Ormai sei tu che fai sentire i dischi agli altri – e passi più tempo a farli ascoltare che ad ascoltarli tu stesso. Forse non balli più. Ma sei diventato un dj. Bel colpo.

Il divertimento diventa passione, la passione si riduce in mestiere: succede. Faccio un altro esempio: un giorno ti trovi in un locale. Ti ci hanno portato i tuoi amici più grandi, o ci sei arrivato da solo. All'inizio ti piace e basta, com'è giusto che sia. Ma col tempo scatta qualcosa. Ci vai tutte le settimane. Intrattieni relazioni col personale. Diventa parte della vita, parte della giornata da sottrarre ad altri impegni.
Finché ti rendi conto che ci sei dentro. Per i tuoi amici era solo un ritrovo, per te è diventato qualcosa di più. Adesso sei un punto di riferimento: sai distinguere una serata buona da una no (è una questione di tante piccole, minuscole differenze). Ormai sei tu che fai entrare gli altri – e passi più tempo fuori a chiamarli che dentro a divertirti. Perché magari non ti diverti neanche più. Ma sei diventato un PR. Complimenti.

A ciascuno, secondo la sua passione. Per dire, un giorno provi una cosa. Coi tuoi amici più grandi, o da solo. All'inizio ti piace e basta, com'è naturale che sia. Col tempo però scatta qualcosa: ti ci affezioni. La cerchi. Sviluppi il tuo giro di conoscenze. Diventa parte della vita, parte della giornata da sottrarre ad altri impegni.
A un certo punto, ti accorgi che ci sei dentro. Per i tuoi amici era solo uno svago, per te è diventato qualcosa di più. Hai speso un sacco di soldi, eppure da un po' di tempo stanno cominciando a tornarti indietro. Perché sei un punto di riferimento: sai distinguere la buona dalla cattiva, hai naso per tante piccole, minuscole differenze. Ormai sei tu che la procuri agli altri – ed è più quella che smerci che quella che ti resta. Alla fine magari non ti fai neanche più tanto. Ma sei diventato un pusher. Buona fortuna.

mercoledì, settembre 28, 2005

pure cazzate?

Il dibattito Evangelisti / Dai Pra' sullo Sbrego di Moresco ormai è una cosa enorme, posso rimandarvi a Blogdiscount per un riassunto (ma poi Evangelisti ha ri-replicato, e anche Mozzi ha detto cose sinceramente interessanti tirando in ballo Serra e Pascoli, e a questo punto, capite…). Io vorrei concentrarmi solo su un microtesto. E cioè. A un certo punto, Evangelisti, per meglio spiegarsi, usa l'espressione "pure cazzate".

Seguono ulteriori insulti contro Moresco (“E’ inutile sfoderare gli anni del monolocale come garanzia di autenticità. Lo scrittore Moresco non è un extracomunitario arabo, non è un sudamericano accoltellato”). Pure cazzate.

Di seguito analizzerò l'espressione dal punto di vista del contenuto (1) e del significante (2).

1. Perché cazzate? Silvia Dai Pra' ha centrato un punto: a Moresco piace pasolineggiare. Non è una cazzata. Ed è, certo pasolinismo, un atteggiamento molto ambiguo. Ti piace mischiarti coi derelitti di borgata, ok, ma perché? Ti senti uguale a loro? Ma non lo sei, dai, si vede benissimo che non lo sei. Non sei un Rimbaud che lascia la letteratura per il commercio d'armi: sei e resti uno scrittore, che ha difficoltà a parlar d'affari coi colleghi (e chi non ne ha), e ti trovi meglio tra gente che non ti capisce. Proprio perché non ti capisce. Dalla recensione di Dai Pra':

Una birra in mano, si va a sedere sui gradini del Duomo, tra gli arabi, i sudamericani, i barboni, guarda scoppiare delle risse, vede un accoltellamento, un ragazzo sudamericano ammazzato. “Io mi trovo bene seduto per terra, là in mezzo. Non mi sento diverso. Mi sento più diverso quando mi capita di stare in mezzo alle persone che circolano attorno ai libri”. Siamo al fulcro del problema: Moresco si sente diverso dai letterati, che non stima, si sente diverso dalla piccola-borghesia omologata, ma si sente uguale a chi, realisticamente, è diverso da lui.

Non so i barboni, ma credo che molti arabi e sudamericani compagni di bevute di Moresco aspirerebbero (se potessero) in realtà a quella piccola borghesia omologata che lo scrittore rifugge. E qui è il grande equivoco del pasolinismo deteriore: vedere natura dove c'è cultura, scambiare per un eden selvaggio Piazza del Duomo. Col risultato perverso che mentre accoltellano un ragazzo sudamericano, lui "si trova bene". Ora non vorrei dire che Pasolini c'è morto, di questa contraddizione. Non volevo dirlo ma l'ho detto. Va bene. Ma come fa Evangelisti a dire che è una cazzata? È un problema serio. Odi i tuoi simili, apprezzi i diversi solo finché restano diversi e s'accoltellano tra loro. È il prezzo da pagare per scrivere buona letteratura? Io penso di no, parliamone.

