martedì, luglio 19, 2005

E, per esempio, Fassino candidato?

Movimentiamole un po', queste primarie...

E vabbè, sembra proprio che queste Primarie a pagamento siano una presa in giro. Però. Però secondo me non è un problema di soldi, ma di candidati: trovo che non ce ne siano abbastanza. Faccio un esempio: Piero Fassino. Che è una brava persona, sicuramente.

Piero Fassino è, come sapete, il segretario dei DS, che è il primo o secondo partito in Italia. La settimana scorsa ha attirato l'attenzione (la mia, almeno) per due dichiarazioni.

Nella prima, Fassino sosteneva che non si può disprezzare uno speculatore solo perché acquista e vende immobili e ci fa la cresta: che anche questo è mercato e il mercato è buono, sempre buono, tutto buono. "Non c’è un’attività imprenditoriale che sia pregiudizialmente migliore o peggiore di un’altra. Né sul piano morale, né su quello economico. Oggi dobbiamo superare le vecchie gerarchie dell’industrialismo…" Questa dichiarazione al Sole 24 Ore si è attirata gli strali del vice-Presidente di Confindustria:
"Il leader della sinistra italiana non distingue tra chi fa impresa e chi di mestiere fa il raider finanziario. Ci viene tolta la speranza che dall'opposizione possano venire contributi per accrescere la ricchezza del paese"
. E' chiaro? Devo ripetere? In sintesi: Il segretario dei DS, Fassino, ha fatto un intervento difendendo una categoria di speculatori, e il vice-Presidente di Confindustria lo ha criticato. Da sinistra. Siamo a questo punto? Siamo a questo punto.

La seconda dichiarazione riguardava i Centri di Permanenza Temporanea, che quattordici (14) presidenti di regione vorrebbero chiudere, per motivi di sicurezza, ordine e di minima decenza umana. Fassino ha detto, in sostanza, che i Centri invece vanno tenuti aperti, anche se sono "sotto gli standard di civiltà". Insomma, sono incivili, ma chiuderli non si può. E non importa che i 14 Presidenti siano tutti e 14 dell'Unione, che è lo schieramento di Fassino, e la maggior parte nel suo stesso partito: e si presume siano gente seria, amministratori preparati che nei CPT c'è andata, ha visto la situazione che c'è dentro, e ha preso una posizione che in termini elettorali potrebbe anche risultare controproducente. Non importa che la stessa Livia Turco, che i CPT li aveva inventati, oggi alla luce della legge Bossi-Fini li consideri "insostenibili"(*). Non importa un bel niente, perché Fassino tanto ha detto no, e quando è no è no.

Ecco, questa è stata la settimana di Fassino, che è il segretario dei DS ed è sicuramente una brava persona. E io trovo che sia un peccato che uno come lui non voglia o possa candidarsi alle Primarie.

Perché uno come Fassino, per esempio, io per poterlo trombare alle Primarie pagherei. Per poter mettere nero su bianco questo semplice concetto: che te tu non mi rappresenti, o Fassino! Non sei il mio leader, non sei il mio portavoce, not in my name, h'raus! 
Sul serio, non so cosa darei.

(*) L'On. Turco, a onor del vero, condivide la posizione di Fassino: i CPT sono insostenibili, ma non si possono chiudere.

sabato, luglio 16, 2005

si sente dire

...che la Francia ha sospeso Schengen. In effetti non è vero.

Si sente anche dire "la castrazione chimica è roba seria, la fanno anche in Francia e Svezia". Non è esattamente vero neanche questo. Francia, Germania e Svezia stanno sperimentando la castrazione chimica su base volontaria (se ti condannano per reati sessuali puoi scegliere di essere castrato chimicamente o scontare tutta la pena). In Danimarca ne hanno castrati 25, che non è un gran campione statistico.
In California e Canada, dove ci sono già dati più seri, hanno scoperto, guarda un po', che la castrazione chimica "se da una lato provoca un temporaneo abbassamento dei desideri sessuali, dall’altro rende il soggetto più aggressivo".
(Chissà quanti han dovuto castrarne per accorgersene).

venerdì, luglio 15, 2005

Macche Eurabia, Eurostan!

L'opinionista di provincia guarda Londra bruciare, dopo Madrid, Bagdad, New York... e in bassa frequenza, sotto tutta la retorica del caso, non può fare a meno di pensare: fatti vostri. Un aspetto positivo della provincia è che il tuo indirizzo non rischia di essere preso per il simbolo dell'occidente, o della cristianità, o di quant'altro. L'opinionista di provincia è quasi tentato di considerare la provincializzazione della società come la Soluzione Finale alla guerra al Terrore: come in quel vecchio racconto di Clifford Simak in cui la Guerra Fredda finisce semplicemente perché la gente va ad abitare nei sobborghi, e non ci sono più città degne di essere considerate obiettivi militari per i missili sovietici.
Poi magari un marocchino sciroccato parcheggia davanti alla sinagoga dietro casa e si fa esplodere, e l'opinionista di provincia ha un sobbalzo.
Il giornale dice che i terroristi londinesi erano tutti pakistani appassionati di cricket: ora, la provincia in questione è perlappunto piena di simpatici pakistani. Che giocano a cricket. Fanno spettacolari tiri a campanile e sono bravissimi a riprendere la pallina al volo. L'opinionista di provincia è costretto a rivedere i suoi pregiudizi.

I pakistani non sono arabi: sembra una pignoleria. Però sono più di sono centocinquanta milioni di persone che non parlano arabo, non mangiano arabo, e non assomigliano affatto a degli arabi. Se mettete di fianco un pakistano e un arabo dovreste distinguerli a colpo sicuro - almeno con la
stessa percentuale di errore che avrebbe un pakistano nel distinguere un italiano da un polacco. Italiani e polacchi hanno molte cose in comune, ma a nessun italiano farebbe piacere essere scambiato per un polacco. Non è una pignoleria. Non confiniamo neanche.
Invece è molto più comprensibile confondere i pakistani con gli indiani: dopotutto erano indiani anche loro, prima del 1947 (ma chi l'ha mai visto, un pakistano nato prima del 1947? Hanno tutti vent'anni). Non esisteva nemmeno il concetto di "Pakistan", strano acronimo che può voler dire anche "Paese dei Puri". Durante il primo conflitto indo-pachistano, milioni di indù migrarono dal Pakistan all'India, e milioni di musulmani migrarono dall'India al Pakistan, mentre Gandhi digiunava dalla disperazione. Il destino di Gandhi: diventare il simbolo del più grande processo pacifico di indipendenza della Storia, solo per assistere a una guerra civile e religiosa (e morire per mano di un correligionario). Potremmo dire che indiani e pakistani appartengono alla stessa etnia, se la scienza ci consentisse di parlare di etnia (ma le cose sono maledettamente più complicate).
Al massimo possiamo dire che hanno condiviso secoli di Storia. Ma poi hanno combattuto quattro guerre, e oggi un pakistano preferisce farsi assimilare da un inglese che da un indiano. La protagonista anglo-indiana di "Sognando Beckham", che si innamora del coach irlandese, a un certo punto tranquillizza le colleghe di spogliatoio: per la famiglia sarebbe stato peggio se si fosse innamorata di "un musulmano". E con un dito sul collo mima il suo sgozzamento. È un po' lo stesso paradosso dei curdi e dei turchi, che dopo aver combattuto per decenni si ritrovano negli stessi quartieri di Berlino: a Sud i padri combattono ancora per vecchi ideali, come la religione e l'indipendenza; e poi mandano i figli a rimescolarsi nelle grandi Capitali del Nord, che evidentemente hanno una forza d'attrazione superiore a quella di qualsiasi richiamo identitario. Perfetto. Anzi, no, visto quello che succede alla seconda generazione: senso di estraneità, razzismo al contrario, terrorismo.

Metà di quel che so del Sud del mondo discende dalle chiacchiere dei Padri Missionari che svernavano in parrocchia. Una volta uno mi disse che nella regione africana dei Laghi "noi bianchi" avevamo commesso imperdonabili errori affidandoci alle prime impressioni. Per esempio, tendevamo a considerare i neri più alti, dal più nobile portamento, come nostri interlocutori privilegiati, e a diffidare di quelli bassi e tracagnotti, senz'altro dei buoni a niente.
Gli alti erano poi i Tutsi (che al plurale fa Wa-Tutsi); i bassi e tracagnotti gli Hutu. Per dire quanto possono essere pericolose, le prime impressioni. E questo cosa c'entra? Se conoscete un po' i pakistani, c'entra. Di tutti gli extracomunitari afro-asiatici, sono o non sono i più perfettini? Insieme agli indiani, certo. Nel loro sguardo non c'è traccia dell'innata strafottenza araba. Io non so se sia un retaggio genetico o culturale (secoli e secoli di mercanteggiamenti e piraterie sulle due sponde del Mediterraneo), il fatto è che come europeo non riesco a guardare in faccia un arabo maschio dai 5 anni in su senza sospettare che mi stia buggerando. Fosse anche Mubarak. Magari è una cosa reciproca, magari anche l'arabo medio non riesce a fidarsi dei miei occhi verdi. Razionalmente, poi, io so che si tratta di odiosi pregiudizi da superare: però se avessi una figlia, e se lei fosse combattuta tra uno spasimante magrebino e uno pakistano, non avrei il minimo dubbio su chi sconsigliarle.

Il pakistano ha un'aria più gentile. Il pakistano ha lo sguardo malinconico e l'accento melodioso. Il pakistano studia, si applica, è dotato per la matematica. Il pakistano gioca a cricket, che è uno sport incomprensibile, ma molto anglosassone.
Il pakistano è quasi praticamente un indiano, e gli indiani sono un popolo pacifico. Per contro gli arabi, si sa, ti stringono la mano e nell'altra nascondono armi di distruzioni di massa; terroristi, predoni, infibulatori, tagliatori di teste...

In realtà, se è vero che Bin Laden è un arabo, è altrettanto vero che senza le aderenze pakistane non avrebbe mai combinato nulla in Afganistan, e forse le Torri Gemelle sarebbero ancora al loro posto. È noto che il regime talebano era fortemente sostenuto dal Pakistan. È noto che i cosiddetti "studenti di teologia" avevano frequentato madrase pachistane. E che quando Bin Laden è dovuto scappare, braccato a Tora Bora, i pachistani si sono guardati bene dal consegnarlo agli americani. È noto che il Pakistan è il primo Stato islamico ad aver testato la sua brava bomba atomica (per puntarla sul cugino indiano, ovviamente). E che il Pakistan non è in senso stretto una democrazia, perché gli americani hanno preferito esportarla nel vicino Afganistan, senza turbare il generale Musharraf. Che anche lui, a guardarlo, ha un'aria da dittatore perbene. Mica come quel sornione di Saddam Hussein, di cui era impossibile fidarsi.
Insomma, i pakistani hanno giocato un ruolo non secondario nella guerra del terrore. Eppure, alla fine, noi continuiamo a prendercela con gli arabi. Fallaci e compagnia cantante tuonano contro l'"Eurabia": e perché non l'"Eurostan"? Com'è che i pakistani alla fine se la cavano sempre, come una minoranza di nessuna importanza? Non sono una minoranza, sono 150 milioni.
È che questi ragazzi che "sembrano indiani", e parlano inglese meglio di noi (con quell'accento buffo) non corrispondono alla nostra idea di Straniero per eccellenza. Che è l'arabo, è sempre stato l'arabo. Sin dal tempo dei Mori e di "Mamma li turchi" (che poi erano pirati tunisini). Attraverso la Guerra di Libia e le Leggi razziali (c'è un fondo di antisemitismo nel nostro antiarabismo). Che è tanto più straniero ("unheimlich", in tedesco) quanto più ci è familiare ("heimlich"): nelle mia provincia, "marocchino" era l'epiteto offensivo riservato agli immigrati provenienti da Roma in giù. Il "maròc" era olivastro, scansafatiche e infido: quando poi sono arrivati i marocchini veri, si sono trovati sulle spalle uno stereotipo già perfettamente rodato. Al contrario dei pachistani, giunti all'improvviso, inaspettati, senza averci lasciato il tempo di costruire qualche pregiudizio anche su di loro. Ma c'è da scommettere che sapremo recuperare il tempo perduto.

martedì, luglio 12, 2005

La guerra dello Stile di Vita

La flemma con cui i londinesi hanno reagito agli attentati è più facile da ammirare che da imitare. Eppure anche per noi non è più il caso di chiedersi "se" i terroristi attaccheranno, ma "quando" (recentemente i jihadisti ci hanno ricordato che la nostra omeopatica presenza militare in Iraq è diventata, quatta quatta, la terza in dimensioni dopo USA e Regno Unito). E "quando" avverrà, dunque, anche noi vorremmo saper reagire con calma e fermezza, tenendo lontane le videocamere dai crateri del terrore: viceversa, è più probabile che ne approfitteremo per litigare, in chat e in parlamento, sulla definizione di guerra al terrorismo, mentre Studio Aperto zooma sulle pozze di sangue. Spero - come sempre - di sbagliarmi. Magari siamo ancora in tempo per imparare qualcosa dagli inglesi. Ma cosa?