2. Ma dovremmo stare anche attenti a come ne parliamo. "Pure cazzate". Se Evangelisti lo scrivesse in un libro suo, non ci troverei nulla di strano. Ma scriverlo in una replica a una recensione. Su una rivista telematica. Perché? Per fare la voce grossa? Per dare più pepe al dibattito? Ma non è vero: le parolacce non sono crudeli. Sono solo parolacce, come i Bang e gli Szock nei fumetti; non fanno male, non disturbano nemmeno. Son ben altri i modi di praticare la crudeltà in un testo scritto, e la Dai Pra' ne sa qualcosa: la sua recensione è di una crudeltà impeccabile.
Ora io mi chiedo: da quand'è che abbiamo lasciato passare certe espressioni fumettistiche nel dibattito letterario? Da quand'è che gli scrittori si sentono liberi di replicare ai critici a furia di "cazzate", che manco Vasco Rossi, ormai? Non lo so. Ho come il sospetto che c'entrino i Wu Ming, ma non adesso; magari ai tempi (non rimpianti) delle tute bianche; un certo tipo di stile barricadero che in fondo a me piaceva. Certe espressioni che leggevo dappertutto, del tipo: "le chiacchiere stanno a zero". Che come enunciato di principio è lodevole, ma… su un forum letterario? Le chiacchiere stanno a zero? Come andare in un bar e sentirsi dire: "i caffè e le briosce stanno a zero", bene, e allora ciao.

2bis. Infine, l'espressione "pure cazzate" tradisce un problema fondamentale della cultura italiana, addirittura. Che non è capace di parlare dei suoi problemi (dei problemi di Piazza del Duomo, del fatto che c'è gente che spaccia e si accoltella) perché le manca la lingua. Secondo voi Moresco come dialoga coi suoi compagni derelitti: in arabo, in spagnolo? Magari manco comunica, gli basta respirare in compagnia. A Evangelisti, invece, capita di scrivere un'espressione così: "pure cazzate". Che è un goffo tentativo della lingua italiana di scendere in piazza del Duomo: dove però nessuno, ci potrei giurare, userebbe un'espressione del genere.
E guardate che non è colpa di Evangelisti, che senz'altro è un ottimo scrittore: è colpa della lingua di Manzoni, che non riuscirebbe a farsi slang nemmeno dopo un mese ammollo nel Naviglio. E così ci troviamo con scrittori che rifuggono la piccola borghesia (ci mancherebbe altro), che frequentano le bettole e i malfattori, e il massimo che riescono a darci sono espressioni così: "pure cazzate". Che sa di libresco, mi spiace, di ginnasiale perfino, ma ripeto, non è colpa di nessuno. Forse andrebbe abolita semplicemente, la lingua italiana. E non parlarne più.

sabato, settembre 17, 2005

primo giorno di scuola (media)

ore 8, classe III Q

IL PRESIDE:
Questi è dunque il vostro nuovo prof, rispettatelo e adoratelo.

IO:
Amen. Tirate fuori l'antologia, alla svelta.

***

ore 10.30, classe III Q

L'ALUNNO:
e la tequila, prof? Quanti gradi fa la tequila?


IO:
Senti, non ha nessuna importanza che io adesso mi ricordi la gradazione della tequila, perché c'è di peggio, lo sapete? Lo sapete qual è la vera essenza demoniaca? Il Bacardi Breeze! Quattro gradi! è quanto basta.

L'ALUNNA:
Ma una non fa niente, prof.

IO:
Ecco, sentite? E' il demonio che parla per mezzo di lei! E' proprio perché una non fa niente, che presto passi a due. Il demonio, vi dico. Infatti, qual è il logo del Breeze?

GLI ALUNNI:
Il pipistrello, prof.

IO:
Ma per l'appunto.

Poi si è parlato del modo migliore di ammazzare i condannati a morte, forca vs ghigliottina. Sarà un altro grande anno.

lunedì, settembre 05, 2005

il Kyoto fisso

chiedo scusa per il gioco di parola, sto cercando di smettere.

Io non so se qualcuno, sulla stampa o in Rete, stia veramente compitando il sillogismo: "Katrina è colpa di Bush perché non ha ratificato Kyoto". Che è veramente una boiata, mi rendo conto: esattamente quel che serve al Christianrocca o all'Enzoreale di turno per i loro pastoni anti-anti-americani. Noto che in generale sono più veloci loro degli anti-americani, per cui molto spesso sono portati a inventare o ingigantire posizioni anti-americane per il gusto per sfatarle. (Tam Usa quam Israele, del resto).
E allora.

E allora, certo, prima di lamentarsi perché gli Usa non ratificano Kyoto, sarebbe meglio almeno verificare se lo rispettiamo noi, che lo abbiamo già ratificato. E mi pare di no. Quindi non è il caso di fare la morale.
Secondariamente, bisogna tener conto che Kyoto, anche quando qualcuno lo rispetterà, resterà pur sempre un misero placebo: vedi il grafico qui. E questo si sa: con Kyoto si vorrebbe aver impostato soltanto un modus operandi; l'idea che le emissioni siano da ridurre, tenendo pur sempre in conto le esigenze dei paesi in via di sviluppo.

Dopodiché: si può dare la colpa al Governatore (ma la Louisiana si aspettava aiuti federali che non sono mai arrivati, a causa dell'Iraq, si o no?); si possono leggere le statistiche nel più partigiano dei modi, e concludere che gli uragani stanno diminuendo; si può eleggere il confusionario Michael Crichton a esperto climatologo; si può inveire contro qualcuno che si suppone stia gongolando (ma dove, ma quando?) si può fare questo ed altro. E si fa. Ma non si fa bella figura. Si nasconde semplicemente la testa sotto la sabbia. O sotto l'acqua, meglio.

venerdì, agosto 05, 2005

femmes de footballeurs

si', guidando per giorni e giorni si fanno, nei motel francesi che almeno esistono (gli italiani, no) simili scoperte: ho sposato un cqlciatore era un format. I francesi hanno la loro versione, dove i nostri centravanti moraccioni diventono biondaccioni (e anche viceversa), e le veline idem. Bien que non ci siano tutte 'ste veline, in francia, il che rende tutto un po' surreale.
Per dire il baffone molto viveur che mi stava un po' in mezzo tra Tacconi e Vieri, qui ha le orecchie a manubrio, e la manager-megera è veramente megera. In generale la realizzazione mi sembra inferiore all'italiano, per cui non credo che l'originale sia franco, ma a qsto punto neanche italiano: quando lavoravo al calcio inglese ricordo di aver sentito parlare di una serie che si chiamava "footballers' wives": sara' lei l'origine comune?

E a noi che frega? Mah, nulla, ma so che al tempo la serie attiro' l'attenzione di palati abbastanza fini. Mentre, malgrado la materie, non fu tutto 'sto successo di pubblico. E se era un format internazionale, forse ho capito il perché: sceneggiature più solide della palta nostrana, ma anche un certo retrogusto di mostarda, qualcosa di malgrado tutto estraneo alla nostra sensibilità.
E un po' tremo all'idea che sulle petites differences tra le realizzazioni nazionali dello stesso format, in scienze della comunicaz, ci si potrebbero laureare torve di studenti.

lunedì, agosto 01, 2005

ogni volta che vengo mi sconvolge...

La bruttezza del logo della Caisse d'epargne.

Vichy

Direi che Salo' è molto meglio. Ma di gran lunga.

ma è perché mi piace la Franciq...

...che mi faccio ogni anno duemila e piu' km in auto, o è perché mi piace fare duemila e piu' km in auto all'anno che mi ritrovo in Franciq?

(en trqversqnt La Palisse, qpres Vichy)

AZERTY, fqnculqti lq merdq!

scusate lo sfogo, sto nellq cqpitqle mondiqlme dellq culturq, l'unico pqese ql mondo con auel qzzo di tqstierq

giovedì, luglio 28, 2005

don't go back to bullland

Stavo riflettendo a quanto sono buffe le etimologie, vere o false.
Per esempio, Pakistan, anche se è nato come un acronimo, in Urdu può voler dire "Paese dei puri". Iran credo voglia dire "Paese degli ariani", cioè dei puri. Ma anche Francia, è la terra dei Franchi, cioè dei nobili, cioè dei puri. E l'Italia?

L'Italia, secondo l'etimologia fino a qualche tempo fa più accreditata (e probabilmente falsa, ne parliamo un'altra volta) è la Terra dei Vitelli. Che altro dire.

Dico che proprio nel momento in cui avevo emotivamente bisogno di un'inviata mia personale speciale in Egitto, cioè Lia, ella ha deciso che s'invola, torna alla terra dei vitelloni impuri, e da mia inviata speciale personale si trasforma in mia diretta concorrente nella lunga trafila per la sopravvivenza. E mi dispiace. Lei sembrava stare bene là, e io stavo bene qua a leggerla. Adesso di che scriverà? di scuole vitelliane piene di bulli e bulletti? Grazie, avrei già dato. Beh, ma in bocca al lupo.

ma maestra, ha cominciato lui

(Minestra riscaldata dimenticata in frigo la 7imana scorsa)

Il mantra di questi ultimi giorni è senza dubbio "c'è stato prima l'11 settembre". E finché lo dice il piccolo blog d'opinione o l'editorialista un po' becero, passi. Ma sentirlo dai microfoni di statisti più o meno illustri (Jack Straw, Gianfranco Fini), è una cosa che fa spavento.
Infatti, cosa significa "c'è stato prima l'11 settembre"? Più o meno è come dire "hanno iniziato loro". Una frase che sta bene in bocca a un bambino, piuttosto che a un Uomo di Stato.
"Giovannino, non tirare i capelli a tua sorella".
"Ma ha iniziato lei".
Ogni genitore o educatore sa bene come questo discorso sia viziato in partenza, per due motivi. Primo motivo: non è vero che ha iniziato la sorella. Cioè, tecnicamente sì, stamattina lei gli ha pestato i piedi, ma dietro c'è tutta una storia di ripicche e invidie che data dalla notte dei tempi. E questo ci porta al secondo motivo; non ha nessuna importanza sapere chi ha iniziato: l'unica cosa che conti è sapere quando la finirete, tutti e due.