Ognuno ammira nel vicino una sua particolare idea di erba più verde. Io invidio agli anglosassoni, più di ogni cosa, la lingua. La pulizia verbale. L'inglese è un idioma flessibile, ma asciutto. Pochi fronzoli, pane al pane, vino al vino: non è una lingua da isterici. Naturalmente anche in inglese si possono condurre discussioni oziose. È solo più difficile. Il paragone con la nostra lingua, e il modo in cui la usiamo, è impietoso. Per esempio: si discute molto, in questi giorni, se la guerra al terrorismo sia o no un conflitto di civiltà. Sarebbe a dire? Cos'è una civiltà? Una cattiva traduzione dell'inglese civilization, che forse in quel caso andava reso con "cultura". E cioè? Cos'è una cultura? In realtà non è molto chiaro. Senz'altro non è qualcosa che si mangia. Forse che si legge? Sì, nei libri che paradossalmente gli italiani leggono meno volentieri: il Vangelo, la Divina Commedia, i Promessi Sposi... E poi? Possibile che migliaia di terroristi si immolino in nome o in odio a un concetto vago come quello di "cultura"? Possibile che USA, Regno Unito e ben tremila effettivi italiani stiano occupando da anni l'Iraq per un problema di "cultura"? È molto inverosimile. E perché continuiamo a parlarne? Perché la nostra lingua è un po' così: ridondante, naturalmente attratta dai sostantivi astratti e vacui.

Nel frattempo gli inglesi (e gli americani) parlan d'altro. Avete sentito Blair in conferenza stampa, a poche ore dagli scoppi: "the British way of life is not under discussion". Lo stile di vita britannico non è in discussione. Concetto ribadito due giorni più tardi persino dalla regina. Ecco, questo io invidio alla lingua inglese: la franchezza, la facilità con cui va dritta al nocciolo. E il nocciolo non è la "cultura", non è la "civilization", ma una cosa molto più terra-terra: il "way of life". Lo stile di vita. È questo l'obiettivo dei terroristi: è questo il fronte da cui Bush ed Elisabetta II non hanno la minima intenzione di indietreggiare. Non la "cultura", non la "civiltà": più banalmente, si tratta di salvare il tè delle cinque, la pinta delle sei. Il Chelsea e l'Arsenal, il tube e i bus a due piani. L'esistenza tumultuosa e pacifica dei milioni di inquilini del Londonistan. Qualcosa che si mangia, si beve, si respira, si vive, e soprattutto non si discute: primo, perché nessuno ha il diritto di toglierla a un popolo sovrano; secondo, perché non c'è nessun bisogno di "discuterla", letteralmente: tutti gli inglesi sanno bene cos'è. Dio gliel'ha data. E guai a chi gliela tocca.

Lo "stile di vita", in realtà, non è una prerogativa britannica. È un vecchio ritornello, per esempio, dei presidenti americani. George W. Bush in particolare ne ha fatto il suo tormentone. Si può transigere sul riscaldamento globale, sul diritto internazionale: non sul "way of life". Anche al G8 scozzese, cos'è successo? Bush ha ammesso che il mondo si sta scaldando (e questa è già di per sé una notizia, c'è fior di intellettuali e studiosi e romanzieri disposti a spergiurare il contrario). Ciononostante non firmerà il protocollo di Kyoto, per i noti motivi: perché non funziona, dice (e in effetti è difficile che funzioni, finché gli americani non lo firmano...) ma soprattutto perché "lo stile di vita degli americani non è in discussione". E lo stile di vita degli americani consiste in grattacieli e case di legno nei sobborghi, e big mac king-size alle stazioni di servizio di autostrade infinite, da percorrere in SUV, moderne carovane a idrocarburi. Grandi ruote, grandi serbatoi, grandi razioni: gli americani sono fatti così, amano aver molto cibo nel piatto. L'abbondanza è uno stile di vita, e lo stile di vita non è in discussione. Può sembrare un discorso antipatico.

Però è un discorso chiaro, e ha il pregio di mettere in nero su bianco la questione. Qui in Italia amiamo ammorbarla con divagazioni che c'entrano come i cavoli a merenda. Ci siamo messi persino a parlare di religione, come se in giro si fosse all'improvviso diffusa una pia preoccupazione per la salvezza delle nostre anime. Ma basta farsi un giro in riviera una di queste domeniche per accorgersi che così non è: siamo sempre gli stessi allegri buzzurri. Preoccupati, sì. Ma non certo per i nostri peccati, o per gli embrioni destinati al martirio. I crocefissi che pendono un po' da tutti i colli, e dai muri delle scuole statali, non stanno certo a significare che saremmo pronti a morire per testimoniare Gesù Cristo. Ma prova a toglierci il campionato, il gran premio, lo struscio in centro, i maccheroni al sugo, e vedrai, se tutti questi italiani brava gente non iniziano anche loro a ringhiare.

Ecco, forse questo potrebbe essere il primo passo verso l'olimpica serenità britannica: un semplice atto di igiene verbale. Sgomberiamo la scena da pupazzi retorici più dannosi che inutili. Noi non stiamo combattendo per salvare una nostra supposta "cultura". Noi combattiamo per la nostra sicurezza, il nostro diritto a consumare tot petrolio a tot cents il litro, le nostre mensilità, il nostro traballante benessere. Per i piaceri della vita che i terroristi ci invidiano e che hanno intenzione di rovinarci. Ecco perché combattiamo. Ecco perché dobbiamo mantenere la calma, mentre là fuori qualcuno corregge il tiro su di noi.

Certo, a questo punto ci si potrebbe anche chiedere: davvero il nostro "stile di vita" è così fuori discussione? Davvero è qualcosa che vale la pena di difendere? E al di là del terrorismo, non basta già l'inflazione percepita a mettere in discussione questo nostro stile? Non basta la disoccupazione, la recessione economica, l'anticiclone delle Azzorre che fa le bizze? In realtà lo "stile di vita" degli italiani, se c'è, è qualcosa che si rinegozia giorno per giorno, e di solito al ribasso. Ma in fondo non è così anche per i nostri compagni anglosassoni? Forse che naufragare nella propria casa devastata da un ciclone fa parte dello "stile di vita americano"?

È un'obiezione sensata, ma inutile, dal momento che siamo in guerra. I nostri comandanti in capo lo hanno detto ben chiaro: tenere la posizione. E la posizione è il "way of life". Razionalmente, non è difficile rendersi conto che si tratta di una posizione troppo avanzata. Il venti per cento degli umani non può pretendere di godere all'infinito dell'ottanta per cento delle risorse. In un qualche modo, primo o poi il Sud del mondo romperà il meccanismo. Forse il grimaldello sarà il fanatismo islamico, o una tecnocrazia alla cinese, o una catastrofe climatica, o qualche altra nuova minaccia che ora nemmeno immaginiamo. Ma non c'è dubbio che la Guerra per lo Stile di Vita Occidentale, nei tempi lunghi, sia persa. Si tratta solo di perderla lentamente, con classe, offrendo al mondo un'immagine orgogliosa e tranquilla di chi sa perdere un impero senza fiatare. Un'arte che nessuno come gli inglesi, davvero, è in grado di insegnarci.

verso la notte bolscevica

Questo blog segue con molta attenzione la carriera pubblicistica di Pierpaolo Ascari, in teoria.
In pratica, Ascari ci snobba e noi non è mica ci si possa sciroppare l'inserto culturale del Manif tutti i santi giorni, che neanche l'oroscopo di Barbanera.
Al massimo ci si ritrova in un'osteria coi poster di Carducci alle pareti e il quotidiano spaginato sul frigo.
"Mo ve', c'è un pezzo di Ascari".
"Mo dai".

sabato, luglio 09, 2005

venerdì, luglio 08, 2005

certo, con un po' di senno del poi...

"Marinetti la pianti di credere che il regime voglia lo sterminio degli ebrei. Si tenga i suoi amici, i suoi discepoli ebrei. Nessuno li disturberà mai".

(Benito Mussolini, tra il '38 e il '43, a Yvon de Begnac: Taccuini Mussoliniani, il Mulino, 1990, pag. 358).

giovedì, luglio 07, 2005

GWB's Art of War


"Il nostro obiettivo immediato su fronti come l'Iraq, l'Afganistan, o qualsiasi altro, è catturare o uccidere terroristi. Questo è il nostro obiettivo immediato. Perché abbiamo preso questa decisione, vedete: lotteremo contro questi nemici nei loro Paesi, e in tutto il mondo, e in questo modo non li dovremo affrontare qui, a casa".


George Bush, il 4 luglio, a Charleston (West Virginia)

Pane al pane, vino al vino.

giovedì, giugno 30, 2005

chi può darti di più

Se in questo periodo avete guardato un po' di televisione - giusto per tenervi aggiornati sul caldo che fa - ormai avrete familiarizzato con la nuova pubblicità della Coop. E magari vi sarete già chiesti: ma che razza d'idea è? Perché quella distinta signora di mezza età sgraffigna un camice e si spaccia per un'inserviente? Chi mai, entrando in un supermarket, vorrebbe ritrovarsi degradato da cliente a commesso? Insomma, che è successo ai creativi della Coop? Si sono bevuti il cervello? Non sarebbero i primi.

Francamente non so, non sono addestrato per capire se lo spot porterà qualche cliente in più nelle Coop. Ma so che ieri - complice il caldo - mi ha riportato per un attimo alla mia infanzia. Quando ero bambino e a volte in questi afosi dopopranzo mio padre mi portava con sé al bar, anzi, al "circolo". E prima estraeva dal congelatore il gelato che avevo scelto sul tabellone; poi passava dietro il banco, si preparava un caffè e infilava due monetine nella Cassa (il registratore non era ancora arrivato). Quel passaggio dietro al banco, compiuto con la massima naturalezza (mio padre era un socio fondatore), aveva per me qualcosa di elettrizzante. Un momento prima il papà era un cliente; un attimo dopo, era il gestore: libero di pagarsi da solo, di prendersi il resto, di lasciarsi una mancia. Proprio come la signora dello spot, che si mette e toglie il camice, e prova così l'ebbrezza di passare da una parte all'altra del mondo della Grande Distribuzione. Perché "la coop è lei", esattamente come mio padre "era il circolo". Non un semplice barista o cassiere; neanche un semplice cliente: l'uno e l'altro, nello stesso momento. Un socio. Chi può darti di più?

Più tardi, quando io stesso ho iniziato a girare il banco e scambiarmi da solo le cento lire per il pac-man, non ho mai smesso di sperimentare quella strana sensazione, ogni volta che mi ritrovavo dalla parte della cassa. Per un breve istante l'intero bar era a mia disposizione, sotto la mia responsabilità: e tutto questo, senza nemmeno bisogno di lavorare.
Col tempo la passione per il pac-man è sfumata; non mi è mai passata, invece, la voglia di girare dietro i banchi. Così, senza avere nessun talento per la ristorazione, mi è capitato di fondare un circolo con alcuni miei amici. Dalle nostre parti è abbastanza facile (è più difficile restare aperti): e se sei un circolo, puoi far bere e ballare senza bisogno di licenze.
Per questo anche a me, come alla signora dello spot, è capitato di afferrare il primo camice o grembiule o tesserino e giocare per un'ora o un giorno a fare l'inserviente, il cameriere, il gelataio, il servizio d'ordine; senza chiedere un soldo, perché alla fine cambiar lavoro ogni giorno è perfino divertente. E - se togliamo il sesso - a una certa età forse non c'è nulla di più appagante di girare un banco, e trovarsi all'improvviso nel mondo degli adulti: sentirsi investito di una percentuale di responsabilità, sperimentare il sottile brivido del potere; avere per una notte a propria disposizione un frigorifero, una cassa, un mazzo di chiavi. Senza esagerare con le preoccupazioni: quando ci si stanca di tutta questa maturità, basta girare di nuovo il banco, e siamo di nuovo semplici ragazzini, semplici clienti. Ma con qualche complicità in più con l'amico o il cugino, che stasera fa il buttafuori e sarà felice di farti entrare.…

Forse una delle molle che spinge molte persone a darsi al volontariato è proprio l'opportunità di quel magico giro dietro un bancone. Che è più gioco che lavoro: nessuno si aspetta da te una vera professionalità; è sufficiente che tu sorrida e sia simpatico. Come la signora dello spot: non so se il suo comportamento sia concepibile in Sicilia o in Lombardia. Ma in Emilia, altroché. Sapere che il bar sei tu, il supermercato sei tu; la polisportiva, l'ambulanza, il cinema, il festival, sono altrettanti banconi facilmente aggirabili quando vuoi: ecco il sogno emiliano, che solo da lontano si può confondere col comunismo. Il comunismo era un ideale violento di collettivizzazione; in Emilia hanno prevalso la cooperazione, la cooptazione, e un'incarnazione singolarmente bonaria del potere, coi suoi sindaci paciocconi. È difficile prendersela con loro, anche quando aprono CPT o speculano sulle privatizzazioni delle municipalizzate: perché? Perché alla fine senti che anche il sindaco sei tu, la giunta sei tu, il consiglio comunale sei tu (non ti hanno già chiesto di candidarti? Strano, sarà per la prossima volta), e i loro difetti sono anche i tuoi. Si capisce, se il bar sei tu, non è il caso di lamentarsi troppo dei servizi. O rischi di trovarti con lo spazzolone in mano. Sul serio, da noi se protesti troppo rischi di trovarti sulle spalle un assessorato: chi può darti di più? La cooptazione non perdona.

Se dovessi scegliere un rappresentante politico di questa emilianità, non avrei dubbi per un istante: Romano Prodi. Che fa politica da una vita (trent'anni fa era ministro sotto Moro), eppure non ha mai dato l'impressione di farlo per mestiere; piuttosto un'improvvisazione estemporanea, una missione di volontariato; un grembiule da infilarsi e sfilarsi prontamente, proprio come quello della signora dello spot. Passava di lì, ha trovato una fascia da leader che non usava nessuno, se l'è infilata e ora gira indefesso tra gli scaffali, chiedendo i clienti di dargli una mano a scaricare, perché "lo Stato sono io, e siete anche voi". È impossibile prenderlo troppo sul serio - si vede che il grembiule non è il suo - ma in un qualche modo riesce simpatico, i suoi difetti sono troppo familiari. Per contro, un politico del tutto anti-emiliano mi sembra Sergio Cofferati, che invece di cooptare occupanti di case sfitte e pancabbestia, parla di "ripristinare la legalità". Legalità? Ma che c'entra la legalità con la gestione emiliana del consenso? Manca poco che dica "lasciatemi lavorare".

Io non so se il modello emiliano sia in un qualche modo esportabile: eppure è una domanda d'attualità, visto che in un giorno non lontano potremmo assistere a una sfida al vertici tutta bolognese (Prodi contro Casini o Fini). Sarebbe interessante. Gli emiliani sono stati raramente al potere in Italia; per contro, un romagnolo c'è rimasto per vent'anni, con un modo di fare tutt'altro che bonario; eppure anche lui improvvisando è riuscito per un po' a farsi condonare magagne enormi.

Non lo so - forse sono troppo emiliano per capirlo. Del resto è un po' che ho smesso di girare intorno ai banchi, e di infilarmi grembiuli che non mi calzano. Forse sto invecchiando, mentre cerco impegni veri, vocazioni, carriere. La verità è che continuo a improvvisare (non so fare altro): ma con sempre meno fantasia.

Anche al vecchio circolo di mio padre, nessuno gira più il banco per versarsi da bere: è da anni che hanno assunto un barista. Ci sono in giro troppe facce nuove, facce strane, facce che non conosci e non si conoscono tra loro. Non è questione di pregiudizi, ma come fai a fidarti?

E anche al supermercato: in teoria, sei tu. In pratica, non riesci ad affezionarti a una commessa, tanto è il turn-over dei contratti a tempo determinato. Che importa, tanto tra qualche mese apre il nuovo iper.

venerdì, giugno 24, 2005

il film più proiettato dell'anno...

...a occhio, almeno dalle mie parti, mi sembra Le conseguenze dell'amore. Mi ricordo le locandine quest'inverno. Poi le ho riviste in primavera, dopo che il film aveva vinto un premio (un premio qualunque, che di solito non basta a spingere un film nelle sale per altri tre mesi). Da allora ho continuato a farci caso: scompare qua, riappare là, fa un giro in provincia, torna in Centro. Ed è luglio, ormai. A questo punto, mi sa che se la gioca con Guerre Stellari.

Magari è una questione di sovvenzioni. Magari lo proiettano solo in sale vuote. Magari è il film preferito da proiezionisti e maschere: "La prossima settimana dobbiamo tenere aperto anche se non verrà nessuno. Cosa mettiamo?" "Mah, vedo se c'è in giro una pizza di Conseguenze dell'Amore". Magari hanno stampato un sacco di pizze, chi lo sa.

(Come dev'essere il film preferito da maschere e proiezionisti? Battute che non stancano nemmeno al ventesimo ascolto. Un cinema ambient).

Magari, invece, è un bel film. Non so, quasi quasi lo vado a vedere.

martedì, giugno 21, 2005

Libero Stato d'Isteria

In uno Stato non dico normale, no, in uno Stato appena appena ragionevole, un giorno al Parlamento scappa votata una legge ottusa e oscurantista sulla fecondazione assistita. Cose che capitano, per carità! nelle migliori repubbliche.

Ma per fortuna c'è un'Opposizione compatta e ragionevole, guidata dai migliori cervelli della nazione, che nottetempo si riuniscono e decidono il da farsi. (Continua)

venerdì, giugno 17, 2005

time for fighting in the streets

E sì, devo ammetterlo, negli ultimi mesi il mio impegno politico si è dimolto ammosciato; certi bollettini sono stati colpevolmente lasciati sotto una pila di bollette estratti conto partecipazioni matrimoniali eccetera, ma da lunedì - se l'idea delle Primarie tiene fino a lunedì - io pensavo a un ritorno in grande stile.

Andrò in giro per le strade e per le piazze, raccogliendo firme, per Rutelli Leader. E anche per D'Alema Leader. Veltroni Leader. E Fassino, perché no Fassino? Io sono equidistante, ci tengo a tutti. Tutti devono gareggiare.
Lo so che loro non vorrebbero, si schermirebbero, la Leadership-di-Prodi-non-è-in-discussione eccetera; e invece no: occorre convincerli, piegare la loro proverbiale modestia e ritrosia. E spero che non sarò il solo, spero che molti mi seguiranno in questa nobile impresa di democrazia partecipativa: Primarie vere, Primarie serie. Con almeno 6 candidati pesanti.

L'aspetto positivo è che di quei 6, almeno 5 li trombiamo, finalmente, e per sempre. Dopodiché, io sono pronto a tenermi il sesto (chiunq sia), con gioia. What can a poor boy do.

ma sì, un po' d'ottimismo ogni tanto, perdìo

Ché qui, volendo, abbiamo risanato il bilancio.

giovedì, giugno 16, 2005

il meglio della settimana...

...naturalmente è questo blog. E cos'altro?

Io adoro Alan Moore, aprioristicamente, ormai. Però mi piace anche questo pezzo sulla sua stronzaggine.

Perché è così, davanti a una buona stroncatura non resisto, vado in giuggiole. Il pezzo del New Yorker su Star Wars III lo aveva già segnalato Luca Sofri ("Scaccolarsi con Guerre Stellari", mi pare fosse il titolo). Su Miic adesso ci sono dei pezzi in italiano. Vale il prezzo del biglietto (di Star Wars, ovviam).

...Tutti gli interni del Lucasworld sono inni alla vita pulita, tranquilli come un obitorio, senza nessuno di quei fastidi e di quelle imperfezioni che danno un senso al processo noto come esistenza in vita. L'illuminazione non è data dalla luce solare, ma da un deprimente bagliore artificiale, come se Lucas volesse ricoprire tutti gli affari privati - quelle piccole minacce alla sua parafascistica ossessione per l'ordine - di una patina protettiva. Solo all'esterno si rilassa, e il suo modo di rilassarsi è scatenare l'apocalisse.
.

A proposito: se fanno le primarie domattina voto Miic. La sua strategia post-referendaria mi pare la meglio:


Prima ancora che in parlamento si cominci a discutere della revisione della 194, ci si traveste da integralisti cattolici e si raccolgono le firme per abrogare non solo la 194, ma anche la legge sul divorzio. Meglio ancora, per abrogare alcuni punti apparentemente tecnici delle due leggi, tolti i quali però diventi praticamente impossibile abortire o divorziare. La Chiesa, tirata in mezzo, se la gioca e fa propaganda per il sì. Il papa come al solito non parla di politica ("mettete una croce sulla scheda del signore", dice soltanto, citando un mistico del Medioevo boemo). Grave imbarazzo per partiti clericali e atei devoti (tra i loro elettori divorziati e donne che hanno abortito non mancano di certo), che quindi non si sbilanciano troppo. I partiti laici possono abbandonare ogni remora e puntare più o meno apertamente all'astensione (non si mettono in discussione diritti radicati da almeno trent'anni nella coscienza civile degli italiani eccetera eccetera).
Loro, gli italiani, continuano beatamente a fottersene e ad andare al mare. Salta il quorum, trionfa la laicità dello stato.


Ora, un piccolo gioco per noi happy few. Vi mando su un blog nuovo e mi dovete dire chi è l'autore. Ladies & Gentlemen, Misterghiro:

la globalizzazione, si sa, ha reso tutti un po’ più uguali. Gli autobus tardano anche qui, il 45% dei bambini non trova posto nei nidi pubblici, il tasso di inquinamento dell’aria è tra i più alti d’Europa ma anche quello delle case in proprietà (70% circa, ma per gli altri 30 gli affitti sono vere e proprie rapine da 800 € a monolocale). Nella mia civile città succede anche che ci sono vigili urbani tra i più fetenti del mondo. Sembra di voler generalizzare a tutti i costi ma è la verità.