Analogamente: l'11 settembre è senza dubbio stata la madre di tutti gli attentati, un enorme contraccolpo emotivo per l'opinione pubblica mondiale; ma non è stato l'inizio di un bel niente. Il terrorismo arabo e islamico data da molto tempo prima, e ha varie concause, che tra l'altro conosciamo. Bin Laden, per esempio, ha iniziato a complottare contro gli americani quando l'Arabia Saudita decise di concedere a George Bush padre le basi militari per la Guerra del Golfo. Allora chi ha iniziato? Bush Padre? O Saddam Hussein, che aveva invaso (ingiustamente) il Kuwait? Ma quando lo invase, Hussein era convinto di avere il sostegno indiretto degli americani; d'altro canto, doveva rifarsi di una disastrosa guerra contro l'Iran, combattuta anche per sostenere gli interessi geopolitici dell'Occidente nello scacchiere del Golfo Persico. Era la Guerra Fredda: chi l'ha iniziata? Stalin, Roosvelt, Churchill? Vogliamo tornare a discutere di Yalta? C'è persino chi lo fa, seriamente (ma anche Giovannino, quando accusa la sorella di avergli pestato i piedi, è serissimo). Senza Hitler, comunque, non ci sarebbe stata la Guerra Fredda: è tutta colpa sua. Ma Hitler avrebbe fatto il pittore, se la Germania non fosse uscita in ginocchio dalla Prima Guerra… allora è tutta colpa di Gavrilo Princip? O di Adamo, che ha mangiato la mela? "Sì, ma è stata Eva che me l'ha data". Eva indica il serpente. Oh, abbiamo trovato il colpevole. Che ce ne facciamo?

Questa idea che le colpe siano sempre da retrodatare sta alla base delle escalation più incivili. La civiltà, invece, comincia quando ci si rende conto che la vendetta non è giustizia, e che ogni gesto è moralmente giudicabile in sé, a prescindere da chi ti ha pestato i piedi un momento prima. Saddam Hussein è responsabile delle sue azioni; anche George Bush lo è. I terroristi anglo-pachistani sono responsabili di aver ucciso 60-70 persone; Tony Blair è responsabile del coinvolgimento britannico nel conflitto in Iraq, che ha esposto il Regno Unito a una recrudescenza del terrorismo islamico in Gran Bretagna (nulla, comunque, in confronto a quello che fa il terrorismo islamico in Iraq).

Questo non è relativismo culturale, al contrario: saper distinguere tra vendetta e giustizia è condizione necessaria e (non sufficiente) per poter parlare di civiltà: ne parla la Bibbia, ne parla il Corano. Fino all'altro ieri l'Occidente tendeva ad presentarsi come il maestrino del mondo: quello che ti insegna l'educazione, ti esporta la democrazia, eccetera. Un ruolo francamente antipatico. Adesso però il maestrino si è messo ad azzuffarsi con gli ultimi della classe. Come è potuto succedere? "Hanno iniziato loro". Sì, va bene: e voi finitela.

martedì, luglio 26, 2005

Luglio, agosto, settembre nero

Giocare col mondo
facendolo a pezzi
bambini che il sole
ha ridotto già
vecchi.

Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all'omertà.
Forse un dì sapremo quello che vuol dire
affogare nel sangue con l'umanità.

Gente scolorata quasi tutta uguale,
la mia rabbia legge sopra i quotidiani.
Legge nella storia tutto il mio dolore,
canta la mia gente che non vuol morire.

Quando guardi il mondo senza aver problemi,
cerca nelle cose l'essenzialità:
non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all'umanità.

Area (Frankenstein): Luglio, agosto, settembre (nero)

Prendetela un po' come vi pare. E lamentatevi per le ferie rovinate, fa parte della nostra, come si dice, civiltà.

giovedì, luglio 21, 2005

mercoledì, luglio 20, 2005

il terrorismo è una questione d'idraulica


Valga da autocritica. Quando a Londra sono esplosi i kamikaze anglopachistani, io me la sono presa con George W. Bush, e la sua visione idraulica della Guerra al Terrore. Secondo lui per tenere lontano il terrorismo dall'Occidente bastava scavare una buca bella profonda in Iraq: come se i terroristi fossero come l'acqua, che va sempre in basso.

Secondo me invece i terroristi volano (anche se di solito non terminano i corsi di volo), per cui tutta quest'opera di scavo dell'Iraq mi sembrava un'enorme impresa inutile.
Poi l'altro giorno ho letto di terroristi che dall'Italia si spostano in Iraq, e la cosa mi ha colpito. Gente che poteva farsi esplodere nella capitale della cristianità (e del secondo più importante alleato degli Usa in Iraq), invece preferisce massacrare i correligionari in un Paese lontano. Allora forse GWB non ha tutti i torti: il terrorismo tracima. Certo, è un processo molto lento, e nel frattempo qualche schizzo può rimbalzare su Londra o Madrid: ma nel lungo termine…

A questo punto capisco anche perché Bush non abbia nessuna voglia di vincere la guerra, e continui a occupare l'Iraq con un quarto del contingente necessario. Non è solo una questione elettorale (gli toccherebbe ripristinare la leva militare); e poi che gli frega a lui, mica può ricandidarsi. No, è proprio una scelta precisa: più che importare la democrazia, l'Iraq deve attirare tutti gli arabi e gli islamici scontenti del mondo. Tutti giù, giù, nella buca più profonda.

martedì, luglio 19, 2005

E, per esempio, Fassino candidato?

Movimentiamole un po', queste primarie...

E vabbè, sembra proprio che queste Primarie a pagamento siano una presa in giro. Però. Però secondo me non è un problema di soldi, ma di candidati: trovo che non ce ne siano abbastanza. Faccio un esempio: Piero Fassino. Che è una brava persona, sicuramente.

Piero Fassino è, come sapete, il segretario dei DS, che è il primo o secondo partito in Italia. La settimana scorsa ha attirato l'attenzione (la mia, almeno) per due dichiarazioni.