Infine, l'apertura dello splendido portale neocone mi ispira ad aprire una sottorubrica di cui mi pentirò: il post più cretino che ho letto in settimana. Senza dubbio questo. Alla prossima.

venerdì, giugno 10, 2005

Ma astenersi non significa "No"

(Al massimo significa: "Non so")

Mi costa un po' ammetterlo, ma domenica andrò a votare.
Mi costa perché, in materia di referendum, io sono un astensionista convinto, e rivendico la mia appartenenza alla frangia dell'astensionismo democratico. Da non confondere con l'astensionismo qualunquistico di chi alla fila davanti alla cabina elettorale preferisce un più rilassante ingorgo sull'Autostrada del Sole. No. Rispetto i qualunquisti, ma il mio astensionismo ha un altro significato.
Il fatto è che io credo nel parlamento - non particolarmente nello scellerato parlamento che ci troviamo adesso, ma nell'idea di una democrazia parlamentare. Credo nel sistema della rappresentanza: credo che se il parlamento che ci ritroviamo fa schifo (e produce una legislazione schifosa) è semplicemente perché ce lo meritiamo. Lo abbiamo votato e ce lo teniamo: finché non impariamo a farci rappresentare meglio. Spero presto.
Perciò, in quanto sincero democratico, non mi perdo un'elezione. Legislative, amministrative, persino le europee. Ma i referendum, no. Avevo deciso di non votarli più. Per stabilire un principio: io non posso intendermi di tutto. Sì, va bene, mi informo, leggo i giornali (ma potrei anche non leggerli), ho studiato (ma potrei anche aver la III elementare): in ogni caso ci sono ancora tante cose che non so e non saprò mai. Non so se sia il caso di punire i giudici che giudicano male; non so se sia morale proibire il nucleare e importare energia dalle centrali francesi; non so distinguere un mattarellum da un proporzionale con sbarramento; nella fattispecie, non so quando l'embrione diventa un individuo (ma almeno so di non saperlo, e non è poco).
Tutte queste cose io non so, e ho diritto di non saperle. Non è qualunquismo: piuttosto, consapevolezza dei propri limiti. Sono un cittadino: lavoro, pago le tasse, e ogni tot cerco di eleggere rappresentanti che dovrebbero avere il tempo e la capacità di informarsi e decidere per me. Si chiama democrazia parlamentare, è imperfettissima, si sa, ma non si è ancora trovato di meglio.

Ci sono però in Italia minoranze agguerrite (e finanziate) che alla democrazia parlamentare non si rassegnano. Mandano pacchi di firme alla Corte Costituzionale più o meno ogni paio d'anni. Fosse per loro, il referendum non sarebbe una misura eccezionale: fosse per loro si voterebbe una volta all'anno, al mese. Ché di leggi schifose da abrogare non ne mancano, siamo d'accordo. Però: non è che il problema è alla sorgente? Non è che il problema è il parlamento schifoso che abbiamo votato, quattro anni fa? Non rischia di diventare, il referendarismo, un comodo alibi per convivere pacificamente con il parlamento e il governo osceno che ci troviamo? "Massì, votate la Cirami, votate la Gasparri, la Bossi-Fini, la Moratti; noi però ci riserviamo il diritto di abrogare qualche cosina ogni tanto". Quattro crocette per darsi un contegno. E intanto si trasmette l'idea che il corpo elettorale diventi per l'occasione legislatore: bella ipocrisia, chiamare il popolo ad abrogare questo o quel paragrafo, mentre al potere resta chi ha scritto la legge intera.

La legge, poi, secondo me è oscena, ma non più di tante altre. Forse il postero (e anche qualche nostro contemporaneo) avrà qualcosa da dire su un popolo che si scanna per il diritto dell'embrione a chiamarsi individuo e si dimentica dei diritti degli individui chiusi nei Centri di Permanenza. Centri di detenzione illegale, vergogna italiana che bisogna chiudere al più presto (lo ha capito anche Pisanu): però oggi in Italia non si parla di questo. Si parla di diritti degli embrioni e diritti delle madri. Questione importantissima, per carità. Però: chi ha deciso che era una priorità? Una piccola minoranza di raccoglitori di firme. Questo, secondo me, non è sano.

Tanto più che mettere un problema sotto i riflettori, in Italia, non equivale a risolverlo. Significa soltanto gettarlo in mezzo all'eterno campo di battaglia fra guelfi e ghibellini. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, ed è inquietante. Fino a un paio di mesi fa l'identità dell'embrione era solo materia di riflessione per occhialuti bioetici. Ma ecco arriva il Referendum! E tac, improvvisamente mezza Italia riconosce come articolo di fede che l'embrione è Vita. Magari poi il referendum lo vinceranno gli altri (personalmente lo spero): ma da questo punto di vista la frittata è fatta. L'embrione è arruolato nelle file di Santa Madre Chiesa. Magari chi sta dall'altra parte penserà a una vittoria del laicismo. Ma i laici veri lo sanno: da questi muro-contro-muro hanno tutto da perdere.

Detto questo, devo spiegare perché invece non mi asterrò. Per protesta, naturalmente.
Non nei confronti dei qualunquisti. Li rispetto, in fin dei conti non sono che un qualunquista più consapevole di loro. No. Protesto contro l'invasione di campo degli Embrionisti, cattolici, laici e Rutelli che siano. Hanno deciso di astenersi anche loro. Vogliono dare alla mia astensione un significato che proprio non ha.
Io volevo astenermi perché mi ritengo non qualificato ad abrogare questa legge; perché credo che il problema non sia la legge in sé, ma il parlamentaccio che l'ha votata: che per avere una legge migliore, occorre semplicemente votare rappresentanti migliori (cosa che, spero, faremo tutti l'anno prossimo). Dopodiché ce ne saranno, di brutte leggi da cambiare. Tra cui questa, che a me non piace.
Gli embrionisti, invece, mi stanno forzando la mano. Sostengono che l'astensione equivalga a quattro No, e che renda indistruttibile la legge, degna di restare immutabile di legislatura in legislatura. Come il divorzio e l'aborto. O il nucleare e la scala mobile. Ma scherziamo?
Astenersi non significa "No": significa semplicemente "Non so". Se vincerà l'astensione, gli italiani non avranno detto sì alla brutta legge 40: avranno semplicemente rifiutati di pronunciarsi, come è loro diritto. E il prossimo parlamento avrà tutto il diritto di disfare questa e altre leggi brutte e immonde. Con buona pace di chi domenica sarà andato al mare, di chi sarà andato in chiesa, di chi se la sarà spassata sul raccordo dell'Adriatica.
A me sembrava così ovvio: ma così ovvio, evidentemente, non è.
Così, per evitare il rischio di passare per un Astensionista Strumentalizzatore, domenica vado a votare. E consiglio di andarci anche a voi.
Ma - per quel che mi riguarda - giuro che è l'ultima volta. L'ultimo referendum, intendo. Non mi fregano più.

giovedì, giugno 09, 2005

dove son stato, cosa ho fatto mai

Interrompo il bel silenzio per avvisare che è uscito un pezzo mio su Vita su una faccenda di (forse) plagio già molto vecchia (ma del resto l'avevo scritto 15 giorni fa): Plagio o non plagio, i blog non perdonano. Spero che nessuno mi denunci, conosco solo avvocati alcolizzati (conosco solo alcolizzati).

Ed è uscito anche il nuovo numero di Sacripante!, sempre con un pezzo mio sulla semiosi creativa (cos'è? qualcosa che quella notte lì mi stava molto a cuore).

Poi, se a qualcuno interessa, io voto 4 sì: però il referendum è stato un errore. In generale ritengo un errore affidare qualsiasi cosa a Capezzone, compresa l'agenda politica di una nazione.

giovedì, maggio 19, 2005

il viso di Clementina Cantoni

Clementina Cantoni ha 32 anni. Quando il suo volto è passato in tv, io ho avuto paura: di conoscerla. Ho dovuto penare un po' per convincermi di non averla mai incontrata. Qualcosa del genere, in passato, mi era già successo con Simona Pari e Simona Torretta.

Sarà forse che queste cooperanti, nelle foto in cui sorridono, hanno davvero quell'aura qualunque della vicina di casa, della compagna di classe. L'idea che qualcuno le abbia rapite, che qualcuno possa deliberatamente farle del male, mi disturba nel profondo, più in profondo del solito fastidio del telespettatore sensibile alle tragedie del mondo. Naturalmente, ogni giorno in Iraq e in Afganistan (e altrove) muoiono decine centinaia di persone: ma non hanno il volto di una mia compagna di banco.

Ora mi tocca disseppellire una parola che odio ma è inutile girarci tanto intorno: generazione. In un senso più lato ma neanche troppo lato Simona Torretta, Simona Pari, Clementina Cantoni, sono davvero mie compagne di classe o pianerottolo. Appartengono alla mia generazione. Ho questa illusione forte, di capire esattamente perché sono lì e perché fanno quel che fanno. Se le sento parlare, mi sembra di aver chiacchierato con loro a lungo anche troppo a lungo, finché erano loro a voltare il sacco a pelo e buonanotte, domattina c'è molto da fare.

Anche Enzo Baldoni mi era in qualche modo familiare: amava cose che io amavo, traduceva i miei fumetti preferiti, aveva motivazioni forse un po' stravaganti che però riuscivo a capire. Anche Giuliana Sgrena. E sì, anche Fabrizio Quattrocchi, per quel poco che ho imparato di lui, si lasciava identificare con un certo tipo di italiano che conosco. Ma quelli, appunto, erano pubblicitari, giornaliste, avventurieri: storie già sentite, ma che non erano la mia. La mia (pensavo) è ancora tutta da scrivere.

Con queste tre donne è diverso. Le chiamo donne, perché è giusto: e quindi, siccome ho esattamente la loro età, io sarei un uomo.
Queste donne, dicevo, dai visi ordinari, con notevoli competenze e ammirevole incoscienza, stanno scrivendo la pagina più interessante della loro generazione. Io, intanto, sto in Italia e scrivo di blog. Cosa scrivo? Rumore di fondo.

(il pezzo intero è su Vita)

domenica, maggio 15, 2005

working for the rat race

Io non me n'ero accorto, ma è così: ilderattizzatore è tornato! Dopo due anni, mi pare.

Il suo autore è lo stesso del Diario da Cuba, che a due anni di distanza continua a essere uno dei blog più belli mai scritti in Italia. A quel tempo faceva appunto il derattizzatore, una professione molto interessante e utile di cui si parla colpevolmente poco.

Oggi non fa più quel mestiere, ma ne fa uno ugualmente interessante, io trovo. E sarebbe bello sentirlo raccontare altre sue esperienze professionali, credo che riuscirebbe con poco sforzo e molta soddisfazione a creare un personaggio simpatico e acchiappante. Un po' come il Mickey Mouse anni '30-'40, che in una storia faceva l'idraulico, in un'altra il boscaiolo, in un'altra l'aviatore alla guerra mondiale, e intanto raccontava l'america: ecco, io Pocobene lo vedrei bene in quei ruoli lì.

(Invece di fare sempre il verso a Christian Rocca, che palle).

venerdì, maggio 13, 2005

la scrematura, appunto

"...una scrematura fisiologica (oggi circa il 60 per cento dei blog è costituito da diari personali) eliminerà la fuffa e premierà i weblog più utili, quelli di servizio, consolidandoli su livelli di alta professionalità"

Carlo Formenti, dicembre 2002 (in un'intervista all'Espresso, io l'ho rintracciato su Wittgenstein)

"Cari lettori,
Dopo ventinove mesi di attività (Dicembre 2002 - Maggio 2005) Quinto Stato sospende le pubblicazioni. [...] Purtroppo i progetti che avrebbero dovuto finanziare il salto di qualità non sono andati in porto, il che ci ha indotto a diradare il numero degli articoli e ad abbassare gli standard di qualità che eravamo riusciti a garantire nei primi due anni di vita del sito".
Carlo Formenti, maggio 2005
Niente da aggiungere (che non sia già scritto su Vita, intendo).

venerdì, maggio 06, 2005

ma indymedia è sotto sequestro? Sì? No?

Non ancora, direi. Il pezzo su Vita.

Un principio del giornalismo serio (non quello dei blog, per intenderci) è che i fatti riportati debbano sempre essere verificati. Il che non è sempre facile: ma quando il 'fatto' in questione avviene su internet, la verifica è spesso semplicissima e alla portata di tutti.

Per esempio, se stamattina il Corriere scrive che "Il sito Indymedia, una voce della sinistra antagonista italiana, è stato posto sotto sequestro", tutti possono andare a guardare su italy.indymedia.org e accorgersi subito che non è vero: Indymedia Italia è sempre là...

martedì, maggio 03, 2005

storie della mia Vita

Visto che non è moltissimo facile trovarli, penso di fare cosa non sgradita a segnalarvi i miei pezzi su Vita.

La truffa di Ratzingerboy

Prego, Europa.

Dossier Calipari: un blog è arrivato primo.

E poi è uscito anche un mio pezzo sul terzo numero di Sacripante!, che naturalmente vi consiglio tutto. E direi che avete da leggere per una settimana.

venerdì, aprile 22, 2005

ancora un poco e non mi rivedrete

C'è stato un periodo in cui scrivevo, tanto, per i fatti miei, senza far legger niente a nessuno (chiamiamola pubertà, anche se protratta indecentemente). Si chiamavano poesie, racconti, pensierini. Bruciare tutto.

Poi c'è stato un periodo in cui qualsiasi cosa scrivevo aveva dei lettori, pochi, ma esigenti, che collaudavano e correggevano a penna rossa. In quella fase in realtà non scrivevo nemmeno: scrivevamo. Ogni congiuntivo, ogni avverbio era immediatamente socializzato. Si chiamavano articoli, inchieste, saggi. Uscivano su riviste appositamente fondate. Conservare sullo scaffale più in alto, ogni tanto spolverare.

Poi ho scoperto internet e mi sono sentito libero di scrivere tutto quello che volevo, senza più condizionamenti sociali. Mai più mi avreste soppresso i miei avverbi preferiti, l'accento sul "se stesso". Si chiamavano mail torrenziali, e poi post, scritti sul blog. Virtualmente, potrebbero sopravvivermi su qualche server in California (se mi sopravvive la civiltà occidentale, e non è detto).

Poi, dopo tanto scrivere dei fatti miei per me, mi sono sentito solo. Ma sì, quelle belle redazioni di una volta non erano così male. E che bello vedere articoli di persone diverse su una stessa pagina, come musicisti in un gruppo, ognuno al loro posto. Allora ho aperto questo piccolo blog e ho mandato l'accredito a qualche vecchio redattore. Non è che voglio fare una rivista on line, ce n'è già. Ma giusto per tenersi in contatto, ormai ci vediamo così poco.

Non prendetela per una riunione di redazione, piuttosto per la post-riunione in birreria, che per me era un momento altrettanto prezioso. Sul serio, anche se per molto tempo mi sono fatto i fatti miei, in realtà avrei voglia di sapere come vi va, al telefono sono una frana. Tutto qui.

Non so neanche perché ho scritto questo, in realtà volevo avvisare che su Piste potrei latitare un po', visto che mi sono messo a scrivere anche su Vita, il prestigioso portale del non profit. E' sempre la mia sfrenata avidità che mi spinge a fare queste cose. Voi però scrivete qualcosa ogni tanto, dai. Tenetemi al corrente.

martedì, aprile 19, 2005

Ma Benedetto figliolo

E bravo l'umile vignaiuolo. Non so voi, ma io sono gelato.
La mia fidanzata si aggira per la casa con propositi empi ("facciamoci luterani! Pecchiamo un casino!"), e intanto la rai manda un'intervista di qualche tempo fa, in cui il Papituro attribuisce lo scandalo dei p e d o f i l i americano a un certo clima di lassismo nel clero in seguito al Vaticano II. Dico, è chiaro? Secondo Benedetto XVI il clima postconciliare ha favorito gli approcci dei preti ai bambini. Non saprei proprio cosa aggiungere.

Tranne forse una cosa: è scritto che c'è più gioia in cielo per una pecorella smarrita che viene ritrovata che per migliaia di pecoroni in piazza San Pietro a fare ciao con la manina durante i collegamenti (non è proprio così, ma quasi). Bene, credo che nei prossimi anni lo SS* stia programmando di smarrirne molte, di pecorelle. A maggior gloria di Nostro Signore, amen.

(*) Spirito Santo. O che pensavate?

Il Blog di Ratzinger Papa.

mercoledì, aprile 06, 2005

Unimaginative wanker

Rubrica di intrattenimento personale

Andy Warhol 'Blow job' (1964)

Trentasei minuti di macchina da presa fissa sulla faccia di un ragazzo che si suppone stia ricevendo un pompino. Blow job, il celebre film di Andy Warhol del 1964, mi pone due domande: perché si tratta un film da vietare ai minori di anni 18 come fosse un film porno (o almeno questo è quello che fa la Biblioteca della Sala Borsa di Bologna), e in secondo luogo perché è da considerare un'opera d'arte.

Niente di pornografico appare nel film, tranne il titolo. Bastano le occhiate che ogni tanto il biondino lancia verso la parte bassa dello schermo a suscitare la censura? Un ondeggiare ritmico del capo verso la fine e il socchiudere drammatico degli occhi?
Allora la pornografia sarebbe un linguaggio che scavalca il corpo. Non c'è niente di osceno ma, sembrerebbe dire Warhol, non ce n'è bisogno.
Certo, il paratesto è forte. Proviamo a dimenticare la Factory, la droga, i travestiti, le prostitute: guardando Blow job non è difficile annoiarsi. Per quasi tutto il tempo anche l'attore, sotto una luce verticale e impietosa, non sembra divertirsi più di noi. Capita di dimenticarsi del pompino. Si divaga, ci si domanda cosa stia guardando il ragazzo, se stia soffrendo (come a volte sembra), quanto sia realmente a disagio e se per davvero ci sia del sesso in corso.
Ecco allora cosa fa Blow job, portando la finzione a farsi sempre più rarefatta: sottrae al linguaggio pornografico ciò che la pornografia sottrae al sesso. Il linguaggio di Warhol riesce qui, per un istante malfermo, a illuminare il carattere di invisibilità della pornografia. E questa, cazzo, è un'opera d'arte.

venerdì, aprile 01, 2005

Dove sei stata?

Le persone come la Schiavo, che si trovano in una situazione d'incoscienza prolungata, a me pongono un problema. Che c'entra poco o niente col problema che tormenta gli americani, cristiani o no.

Il mio problema è un po' diverso, non riguarda il dolore, la sacralità della vita (che 2000 anni fa i cristiani sacrificavano allegramente, ma non importa), il tabù del dolore, eccetera. Io, quando vedo persone come la Schiavo - e ahimè ne ho viste, non mi sto a chiedere se soffrano o no, se abbiano il diritto a vivere o a morire o no. Il mio problema è: dove sono? Dov'è stata, Terri, in tutti questi anni?

Mi spiego. Da piccolo mi hanno spiegato che ognuno di noi ha un'anima, che è immortale. Perciò ho sempre diviso le persone in due insiemi: i vivi e i morti. I vivi sono quelli che si possono localizzare, e a cui si possono nascondere le cose.
Invece i morti sono quelli invisibili, che non necessariamente si fanno i fatti miei, però possono farseli. Specie i morti che mi conoscono bene, e che senza dubbio non si perdono un fotogramma di quello che faccio. (Di questa mia idea, fortemente paranoica, potrei incolpare il catechismo della Chiesa Cattolica, non fosse che è credenza diffusa in molti riti animisti, e quindi al massimo la Chiesa si è addossata il fardello di qualche archetipo dell'inconscio collettivo).

Poi, tra vivi e i morti, ci sono le persone come Terri Schiavo, che io non riesco a capire. Dove sono? Se sono vivi, sono lì. D'altro canto, è chiaro che lì non ci sono più. Stanno solo aspettando di andare altrove. Ma nel frattempo è come se non fossero da nessuna parte, e questa cosa mi sgomenta. L'anima è immortale, ma ogni tanto va in coma per dieci, vent'anni. Che senso ha?

Il problema è che confondo anima e conoscienza, e in un involucro ormai privo di conoscienza come Terri Schiavo non riesco più a vedere anima. Ma siccome l'involucro resiste, l'anima non può nemmeno essere altrove: è lì, in sonno.
Questa idea del sonno dell'anima mi perturba molto, e forse ho desiderato la morte di Terri Schiavo solo per liberarmene.

mercoledì, marzo 23, 2005

L'uomo che tirava sassi / contro sintesi e sintassi

Alberto Arbasino scrive troppo e male. Io l'avevo sempre sospettato, ma qui c'è uno studio stilistico. (O, ma è incredibile quanti blog belli e poco cagati ci sono in giro adesso)

Incregibile, amici! Ma perché lo fanno?

Nell'ultima versione dello spot fiat, la voce finto-brasileira commenta l'apparizione di un uomo in matrioska durante un corteo post-sovietico. Questo nel caso che ve la foste persi - in ogni caso credo che non mancheranno, nei prossimi giorni, le occasioni per impararlo a memoria.

Qui nessuno nega il professionismo dei pubblicitari fiat. Mai. In effetti la campagna è efficacissima, il tormentone Incregibile amici furoreggia nei corridoi delle scuole medie dell'obbligo. E' solo, come dire, vagamente un po' fuori target. Vendono macchine e hanno ordinato una campagna adatta a dei 14enni. Poi ha voglia Caravita a dirci: comprate italiano. Uno un po' si vergogna.

venerdì, marzo 18, 2005

la tragedia di un uomo bibliofilo

Marcello Veneziani ha questa bella casa con 15.000 volumi che sono la sua vita e che spesso rilegge, finché un giorno non litiga con sua moglie e deve sloggiare: ma i 15.000 volumi restano ostaggi, e la moglie ne dispone come vuole (li vende? li brucia?). Lui, disperato, ne scrive su Libero, e noi ci ridiamo su. Perché siamo, antropologicamente, un po' stronzi.

Io lo ammetto: qui volevo scrivere un pezzo su quanto siano scemi e poco previdenti gli intellettuali bibliofili, che costruiscono la loro casa sulla carta, invece di fare come me, che cerco semplicemente di affittare negli immediati pressi di buone biblioteche pubbliche (che in Emilia funzionano, finché qualcuno non cerca di ristrutturarle). Per questo, poi, posso trattare male la mia donna finché voglio, ed ella al limite può rifarsi sul giornale spiegazzandolo. Sì, io volevo usare questo spazio per ridere di una persona offesa in ciò che ha più caro, e approfittarne per ricordare che siamo più fighi noi del proletariato cognitivo, poveri ma furbi. Perché sono uno stronzo. E ammetterlo non basta. Devo espiare in un qualche modo.

Per esempio, potrei profittare della bella mezza giornata per riportare i mucchietti di libri accostati sulle scale nelle 5 biblioteche da dove provengono, se non avessi rotto il radiatore l'altro ieri mentre andavo, adesso che ci penso, a una biblioteca di Bologna.

Traggo dunque le conclusioni: Marcello Veneziani è un pirla. Ma anch'io.
Lui però è un pirla di destra e ricco, e io no.

Da tre giorni è prepotentemente primavera

E le laureande siedono a gambe incrociate in Piazza Verdi; e io mercoledì ho quasi fuso il motore al casello di Borgo Panigale; e l'aria che entra qui dal lucernario sa un po' di soffritto, e tante altre cose.

E', prepotentemente, primavera e non mi sembra che i blog ne parlino molto - a parte uno, ovviamente:

La primavera 2005 suonerà dischi nuovi come non se ne ascolta spesso uscire dalle patrie scene.
Sarà musica per tirare fuori la bicicletta dal garage dei mesi bui e planare di nuovo sopra la città, affamati di sole e fanciulle in fiore.

giovedì, marzo 17, 2005

comunque vada, capolavoro

Guardate che non è uno scherzo: tra i mandolini e la pasta e tutti gli altri aspetti del carattere nazionale di cui si parlava un po' più sotto, le Beretta ci stanno di diritto.