Nella prima, Fassino sosteneva che non si può disprezzare uno speculatore solo perché acquista e vende immobili e ci fa la cresta: che anche questo è mercato e il mercato è buono, sempre buono, tutto buono. "Non c’è un’attività imprenditoriale che sia pregiudizialmente migliore o peggiore di un’altra. Né sul piano morale, né su quello economico. Oggi dobbiamo superare le vecchie gerarchie dell’industrialismo…" Questa dichiarazione al Sole 24 Ore si è attirata gli strali del vice-Presidente di Confindustria:
"Il leader della sinistra italiana non distingue tra chi fa impresa e chi di mestiere fa il raider finanziario. Ci viene tolta la speranza che dall'opposizione possano venire contributi per accrescere la ricchezza del paese"
. E' chiaro? Devo ripetere? In sintesi: Il segretario dei DS, Fassino, ha fatto un intervento difendendo una categoria di speculatori, e il vice-Presidente di Confindustria lo ha criticato. Da sinistra. Siamo a questo punto? Siamo a questo punto.

La seconda dichiarazione riguardava i Centri di Permanenza Temporanea, che quattordici (14) presidenti di regione vorrebbero chiudere, per motivi di sicurezza, ordine e di minima decenza umana. Fassino ha detto, in sostanza, che i Centri invece vanno tenuti aperti, anche se sono "sotto gli standard di civiltà". Insomma, sono incivili, ma chiuderli non si può. E non importa che i 14 Presidenti siano tutti e 14 dell'Unione, che è lo schieramento di Fassino, e la maggior parte nel suo stesso partito: e si presume siano gente seria, amministratori preparati che nei CPT c'è andata, ha visto la situazione che c'è dentro, e ha preso una posizione che in termini elettorali potrebbe anche risultare controproducente. Non importa che la stessa Livia Turco, che i CPT li aveva inventati, oggi alla luce della legge Bossi-Fini li consideri "insostenibili"(*). Non importa un bel niente, perché Fassino tanto ha detto no, e quando è no è no.

Ecco, questa è stata la settimana di Fassino, che è il segretario dei DS ed è sicuramente una brava persona. E io trovo che sia un peccato che uno come lui non voglia o possa candidarsi alle Primarie.

Perché uno come Fassino, per esempio, io per poterlo trombare alle Primarie pagherei. Per poter mettere nero su bianco questo semplice concetto: che te tu non mi rappresenti, o Fassino! Non sei il mio leader, non sei il mio portavoce, not in my name, h'raus! 
Sul serio, non so cosa darei.

(*) L'On. Turco, a onor del vero, condivide la posizione di Fassino: i CPT sono insostenibili, ma non si possono chiudere.

sabato, luglio 16, 2005

si sente dire

...che la Francia ha sospeso Schengen. In effetti non è vero.

Si sente anche dire "la castrazione chimica è roba seria, la fanno anche in Francia e Svezia". Non è esattamente vero neanche questo. Francia, Germania e Svezia stanno sperimentando la castrazione chimica su base volontaria (se ti condannano per reati sessuali puoi scegliere di essere castrato chimicamente o scontare tutta la pena). In Danimarca ne hanno castrati 25, che non è un gran campione statistico.
In California e Canada, dove ci sono già dati più seri, hanno scoperto, guarda un po', che la castrazione chimica "se da una lato provoca un temporaneo abbassamento dei desideri sessuali, dall’altro rende il soggetto più aggressivo".
(Chissà quanti han dovuto castrarne per accorgersene).

venerdì, luglio 15, 2005

Macche Eurabia, Eurostan!

L'opinionista di provincia guarda Londra bruciare, dopo Madrid, Bagdad, New York... e in bassa frequenza, sotto tutta la retorica del caso, non può fare a meno di pensare: fatti vostri. Un aspetto positivo della provincia è che il tuo indirizzo non rischia di essere preso per il simbolo dell'occidente, o della cristianità, o di quant'altro. L'opinionista di provincia è quasi tentato di considerare la provincializzazione della società come la Soluzione Finale alla guerra al Terrore: come in quel vecchio racconto di Clifford Simak in cui la Guerra Fredda finisce semplicemente perché la gente va ad abitare nei sobborghi, e non ci sono più città degne di essere considerate obiettivi militari per i missili sovietici.
Poi magari un marocchino sciroccato parcheggia davanti alla sinagoga dietro casa e si fa esplodere, e l'opinionista di provincia ha un sobbalzo.
Il giornale dice che i terroristi londinesi erano tutti pakistani appassionati di cricket: ora, la provincia in questione è perlappunto piena di simpatici pakistani. Che giocano a cricket. Fanno spettacolari tiri a campanile e sono bravissimi a riprendere la pallina al volo. L'opinionista di provincia è costretto a rivedere i suoi pregiudizi.

I pakistani non sono arabi: sembra una pignoleria. Però sono più di sono centocinquanta milioni di persone che non parlano arabo, non mangiano arabo, e non assomigliano affatto a degli arabi. Se mettete di fianco un pakistano e un arabo dovreste distinguerli a colpo sicuro - almeno con la
stessa percentuale di errore che avrebbe un pakistano nel distinguere un italiano da un polacco. Italiani e polacchi hanno molte cose in comune, ma a nessun italiano farebbe piacere essere scambiato per un polacco. Non è una pignoleria. Non confiniamo neanche.
Invece è molto più comprensibile confondere i pakistani con gli indiani: dopotutto erano indiani anche loro, prima del 1947 (ma chi l'ha mai visto, un pakistano nato prima del 1947? Hanno tutti vent'anni). Non esisteva nemmeno il concetto di "Pakistan", strano acronimo che può voler dire anche "Paese dei Puri". Durante il primo conflitto indo-pachistano, milioni di indù migrarono dal Pakistan all'India, e milioni di musulmani migrarono dall'India al Pakistan, mentre Gandhi digiunava dalla disperazione. Il destino di Gandhi: diventare il simbolo del più grande processo pacifico di indipendenza della Storia, solo per assistere a una guerra civile e religiosa (e morire per mano di un correligionario). Potremmo dire che indiani e pakistani appartengono alla stessa etnia, se la scienza ci consentisse di parlare di etnia (ma le cose sono maledettamente più complicate).
Al massimo possiamo dire che hanno condiviso secoli di Storia. Ma poi hanno combattuto quattro guerre, e oggi un pakistano preferisce farsi assimilare da un inglese che da un indiano. La protagonista anglo-indiana di "Sognando Beckham", che si innamora del coach irlandese, a un certo punto tranquillizza le colleghe di spogliatoio: per la famiglia sarebbe stato peggio se si fosse innamorata di "un musulmano". E con un dito sul collo mima il suo sgozzamento. È un po' lo stesso paradosso dei curdi e dei turchi, che dopo aver combattuto per decenni si ritrovano negli stessi quartieri di Berlino: a Sud i padri combattono ancora per vecchi ideali, come la religione e l'indipendenza; e poi mandano i figli a rimescolarsi nelle grandi Capitali del Nord, che evidentemente hanno una forza d'attrazione superiore a quella di qualsiasi richiamo identitario. Perfetto. Anzi, no, visto quello che succede alla seconda generazione: senso di estraneità, razzismo al contrario, terrorismo.

Metà di quel che so del Sud del mondo discende dalle chiacchiere dei Padri Missionari che svernavano in parrocchia. Una volta uno mi disse che nella regione africana dei Laghi "noi bianchi" avevamo commesso imperdonabili errori affidandoci alle prime impressioni. Per esempio, tendevamo a considerare i neri più alti, dal più nobile portamento, come nostri interlocutori privilegiati, e a diffidare di quelli bassi e tracagnotti, senz'altro dei buoni a niente.
Gli alti erano poi i Tutsi (che al plurale fa Wa-Tutsi); i bassi e tracagnotti gli Hutu. Per dire quanto possono essere pericolose, le prime impressioni. E questo cosa c'entra? Se conoscete un po' i pakistani, c'entra. Di tutti gli extracomunitari afro-asiatici, sono o non sono i più perfettini? Insieme agli indiani, certo. Nel loro sguardo non c'è traccia dell'innata strafottenza araba. Io non so se sia un retaggio genetico o culturale (secoli e secoli di mercanteggiamenti e piraterie sulle due sponde del Mediterraneo), il fatto è che come europeo non riesco a guardare in faccia un arabo maschio dai 5 anni in su senza sospettare che mi stia buggerando. Fosse anche Mubarak. Magari è una cosa reciproca, magari anche l'arabo medio non riesce a fidarsi dei miei occhi verdi. Razionalmente, poi, io so che si tratta di odiosi pregiudizi da superare: però se avessi una figlia, e se lei fosse combattuta tra uno spasimante magrebino e uno pakistano, non avrei il minimo dubbio su chi sconsigliarle.

Il pakistano ha un'aria più gentile. Il pakistano ha lo sguardo malinconico e l'accento melodioso. Il pakistano studia, si applica, è dotato per la matematica. Il pakistano gioca a cricket, che è uno sport incomprensibile, ma molto anglosassone.
Il pakistano è quasi praticamente un indiano, e gli indiani sono un popolo pacifico. Per contro gli arabi, si sa, ti stringono la mano e nell'altra nascondono armi di distruzioni di massa; terroristi, predoni, infibulatori, tagliatori di teste...

In realtà, se è vero che Bin Laden è un arabo, è altrettanto vero che senza le aderenze pakistane non avrebbe mai combinato nulla in Afganistan, e forse le Torri Gemelle sarebbero ancora al loro posto. È noto che il regime talebano era fortemente sostenuto dal Pakistan. È noto che i cosiddetti "studenti di teologia" avevano frequentato madrase pachistane. E che quando Bin Laden è dovuto scappare, braccato a Tora Bora, i pachistani si sono guardati bene dal consegnarlo agli americani. È noto che il Pakistan è il primo Stato islamico ad aver testato la sua brava bomba atomica (per puntarla sul cugino indiano, ovviamente). E che il Pakistan non è in senso stretto una democrazia, perché gli americani hanno preferito esportarla nel vicino Afganistan, senza turbare il generale Musharraf. Che anche lui, a guardarlo, ha un'aria da dittatore perbene. Mica come quel sornione di Saddam Hussein, di cui era impossibile fidarsi.
Insomma, i pakistani hanno giocato un ruolo non secondario nella guerra del terrore. Eppure, alla fine, noi continuiamo a prendercela con gli arabi. Fallaci e compagnia cantante tuonano contro l'"Eurabia": e perché non l'"Eurostan"? Com'è che i pakistani alla fine se la cavano sempre, come una minoranza di nessuna importanza? Non sono una minoranza, sono 150 milioni.
È che questi ragazzi che "sembrano indiani", e parlano inglese meglio di noi (con quell'accento buffo) non corrispondono alla nostra idea di Straniero per eccellenza. Che è l'arabo, è sempre stato l'arabo. Sin dal tempo dei Mori e di "Mamma li turchi" (che poi erano pirati tunisini). Attraverso la Guerra di Libia e le Leggi razziali (c'è un fondo di antisemitismo nel nostro antiarabismo). Che è tanto più straniero ("unheimlich", in tedesco) quanto più ci è familiare ("heimlich"): nelle mia provincia, "marocchino" era l'epiteto offensivo riservato agli immigrati provenienti da Roma in giù. Il "maròc" era olivastro, scansafatiche e infido: quando poi sono arrivati i marocchini veri, si sono trovati sulle spalle uno stereotipo già perfettamente rodato. Al contrario dei pachistani, giunti all'improvviso, inaspettati, senza averci lasciato il tempo di costruire qualche pregiudizio anche su di loro. Ma c'è da scommettere che sapremo recuperare il tempo perduto.