Ogni tanto dovremmo anche guardarci in faccia e dircelo: siamo un popolo di navigatori e di armaioli. E anche il fascismo, in fondo, che cos'è. E' l'Ansaldo in pieno boom '15-'18 che cerca agganci a sinistra e salva il giornalino di Mussolini. Socialismo + arsenali industriali = Fascismo. E' un equazione come tante, valida come tante e meno di tante altre, ma teniamola in conto.

L'Italia, dal 1945 ad oggi, si è annualmente piazzata tra i primi dieci produttori di armamenti nel mondo; sono italiani i presidenti delle più importanti realtà armiere europee; un sostegno incondizionato all'industria non proviene da una sola fazione politica, ma coinvolge quasi tutto l'arco parlamentare; e, in epoca di grandi privatizzazioni, la massima parte della produzione di armamenti rimane, per il tramite di Finmeccanica, saldamente sotto il controllo dello Stato.


Questo per invitarvi naturalmente a comprare Armi d'Italia, che è appena uscito per Fazi ed è la più completa ed esaustiva inchiesta su una delle più fiorenti industrie italiane. Più che un'inchiesta, un trattato: direi che dopo averlo letto avete tutto quello che vi serve per essere pacifisti responsabili; sul serio, vi potete costituire in associazione pacifista praticamente da soli (scherzavo, non fatelo).

Questo non c'entra nulla col fatto che l'ha scritto anche Riccardo Bagnato, che è mio amico da tanto, scrive ormai dappertutto tranne qui, sì che avrebbe l'accredito. O, beh.

Altre cose dirò dopo averlo letto, ma potrebbero passare alcuni istanti. Per ora ho visto solo che inizia con... Renato Serra. Sei stato tu, vero?

martedì, marzo 15, 2005

Migliaia mi stanno dietro? (*)

Premessa: io amo tutti i quotidiani e le riviste che parlano bene di me. Le compro, le faccio comprare ai miei amici, le prenoto da sei edicolanti diversi, e in questo modo il PIL aumenta. Aumenterebbe vieppiù se quotidiani e riviste parlassero più spesso bene di me.

Poi magari faccio finta di niente; per esempio quando l'ottimo Riccardo Spagnolo in dicembre parlò molto (troppo) bene di me su Avvenire, io non dissi nulla, perché chi si loda s'imbroda eccetera (però grazie Spagnolo). Se stavolta parlo di Jack, è solo per correggere una lieve imprecisione: nel numero del corrente mese, infatti, nel bel servizio "Te lo dico con un blog", firmato da Alessandro Condina, si legge (pag. 30):

…Oppure come Leonardo, che ha uno dei più amati blog politici (leonardo.blogspot.com) e nel 2001 ha raccontato i fatti del G8 di Genova da testimone, conquistando la fiducia di migliaia di lettori.


Naturalmente leonardo.blogspot.com non è un blog politico, se non in senso molto lato; ma non è questo il problema. Il problema è l'espressione "conquistando la fiducia di migliaia". Ora, misurare i lettori di un blog è sempre difficile: peraltro il contatore che usavo a quel tempo non esiste più. Fidatemi però se vi dico che in quei giorni di luglio lo vidi coi miei occhi impennarsi, e arrivare anche, udite udite, a 80, dico 80 accessi giornalieri. Tenete conto che fino a venerdì riuscivo a fare refresh dalla sala stampa delle Diaz, e lo facevo spesso, sia io che Ric, perché era il modo che avevamo di scambiarci i flash molto brevi che poi lui riordinava per Vita. In più credo ci fossero Elo e Wile che refreshavano da Roma, ed Enzo da Bologna (o forse Elo era ancora a Chicago?) Ecco, secondo me quegli 80 accessi erano tutti qui. Per far capire che la famosa blogpalla che si autolinca e si autolegge, nel luglio del 2001 era ancora una nocciolina.

In seguito Leonardo è cresciuto (arrivando per un po' nel maggio scorso a una media di 400 al giorno), ma non ha mai oltrepassato i mille contatti giornalieri, salvo quella volta che lasciò trapelare ad arte propositi suicidi e quell'altra in cui prese la Bibbia per il Corano (ma autolincandosi da Macchianera era troppo facile). Naturalmente da questo presunto "migliaio" bisognerebbe isolare quelli di cui avrei, come dice il generoso Condina, "conquistato la fiducia". Secondo me sono assai meno. Anzi. C'è gente che mi legge proprio perché non si fida.

Insomma, grazie mille, Jack, ma "la fiducia di migliaia di lettori" è ancora un obiettivo lontano. Sempre più lontano, direi. Ammesso che sia un obiettivo.

(*) chi capisce la sottile allusione del titolo, gli offro un caffè ma perdavvero, anche corretto.

domenica, marzo 13, 2005

una nocciolina su 50

ha il potere di irritarmi, magari soffocarmi, eventualmente uccidermi.

Giusto ieri sera l'ho capito, così adesso altre 50 noccioline mi separano dalla prossima visita al pronto soccorso con relativa pera di cortisone. Calcolando un happy hour a settimana in media, dovrebbero bastarmi per 3-4 anni. Qualcuno se lo segni e controlli poi se è vero, so che qui passa gente che mi vuole persino bene.

2 primavere

Nessuna delle due, purtroppo, è la primavera democratica del Medio Oriente che tanti sognano.

La prima è la primavera sciita del Medio Oriente, da Siria a Iraq ad Azerbaijan

La seconda è la primavera del progressismo sudamericano - strana miscela di populismo e pragmatismo.

Entrambe sono buoni motivi per leggere Pfaall, anche quando non bacchetta Christian Rocca.

(Sono sicuro che andrete subito a cliccare il terzo linc, miserabili).

per spicciola che tu sia, Dietrologia

E se invece di lamentarci ogni volta per la dietrologia spicciola, assumessimo che essa è parte del carattere nazionale, insieme con la pastasciutta il mandolino e la mafia, avremmo fatto un passo in avanti?

Poi, invece di esprimere ogni volta, puntualmente, banalmente, il nostro nobile disgusto per i dietrologi spiccioli, potremmo farci una ragione storica di cattive abitudini che non ci cadono dal cielo: la mafia nasce per sopperire al vuoto di potere in un latifondo ignorato dai proprietari; il mandolino è uno strumento di accompagnamento leggero e semplice, ideale per le serenate notturne in un clima mite; la pastasciutta è un piatto povero e semplice, ideale a fare massa col pomodoro che nello stesso clima cresce bene; e la dietrologia spicciola nasce a causa di 35-40 anni di stragi impunite (un po' di più se aggiungiamo quei 50.000 e passa civili morti nelle stragi della II Guerra Mondiale).

Quel che voglio dire è che la pastasciutta tutti i giorni può stancare, ma non è lì per caso; e parimenti una mamma simpatica e cattolica e di buon senso (la mia) che, tre anni fa, commenta a caldo l'assassinio Biagi con un "chissà chi è stato veramente...", può sbalordire, ma non viene a caso: viene dopo decenni di ambigua gestione del pubblico mistero. E non è colpa mia, non è colpa tua, è colpa un po' degli uni e un po' degli altri: in ogni caso è andata così, e dai Settanta in poi in questa nazione si nasce dietrologi. Può essere frustrante ma è inevitabile; può essere inevitabile condonare una strage ai simpatici piloti del Cermis; ma è un'opzione politica e si paga in crediti di antiamericanismo.

A pensar male si fa peccato e si azzecca, per non citare un antiamericano; e in certi casi una quota di dietrologia è inevitabile. Io, per dire, trovandomi in una macchina bersagliata da una raffica, formulerei come primo pensiero una dietrologia: qualcuno mi vuole ammazzare, proprio me. Voi forse no; in ogni caso non vi si chiede una dimostrazione pratica.

lunedì, marzo 07, 2005

il mio parere sullo stato dell'arte canora in italia

la nuova "cantante" dei matia bazar e quella sedicente cantante jazz chiamata nicki nicolai (che credito darle, con quel nome): non dico altro.

comincia a scaldare i motori della tua chitarra Leonardo: dobbiamo fare qualcosa per questo povero popolo.

altro che accademia.

giovedì, marzo 03, 2005

Unimaginative wanker

Rubrica di intrattenimento personale

Adam Connelly, '03.jpg' / 5''x7'' / oil on canvas / 2002
Adam Connelly, '03.jpg' / 5''x7'' / oil on canvas / 2002


Quello che mi piace nei quadri di questo Connelly (qui ne ho messo uno dei più leggibili) è che bisogna fare diversi passi indietro perché l'occhio percepisca il significato dell'immagine.
A mano a mano che ci si avvicina, l'immagine erotica va fuori fuoco e svanisce. Restano solo porzioni colorate, dettagli senza senso.
Questo ci dice qualcosa di come funziona la pornografia?

martedì, marzo 01, 2005

quant'è grande una borsa?

non ne posso più di discutere con l'usciere cocciuto dell'estense che pretende che io lasci la mia pochette al deposito sostenendo che si tratta di una borsa. "e l'astuccio di quello li, su quel tavolo? è più grande eppure sta lì, in sala, sul tavolo, non qui in scaffale." "non mi interessa nulla di quelli che sono dentro io le dico che lei con quella borsa non può entrare". ma non è una borsa: apro, gli mostro la patente e il libretto degli assegni e il bancomat e il burrocacao sta tutto lì è un borsellino è il mio borsellino come faccio a lasciarglielo lei è fuori di testa si rende conto che non riesce a dirmi che differenza c'è fra questo e l'astuccio di quello lì? è forse perchè ha la tracolla?

non c'entra niente la tracolla

allora lei ce l'ha con me

nossignore che sarebbe a dire che ce l'ho con lei

si ce l'ha con me (( lo so me lo ricordo lei ha già preteso da me due anni fa che io trascrivessi sul modulo di richiesta delle fotocopie l'indicazione di tutte le recensioni che ho fotocopiato per la tesi e si trattava di intere annate di quotidiani religiosamente spogliati e le fotocopie le avevo già avute me le ha fatte la signora qui assai gentile e insomma il sul modulo che cosa gliele scrivo a fare data e numero di pagina di ogni quotidiano che ho copiato basterà che le scriva "rassegna di articoli dalle pagine di spettacolo della tal testata per i mesi tot e tot" insomma no basterà!?

NO, lei deve scrivere tutto: vede qui sul modulo cosa dice? bisogna indicare il numero di pagina

((si ma questo è un modulo di richiesta e io le fotocopie non solo le ho già chieste ma le ho anche già avute, voglio solo pagarle.))

Lei è fuori di testa! lei è un insopportabile burocrate che prova crasso piacere ad esigere che le regole vengano rispettate anche quando non cen'è bisogno!

certo infatti è giusto cosi

si ma lei è fuori di testa questa non è una borsa!!

""Scusa, potresti fare più piano questa è una sala di lettura""
"si io faccio più piano però tu devi sapere che quest'uomo è fuori di testa non ha il minimo senso della realt-à!"

signorina lei mi sta facendo oltraggio se continua cosi chiamo i carabinieri

no guardi chiami il direttore che facciamo prima io voglio parlare con un suo superiore

io non chiamo nessuno lei vada su e vada a parlare con chi le pare



ma io voglio andare li dentro a studiare!
e questa è la mia borsa! (che non è una borsa!)

"""NIENTE DA FARE."""

ho capito allora mi dia la 47

come, ha già una borsa depositata? mica ne può lasciare due, questo non è un deposito!

ma insomma lei sta delirando lei sta passando ogni limite! mi dia la cartella ---- sa che facciamo?
il cappello questo, che ne dice, è una borsa?

ROVESCIO IL CONTENUTO DELLA MIA POCHETTE NELLA CLOCHE E ME NE VADO FIERA IN LETTURA PENSANDO

"L-HO FREGATO".


odio le persone che non vedono la realtà dietro le regole.

ma soprattutto odio l' insormontabilità di certi schemi mentali nel prossimo.

lunedì, febbraio 28, 2005

la notte lava la mente

La notte lava la mente.