martedì, luglio 12, 2005

La guerra dello Stile di Vita

La flemma con cui i londinesi hanno reagito agli attentati è più facile da ammirare che da imitare. Eppure anche per noi non è più il caso di chiedersi "se" i terroristi attaccheranno, ma "quando" (recentemente i jihadisti ci hanno ricordato che la nostra omeopatica presenza militare in Iraq è diventata, quatta quatta, la terza in dimensioni dopo USA e Regno Unito). E "quando" avverrà, dunque, anche noi vorremmo saper reagire con calma e fermezza, tenendo lontane le videocamere dai crateri del terrore: viceversa, è più probabile che ne approfitteremo per litigare, in chat e in parlamento, sulla definizione di guerra al terrorismo, mentre Studio Aperto zooma sulle pozze di sangue. Spero - come sempre - di sbagliarmi. Magari siamo ancora in tempo per imparare qualcosa dagli inglesi. Ma cosa?

Ognuno ammira nel vicino una sua particolare idea di erba più verde. Io invidio agli anglosassoni, più di ogni cosa, la lingua. La pulizia verbale. L'inglese è un idioma flessibile, ma asciutto. Pochi fronzoli, pane al pane, vino al vino: non è una lingua da isterici. Naturalmente anche in inglese si possono condurre discussioni oziose. È solo più difficile. Il paragone con la nostra lingua, e il modo in cui la usiamo, è impietoso. Per esempio: si discute molto, in questi giorni, se la guerra al terrorismo sia o no un conflitto di civiltà. Sarebbe a dire? Cos'è una civiltà? Una cattiva traduzione dell'inglese civilization, che forse in quel caso andava reso con "cultura". E cioè? Cos'è una cultura? In realtà non è molto chiaro. Senz'altro non è qualcosa che si mangia. Forse che si legge? Sì, nei libri che paradossalmente gli italiani leggono meno volentieri: il Vangelo, la Divina Commedia, i Promessi Sposi... E poi? Possibile che migliaia di terroristi si immolino in nome o in odio a un concetto vago come quello di "cultura"? Possibile che USA, Regno Unito e ben tremila effettivi italiani stiano occupando da anni l'Iraq per un problema di "cultura"? È molto inverosimile. E perché continuiamo a parlarne? Perché la nostra lingua è un po' così: ridondante, naturalmente attratta dai sostantivi astratti e vacui.

Nel frattempo gli inglesi (e gli americani) parlan d'altro. Avete sentito Blair in conferenza stampa, a poche ore dagli scoppi: "the British way of life is not under discussion". Lo stile di vita britannico non è in discussione. Concetto ribadito due giorni più tardi persino dalla regina. Ecco, questo io invidio alla lingua inglese: la franchezza, la facilità con cui va dritta al nocciolo. E il nocciolo non è la "cultura", non è la "civilization", ma una cosa molto più terra-terra: il "way of life". Lo stile di vita. È questo l'obiettivo dei terroristi: è questo il fronte da cui Bush ed Elisabetta II non hanno la minima intenzione di indietreggiare. Non la "cultura", non la "civiltà": più banalmente, si tratta di salvare il tè delle cinque, la pinta delle sei. Il Chelsea e l'Arsenal, il tube e i bus a due piani. L'esistenza tumultuosa e pacifica dei milioni di inquilini del Londonistan. Qualcosa che si mangia, si beve, si respira, si vive, e soprattutto non si discute: primo, perché nessuno ha il diritto di toglierla a un popolo sovrano; secondo, perché non c'è nessun bisogno di "discuterla", letteralmente: tutti gli inglesi sanno bene cos'è. Dio gliel'ha data. E guai a chi gliela tocca.

Lo "stile di vita", in realtà, non è una prerogativa britannica. È un vecchio ritornello, per esempio, dei presidenti americani. George W. Bush in particolare ne ha fatto il suo tormentone. Si può transigere sul riscaldamento globale, sul diritto internazionale: non sul "way of life". Anche al G8 scozzese, cos'è successo? Bush ha ammesso che il mondo si sta scaldando (e questa è già di per sé una notizia, c'è fior di intellettuali e studiosi e romanzieri disposti a spergiurare il contrario). Ciononostante non firmerà il protocollo di Kyoto, per i noti motivi: perché non funziona, dice (e in effetti è difficile che funzioni, finché gli americani non lo firmano...) ma soprattutto perché "lo stile di vita degli americani non è in discussione". E lo stile di vita degli americani consiste in grattacieli e case di legno nei sobborghi, e big mac king-size alle stazioni di servizio di autostrade infinite, da percorrere in SUV, moderne carovane a idrocarburi. Grandi ruote, grandi serbatoi, grandi razioni: gli americani sono fatti così, amano aver molto cibo nel piatto. L'abbondanza è uno stile di vita, e lo stile di vita non è in discussione. Può sembrare un discorso antipatico.