Poco dopo si è qui come sai bene,
file d'anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.

(Mario Luzi)

venerdì, febbraio 25, 2005

giovedì, febbraio 24, 2005

Ferro Tre

Le case della Corea del Sud sono piene di elettrodomestici e stereo guasti, e l'unico in grado di ripararli è un fantasma.

martedì, febbraio 22, 2005

mi spiace

Non lo vedrò mai nudo.

Pensierini sulla guerra, #659-668

659) A me dispiace non essere andato a Roma. E' colpa della mia vita incasinata (è colpa unicamente mia). Grazie a chi ci è andato.

660) Se a qualcuno che c'è stato piacesse scrivere qualcosa qui, anzi prego.

661) Poi rimane il dubbio: queste manifestazioni ad personas non danno maggiore visibilità ai ricattatori? Considerando poi che i terroristi non rapiscono personalmente gli ostaggi, ma li acquistano ai predoni, ogni volta c'è da pensare che il prezzo dei giornalisti e/o volontari italiani sulla piazza aumenti. E infatti li ritirano dal mercato.

662) Anche se è molto più difficile rapire chi resta sul balcone di un hotel a sparare percentuali di affluenza alle urne a caso. Banale, ma ogni tanto giova ribadire: Hanno rapito la Sgrena perché la Sgrena in Iraq andava in giro. La prossima battaglia retorica, qui da noi, sarà tra chi dice: "ne è valsa la pena, oggi gli iracheni vivono liberi e meglio", e chi fa notare il prezzo di quella libertà e di quel benessere. Giuliana Sgrena era andata là proprio a informarsi sul prezzo in vite e sofferenze umane. Rapita.

663) Invece, un Neocone d'assalto, c'è mai? Uno che a parte scrivere il blog vada in trasferta, on location, a mostrarci come si fa l'Iraq libero in diretta o si muore? Dico, tutti elzeviristi e neanche un inviato? Sì che sono in tanti, ormai.

664) Scenario cinico: una banda di pedroni rapisce un giornalista occidentale ma poi non riesce a rivenderlo. Così alla fine non gli resta che saltare gli intermediari e improvvisarsi milizia terrorista. Magari succede. Magari è già successo. Meccanismo ideologizzante della guerra: entri brigante, esci miliziano. Come in Giù la Testa di Sergio Leone.

665) Questi dibattiti nominalistici: "tu la chiami Resistenza", "ma non è proprio terrorismo", etc., credo che siano tipici solo da noi. Si tratta di tranelli retorici e chi ci casca è un grullo. Con tutta la simpatia personale che io provo, sinceramente, per Barenghi.

666) Caro Wile che chiedevi un commento sul pronunciamento della Fed, vedi, in realtà sono un po' in imbarazzo. Secondo me la guerra era ingiusta e non andava fatta, primo; poi l'Italia non doveva partecipare, tanto più che nessuno la obbligava, secondo. Da qui in poi, però, non ho più certezze. Per esempio, non so fino a che punto sia sensato, dignitoso e necessario levare le tende: soprattutto in concomitanza di ricatti di sequestratori. Bisognava opporsi prima. Bisognava non votare il rifinanziamento l'anno scorso: questa gente che lo vota un anno e l'anno dopo no, io non la capisco tanto (forse ho poco tempo e poca voglia).

667) Poi, è anche una questione di proporzioni. Qui c'è gente convinta che la presenza del moscone italiano sulla spalla del toro yankee sia di fondamentale importanza per la pace e la stabilità nel mediterraneo. Ora: può darsi che Nassiryia i nostri ragazzi stiano facendo tante belle cose, chissà: ma che siano fondamentali per l'equilibrio geopolitico del medio oriente, è una pia illusione che fa un po' Ventennio. Se partissero domattina gli americani non dovrebbero metterci molto a rimpiazzarli, come han fatto con gli spagnoli. Insomma, è inutile che mettiamo sempre in mezzo i destini del mondo. Noi siamo a Nassiryia e in Iraq in generale per il nostro interesse: per la sicurezza e il lustro che ci dà poter posare sul bue yankee, e magari una sorsata di petrolio a buon prezzo, dopo. Si tratta semplicemente, prosaicamente di capire se questa cosa ci interessa davvero o no, se i pro valgono i contro, eccetera. Ma c'è gente che sinceramente teme di spaventare il bue, volando via.

668) Ma scrivete un po' anche voi, eh?

lunedì, febbraio 14, 2005

in attesa di un vasetto di popcorn al cinema ieri ser

in attesa di un vasetto di popcorn al cinema ieri sera

noto una fotocopia appesa all'altezza del mio sguardo sul muro dietro il bancone del bar. Come il cuore di gesù nelle pescherie del sud o la mano di padre pio al bar sotto casa,
incontro la frase: "oh grande spirito, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare e la saggezza di capire la differenza" - seguita tra parentesi dall'indicazione di una fonte: (Preghiera cherokee). Mi scappa detto ad alta voce, fra braccia che allungano resti o agguantano haribo: altrove c'è scritto che questa frase è di san francesco, si mettessero d'accordo!

il film che ho visto: PROVINCIA MECCANICA.

mi colpisce l'analogia morfica fra il volto della madre selvaggia a metà film e la madonna di turno appesa al muro nella casa di accoglienza per ragazze madri. Grezzo, ingenuno, il film si articola maldestro e sfocato come lo sguardo di chi ama la prole senza sapere. Mai analogia più efficace fra contenente e contenuto.

Buon sanvalentino.

giovedì, febbraio 10, 2005

diabolico Sirchia

C'è una spot a cura del Ministero della Salute che pubblicizza l'opuscolo a cura del Ministero della Salute.
Nello spot una voce anziana e rassicurante ci spiega che la salute è un bene prezioso. Nel frattempo scorrono le immagini: a un bambino sfugge di mano un flacone di pillole; queste rotolano sul parquet, lui le raccoglie e ne porge una a sua madre.
Tanto i germi non esistono, come diceva Brad Pitt in quel film.

prima assoluta mondiale

oggi la mia donna era a letto con l'influenza.

sbatti il mitomane a pag.1

Nel 1978 i giornalisti ci misero un po' di tempo prima di accorgersi che i comunicati delle BR non andavano pubblicati: ma alla fine ci arrivarono.
Nel 2005, uno inizia anche a chiedersi: quanta gente devono ancora rapire prima che le redazioni smettano di gettarsi su qualsiasi proclama farlocco?
Una cosa è il sacrosanto diritto di cronaca, un altro è l'idea che qualsiasi mitomane in grado di scrivere una rivendicazione in arabo faccia notizia. Secondo me non fa più notizia. E non dovrebbe farla, anche.

martedì, febbraio 08, 2005

ma il blog è un'onda lunga

MODA: Madama Morte! Madama Morte!

Parlando di mode, credo che ve ne siano di corte e di lunghe, come le onde.
Le mode corte non hanno spiegazione logica, se non la nostra paura di invecchiare e morire, e da vicino rassomigliano a capricci.
Le mode lunghe, invece, sono la naturale conseguenza di evoluzioni tecniche, economiche e sociali, e nessuno si sogna di dichiararle decedute da un giorno all'altro. Per dire, il forno a microonde è una 'moda' lunga, perché è ancora molto pratico: e lo resterà finché non si scopre un sistema più comodo di scaldare le pietanze, oppure non scoppia una rivoluzione e la gente smette di lavorare 10 ore e ha più tempo per i fornelli. Ma se io, dall'alto di una qlsiasi rivista o blog, dichiarassi oggi, 8 febbraio, che "il forno a microonde è morto", sarei ridicolo. Oppure potrei dichiarare fuori moda certa techno "utz-utz", che in effetti non riesco ad ascoltare da 15 anni, ma che continua a essere pratica e funzionale per un certo pubblico.

A questo punto interviene un altro fattore, in parte irrazionale (e in parte no) che è la nostra angoscia di invecchiare (o di non invecchiare abbastanza), di non seguire abbastanza le tendenze, eccetera. In questa situazione noi proviamo a barcamenarci; e inventiamo le onde corte (le inventiamo soprattutto a gennaio e settembre, tempi di bilanci). Per dire, se un determinato tipo di musica, o un taglio di gonna, andava forte due-tre anni fa, noi cominciamo a dichiararlo "out". Non c'è nessun motivo pratico perché quella cosa sia out, tranne il nostro desiderio di cambiare, di adattarci a qlcosa di diverso (di invecchiare?)

Io attualmente non ho un microonde, ma scrivo su blog da 4 anni, da 3 sento cantare messe funebri per i blog (il primo anno nessuno parlava di blog), e da 3 anni mi trovo a dover rispondere, in sostanza: li mortacci vostri. Non per affetto nei confronti di questo meraviglioso mezzo, ma perché continuo a non trovare niente di meglio in giro.
Il blog è un sistema pratico e funzionale per costruire pagine su Internet, e Internet (persino in Italia), continua a essere in espansione: mi spiegate perché la gente dovrebbe smettere di usarlo? E' invece molto facile pensare che la gente continuerà ad aprirne finché...

...Finché forse l'aumento di banda spingerà molti utenti a prediligere i contenuti multimediali, a postare sempre più documenti audio e video che testi scritti: se, e sottolineo se, la banda continua ad aumentare (e il costo no), forse il blog cederà sempre più spazio a qualcosa che oggi sono i m-blog o i v-blog (brutti nomi), e domani saranno siti interattivi più simili a videoclip o telefilm che a un blog. Secondo me, però, siamo ancora lontanissimi da una Rete così, che a me probabilmente non piacerebbe neppure. E finché siamo lontani, Internet continua a essere un medium al 75% testuale: brodo di cultura ideale per blog.

Quest'idea che il blog sia un'onda lunga, mal si concilia, lo so, con la nostra personale angoscia di gente che dopo 2-3-4 anni ha scritto e concionato e interagito e pubblicato e litigato, e adesso si annoia. Io la noia la capisco benissimo: è esattamente quell'angoscia di cui parlavo qui sopra. Dopo 2-3-4 abbiamo il diritto di volerci sentire diversi, forse più cresciuti (oppure resettare 2-3-4 anni di esperienze e sentirci più giovani, è lo stesso). Bene: ma uno dei fondamentali della maturità è proprio il riuscire ad ammettere che ci sono persone più giovani di noi, che hanno il diritto di fare e amare cose che noi non facciamo e non amiamo più, compresa la musica "unz-unz" in autoradio, o la gialappa e zelig in tv; e probabilmente anche i blog.

In sostanza: io non credo che il blog stia per morire, ma forse stanno per morire i nostri blog, e magari è un bene. Credo che sia ora di lasciare spazio a gente nuova. Questo sito lo avevo aperto apposta per trovare cose nuove da leggere, e far scrivere un po' di gente nuova (per ora non funziona, vedo).

l'elezione irachena è quella cosa

...che dura un solo giorno, e a urne ancora chiuse già si conoscono le percentuali dei votanti e le prime proiezioni dei risultati.
Poi, per dieci giorni, più niente.

servono soldi

Il supporto legale al Genoasocialforum ci rende noto che non ha più soldi per continuare il lavoro di ricerca, studio e il durissimo lavoro che il gruppo legale del socialforum ha iniziato già tre anni fa in condizioni difficili, con la polizia che sta addosso alle compagne/i che seguono le vicende genovesi e i loro strascichi giudiziari che vedono coinvolte centinaia di persone. Tutto ciò per raccogliere testimonianze, foto e tutto quello che ha riguardato le giornate cilene della polizia, della finanza e delle forze "dell'ordine" presenti a Genova e coordinate dal ministro Fini... Questo per chiedervi di non dimenticare e di inviare anche pochi denari, ma inviarli davvero, all' indirizzo che scriviamo qui sotto e di far circolare questa mail per poter proseguire il lavoro del Legal Forum.
Grazie a tutte/i:


c/c n. 6135980
intestato a Don Antonio Balletto
Banca Carige
Sede Centrale
Codice ABI 06175
Codice CAB 01400


causale: sottoscrizione supporto legale Genoa Legal Forum

lunedì, febbraio 07, 2005

Sally Brown, c'est moi

Che a metà proiezione di Confidenzzzzz troppo intime letteralmente morivo dalla voglia di gridare: Baciala, cretino!

"Aspettiamo che finiscano i titoli di coda per vedere se finalmente le zompa addosso!"
"Ma dai!"

sabato, febbraio 05, 2005

L'attesa è finita

Da domani può ricominciare a dire che la Presidenza del Partito è una carica inutile, che non vale niente.

venerdì, febbraio 04, 2005

la scuola della muuusica, coi personaggi miiitici

della nuova ficscion di Italia 1 ambientata in una Scuola de Spettacolo, si può dire tutto il male, e infatti già si fa.

Io volevo solo richiamare l'attenzione su un piccolo particolare: in una delle puntate, c'è la direttrice bruna e cattiva che penza solo ar biznèss e deve licenzià almeno un prof. E alla fine, chi te licenzia?
Er prof de dizzione.
Ma infatti.

martedì, febbraio 01, 2005

è arrivato sacripante!

Un nuova grammatica irregolare che avrà come unico paradigma la scrittura...

E infatti, direi che sacripante! è una rivista di pura scrittura. C'è una sola immagine, e i pezzi sono senza link. Anche la grafica è molto minimale, il che a me va benissimo (sbaglio o c'è un ritorno di fiamma dell'helvetica?) Con una scelta, in realtà, molto stravagante: la doppia colonna.

Io non sono un grafico e mi guardo bene dal dare consigli (piuttosto faccio critiche a posteriori, che sono più divertenti): così dico che la doppia colonna, in un sito internet, non la concepisco. Magari può servire a dare punti di riferimento al lettore frettoloso: "eccomi, tra un po' sono alla metà di questo articolo". Però in definitiva è un espediente che sulla carta stampata è perfettamente funzionale, e a video no: rimane un puro feticcio, un "vorrei ma non posso essere anch'io carta stampata". Poi lo so anch'io che la fatica di muovere su e giù la rotellina del mouse è irrisoria.

Quando si parla di grafica, di solito, è perché non si è ancora letto niente, ma in realtà qualcosa ho già sbirciato. Per ora più conferme che sorprese: per dire, c'è un Arsenio che è perfettamente Arsenio e un HotelMessico che è felicemente HotelMessico; sono contento di rileggere qualcosa di Gonio, mi è mancato molto. Impeccabile Sofi su un soggetto così sdrucciolevole e stra-sfruttato come Marzullo; e Marquant mi ha fatto ridere. Poi basta complimenti, avevo promesso che nel 2005 non li facevo più a nessuno.

Piuttosto mi metto a far polemica, tie'. Per esempio: i link, i rimandi, io li metterei. Dopo anni che scriviamo sul web, dovremmo rassegnarci al fatto che la scrittura qui si faccia anche e soprattutto mettendo i link, rimandando ad altro: che è uno dei principi di base dell'ipertestualità in cui viviamo (e ci viviamo abbastanza bene, senza bisogno di leggere Domanin). Parla uno, lo so, che ha sempre scritto troppo e lincato poco o niente. Certo, può succedere di non avere niente da lincare; ma può anche succedere che un racconto, o una prosa, o una poesia, abbiano un link. Questa è la novità del web, il suo carattere peculiare. Piuttosto che la doppia colonna.

lunedì, gennaio 31, 2005

ma il 60 % di cosa?

Il nostro cervello – la somma di tutti i nostri cervelli – è un oggetto strano, che assorbe i dati in un modo tutto suo.

In un emisfero di questo cervello collettivo, c'è l'idea (ormai ben assestata), che non sappiamo quanti iracheni vivono in Iraq. Non lo sappiamo perché non abbiamo dati sufficienti – l'altra sera da Lerner dicevano che per un censimento ci vorrà qualcosa come 5 anni. Non sappiamo quanti erano sotto Saddam (e quanti ne ammazzava Saddam all'anno); non sappiamo quanti sono morti durante la guerra e l'occupazione; in pratica non sappiamo niente di preciso. Da cui la lunghissima polemica sui body counter e il famoso studio del Lancet, etc..

Nell'altro emisfero, c'è l'esigenza di sapere subito, immediatamente, se le elezioni in Iraq siano andate bene: se io ho ragione, se tu hai torto, etc. Così che ad urne ancora aperte questo secondo emisfero comincia a riempirsi di perentorie percentuali. "Settanta-Per-Cento!", "Sessanta-Per-Cento!", "Cinquantasette-Per-Cento!" Siccome i due emisferi sono molto ben sigillati, a nessuno viene in mente di chiedersi: settanta per cento di che? 57 % di che? Quanto fa il 60 % di "Non lo so"? Non lo so. Te, lo sai? Bravo.

Questo naturalmente non impedisce di dare valutazioni "a naso": basta dirlo, basta non brandire il segno % come se fosse la verità rivelata. E stasera, "a naso", otto milioni di iracheni sembrano assai di più di quanto tutti si aspettassero. Il che, "a naso", sembra una buona notizia per gli iracheni, e una grande sconfitta per Al Zarqawi (chiunque sia veramente).

Per un giudizio più partecipe ed emotivo, da tifoso, o anche semplicemente da "preferisco questi a quelli", rivolgersi a Barenghi, che esiste apposta.

mercoledì, gennaio 26, 2005

21:30, giovedì, siateci.

Passato Prossimo è una trasmissione di approfondimento storico che esce sporadicamente sulLa 7, e secondo me non è molto pubblicizzata. Ciononostante, pare che la prima puntata sui partigiani (con testimonianze fresche e non i soliti spezzoni dell'Istituto Luce) abbia avuto più ascolti dei famigerati cinque-uomini-gay.

La seconda puntata esce in occasione della Giornata della Memoria: si parlerà "dell'occultamento delle indagini giudiziarie sulle stragi nazifasciste avvenute in Italia durante la seconda guerra mondiale": l'armadio della vergogna e tutto il resto. Io spero che lo guardino in tanti e ringrazio Ric che me l'ha segnalata.

(Psst, Ric, vieni a giocare con noi?)

Dovevo uscire più spesso

Dopo mesi che non ci vediamo, da oggi La Laura è in capo al mondo. A volte Carpi mi sembra la galassia che si allontana.

togliti tutta quella paglia dagli occhi

The black and green scarecrow / was sadder than me / but now he's resigned...

La bloggatrice più controversa di Italia, Egitto e Alto Adige (ciao Lia) spiega cos'è lo Straw Man argument, l'arte di fabbricarsi a bella posta gli argomenti dei propri interlocutori: arte che nei blog sembra avere trovato la sua giusta dimensione.

Avendo un paio d'ore sarebbe interessante mettersi semplicemente a contare quanti straw men, quanti fantocci sono stati messi in Rete oggi. Un paio d'ore non le ho, ma a occhio gira un Vattimo molto sospetto. Mah.

L'Oscar della Paglia di oggi però se lo merita lo Pfaall realizzato dal Griso.

lunedì, gennaio 24, 2005

un buon non-compleanno

Il giorno più triste (per gli inglesi, almeno) è anche quello in cui Leonardo compie 4 anni. Il blog, non la persona.

A parte le elementari e il liceo, non ho mai fatto niente per così tanto tempo.

In occasione del futile evento avevo chiesto ai lettori qual fosse il post da loro prediletto in quest'ultima annata: mi hanno risposto più o meno in 15, alcuni senza dirmi niente. I post che hanno preso più voti (2 ciascuno), sono questi: Titicaca, Gianna e Teddi. I piazzati ve li risparmio.

(Forse han ragione gli inglesi).

mercoledì, gennaio 19, 2005

#175 - Posizione Del Drago Festoso

Contro il bromuro e chi lo prescrive, Polygen ha preparato il generatore casuale di posizioni del Kamasutra. Fate refresh molte volte, e in questo modo eccitatevi.

#175 - Posizione Del Drago Festoso
( Versione meno dolorosa del Perito Agrario Sul Ramo )

Stando in posizione distesa, il maschio tiene ferma la propria partner e, mentre lei legge il giornale, lui scavicchia ma non apre.

martedì, gennaio 18, 2005

"perché, insomma, se non dici niente anche dirlo col tono ispirato conta nulla".

I blog non cambiano il mondo, ma a volte hanno editoriali migliori dei quotidiani. Questo di Falsoidillio su Rutelli è, con un'espressione che detesto, "da incorniciare".

Insomma, vien da dire, per riassumere: le mosse di Rutelli sono sensate. Forse non è sensato che le faccia lui.

giovedì, gennaio 13, 2005

Un film destabilizzante, non c'è dubbio.

Secondo me la faccia strana che viene a molti spettatori uscendo al termine di Closer vuol dire: "Ripensandoci, neanche Conoscenza carnale, o il Laureato, erano poi granché".

martedì, gennaio 11, 2005

"Qui giace omài sepolto il blog Leonardo"

C'è di che toccarsi.

"Da queste parti non è una cosa da mandare giù così, senza dire beo".

Il qui presente blog segue con molta attenzione la carriera pubblicistica di Pierpaolo Ascari. Questo è un pezzo pubblicato ieri su Liberazione, sull'eccidio delle fonderie modenesi di 55 anni fa. (Non ho idea di quanto reggano gli archivi di Lib.)

lunedì, gennaio 10, 2005

un eroe del nostro tempo...

Insomma, c'è una rivista di destra, Ideazione, che invece di costringere qualche redattore ad aprire un blog, ha deciso di mettere in homepage alcuni di quelli che esistono già. Bella idea, complimenti agli invitati. E allora?
E allora, 1972 commenta la faccenda così:

L'operazione assume una valenza quasi eroica in un paese conformista come l'Italia nel quale il blog politico (soprattutto quando non è di sinistra) non ha vita facile (eufemismo).

Ora, per carità, ciascuno è eroe a casa sua, se ci tiene. Quel che non riesco a capire è l'eufemismo finale. Cioè, in Italia il blog-politico-non-di-sinistra ha una vita difficile? E' perseguitato? Bannato? Se lo scoprono a postare, gli formattano il disco rigido? Mentre invece il blog-politico-di-sinitra è coccolato da tutti?

A me pare che 1972 dimostri da solo che in Italia si possono fare blog di destra - o comunque non-di-sinistra, ci capiamo - e riuscire a inserirsi in un circuito di lettori che ti apprezza e ti gratifica. E che probabilmente questo tipo di inserimento al momento funzioni meglio a destra che a sinistra, per tutta una serie di motivi (che non spiego).

martedì, gennaio 04, 2005

"Osama Bin Laden sarà colpito da una cometa"

...in quanto a previsioni sbagliate, però sono in buona compagnia: l'Osservatorio Cicap controlla le previsioni degli astrologi per il 2004. Non ne hanno azzeccata una neanche stavolta. (Via CSF)

deconstructing W.

Enzo spiega l'effetto che gli fa il-solito-film-di-Woody-Allen, e spiega che ci sono solo due sue pellicole che 'contano' veramente. Io - che sono il solito esagerato - aggiungo Amore e Guerra e Pallottole su Broadway, per motivi che non spiego.

A proposito, indovinate chi ha fatto una sola previsione in tutta la sua carriera blogghistica e l'ha sbagliata? Da non crederci.

Addio a torre patata

Snif.

"Hai notato anche tu che conosciamo soltanto gente che abita all'ultimo piano?"

lunedì, gennaio 03, 2005

Alice sucks

Tanto è doloroso stare al mondo, specie in questi giorni, che par ridicolo lamentarsi di un'adsl farlocca: dico solo che già so chi voterò al concorso "2005 Companies to Incazz for". Su Giusec stanno ancora votando per l'edizione 2004.

"Non so cosa dirle" (anonimo di call-center, ore 4:00 AM).