Però è un discorso chiaro, e ha il pregio di mettere in nero su bianco la questione. Qui in Italia amiamo ammorbarla con divagazioni che c'entrano come i cavoli a merenda. Ci siamo messi persino a parlare di religione, come se in giro si fosse all'improvviso diffusa una pia preoccupazione per la salvezza delle nostre anime. Ma basta farsi un giro in riviera una di queste domeniche per accorgersi che così non è: siamo sempre gli stessi allegri buzzurri. Preoccupati, sì. Ma non certo per i nostri peccati, o per gli embrioni destinati al martirio. I crocefissi che pendono un po' da tutti i colli, e dai muri delle scuole statali, non stanno certo a significare che saremmo pronti a morire per testimoniare Gesù Cristo. Ma prova a toglierci il campionato, il gran premio, lo struscio in centro, i maccheroni al sugo, e vedrai, se tutti questi italiani brava gente non iniziano anche loro a ringhiare.

Ecco, forse questo potrebbe essere il primo passo verso l'olimpica serenità britannica: un semplice atto di igiene verbale. Sgomberiamo la scena da pupazzi retorici più dannosi che inutili. Noi non stiamo combattendo per salvare una nostra supposta "cultura". Noi combattiamo per la nostra sicurezza, il nostro diritto a consumare tot petrolio a tot cents il litro, le nostre mensilità, il nostro traballante benessere. Per i piaceri della vita che i terroristi ci invidiano e che hanno intenzione di rovinarci. Ecco perché combattiamo. Ecco perché dobbiamo mantenere la calma, mentre là fuori qualcuno corregge il tiro su di noi.

Certo, a questo punto ci si potrebbe anche chiedere: davvero il nostro "stile di vita" è così fuori discussione? Davvero è qualcosa che vale la pena di difendere? E al di là del terrorismo, non basta già l'inflazione percepita a mettere in discussione questo nostro stile? Non basta la disoccupazione, la recessione economica, l'anticiclone delle Azzorre che fa le bizze? In realtà lo "stile di vita" degli italiani, se c'è, è qualcosa che si rinegozia giorno per giorno, e di solito al ribasso. Ma in fondo non è così anche per i nostri compagni anglosassoni? Forse che naufragare nella propria casa devastata da un ciclone fa parte dello "stile di vita americano"?

È un'obiezione sensata, ma inutile, dal momento che siamo in guerra. I nostri comandanti in capo lo hanno detto ben chiaro: tenere la posizione. E la posizione è il "way of life". Razionalmente, non è difficile rendersi conto che si tratta di una posizione troppo avanzata. Il venti per cento degli umani non può pretendere di godere all'infinito dell'ottanta per cento delle risorse. In un qualche modo, primo o poi il Sud del mondo romperà il meccanismo. Forse il grimaldello sarà il fanatismo islamico, o una tecnocrazia alla cinese, o una catastrofe climatica, o qualche altra nuova minaccia che ora nemmeno immaginiamo. Ma non c'è dubbio che la Guerra per lo Stile di Vita Occidentale, nei tempi lunghi, sia persa. Si tratta solo di perderla lentamente, con classe, offrendo al mondo un'immagine orgogliosa e tranquilla di chi sa perdere un impero senza fiatare. Un'arte che nessuno come gli inglesi, davvero, è in grado di insegnarci.

verso la notte bolscevica

Questo blog segue con molta attenzione la carriera pubblicistica di Pierpaolo Ascari, in teoria.
In pratica, Ascari ci snobba e noi non è mica ci si possa sciroppare l'inserto culturale del Manif tutti i santi giorni, che neanche l'oroscopo di Barbanera.
Al massimo ci si ritrova in un'osteria coi poster di Carducci alle pareti e il quotidiano spaginato sul frigo.
"Mo ve', c'è un pezzo di Ascari".
"Mo dai".

sabato, luglio 09, 2005

venerdì, luglio 08, 2005

certo, con un po' di senno del poi...

"Marinetti la pianti di credere che il regime voglia lo sterminio degli ebrei. Si tenga i suoi amici, i suoi discepoli ebrei. Nessuno li disturberà mai".

(Benito Mussolini, tra il '38 e il '43, a Yvon de Begnac: Taccuini Mussoliniani, il Mulino, 1990, pag. 358).

giovedì, luglio 07, 2005

GWB's Art of War


"Il nostro obiettivo immediato su fronti come l'Iraq, l'Afganistan, o qualsiasi altro, è catturare o uccidere terroristi. Questo è il nostro obiettivo immediato. Perché abbiamo preso questa decisione, vedete: lotteremo contro questi nemici nei loro Paesi, e in tutto il mondo, e in questo modo non li dovremo affrontare qui, a casa".


George Bush, il 4 luglio, a Charleston (West Virginia)

Pane al pane, vino al vino.