martedì, giugno 29, 2010

Pietro voleva uscire

"La spontaneità che i telespettatori credono di spiare dal buco della serratura costa circa trecento milioni al giorno; intorno alla casa, a vari livelli di responsabilità, lavora un centinaio di persone. Ci sono venti registi e dieci 'etichettatori', che seguono le singole azioni e fissano il time-code di ciascuno [...] Man mano che una qualche 'azione' significativa si svolge (chiacchierate, scontri, cambi d'abito, scherzi ecc.), un etichettatore la registra sul computer, in modo che sia sempre possibile (e inequivoco) recuperarla – i computer sono già programmati secondo quattro 'livelli di interesse': 1) sesso; 2) comunicazione, dialoghi; 3) eventi improvvisi; 4) reazioni psicologiche ed emotive.

La gerarchia è stata scombussolata in un solo caso, terribile e su cui tutti sono stati vincolati al segreto: una concorrente ha tentato di impiccarsi in bagno, a uno dei tubi che sorreggono le telecamere. Fortunatamente il tubo ha ceduto, era notte, i sorveglianti di turno sono stati cazziati ed è stata licenziata l'addetta agli acquisti, che aveva lasciato entrare una corda di plastica per stendere i panni. Altro che livello 3: per due giorni i ragazzi non hanno parlato d'altro, si è dovuto oscurare Stream con la scusa di un guasto, e in onda nella fascia pomeridiana sono andate immagini di repertorio, facendo credere che fossero in diretta. Pietro voleva uscire.

A parte l'increscioso incidente, i ragazzi possono comunque andare al confessionale e chiedere che un certo episodio non venga mandato in onda; di solito la loro richiesta viene esaudita, per simpatia e rispetto umano, anche se hanno firmato un contratto-capestro, secondo il quale la Aran Endemol può disporre di loro come e quando vuole, sia nel presente che nel futuro, roba da prima della guerra di Secessione. Nemmeno su Stream si vede tutto, perché al massimo lo schermo viene diviso in quattro, contro i trentadue punti-ripresa. Quel che non va in onda, in questa casa di vetro, è da considerarsi non-accaduto: il cedimento isterico di quella poveretta non esiste più nemmeno per lei".

(W. Siti, Troppi Paradisi, Einaudi 2006, p. 170. Quanto scritto non corrisponde necessariamente a verità).

Non potevo fare a meno di vederlo nudo,

...“e da vicino; voi capite, era più forte di me; il vecchio fiume s'era risvegliato, protetto dall'attenuante che comunque era tutto virtuale. M'avevano riferito che fa la doccia sempre intorno alle due e mezza, dopo gli esercizi in palestra; così ho corrotto un'amica di Sergio che lavora nella redazione e mi sono procurato un pass per l'interno della casa – o meglio, per il corridoio nero che corre tutto intorno alla casa, quello a ferro di cavallo dove stanno i cameraman spostando le telecamere lungo una guida a serpentina.

Cointainer di laminato a Cinecittà, sullo sfondo dell'America costruita per Scorsese; liste dei turni attaccate con lo scotch, un distributore di bibite rotto. Stefania Craxi e Marco Bassetti che arrivano in Mercedes a godersi il loro giocattolo, come se fossero in visita allo zoo. Ma la metafora dello zoo, constaterò quasi subito, è quella che viene spontanea appena si entra: “vietato dare da mangiare agli animali” è la battuta standard con cui ti accolgono gli operatori. Dello zoo o dell'acquario: perché è tutto vetri (che per gli abitanti della casa sono specchi), e se non hai le cuffie non senti da dentro il minimo rumore. Si ha persino l'impressione che si muovano al ralenti, appunto come se fossero sott'acqua, o come bradipi: in effetti, la coscienza mai subliminalmente eliminabile di trovarsi sotto le telecamere, e il tempo desolatamente vuoto, rallentano tutti i movimenti – ci mettono tre minuti per accendersi la sigaretta, e dieci per cambiarsi i calzoni.

Nel corridoio c'è un clima goliardico, i cameraman alleggeriscono col paternalismo un ruolo imbarazzante: “sono i nostri tamagotchi”. La prima volta che Pietro e Cristina hanno scopato, si sono affollate anche le guardie giurate e stavano tutti come a una partita di calcio, a fare commenti tecnici: “appoggia male il gomito, così gli esce perché non può far forza col bacino”. L'unica avvertenza è di non esclamare a voce alta, perché dentro si allarmano. Trattenevo anche il respiro quando finalmente il momento della doccia è arrivato, il mio personalissimo peep-show; m'ero allontanato fagli altri ma è stato deludente, per contrasto troppo veloce; ho notato solo i tatuaggi (al centro dei dorsali, sul tricipite sinistro e sul pettorale destro); con la lucentezza dell'acqua, sembrava meno tarchiato e montuoso di come l'avevo immaginato”.

(W. Siti, Troppi paradisi, Einaudi 2006, pp. 167, 168).

Quel che uno scrittore bravo ci metterebbe 10 pagine a

"Stavolta non l'ho cercato io, me l'hanno recapitato a casa. Il desiderio che ti fa risentire il vento nel sangue e squassa i neuroni; è arrivato insieme a una delle più sconvolgenti esperienze politiche degli ultimi anni. Era dai tempi del Vietnam che in me privato e pubblico non si univano così strettamente. È arrivato nella persona (o meglio nell'immagine) di Pietro Taricone. Non sono così scemo da non capire che se non ci fosse lui, nella casa del Grande Fratello, tutto questo ambaradàn mediatico non susciterebbe in me l'entusiasmo che suscita. Ma appunto ognuno si sceglierà, tra i dieci ospiti della casa, il proprio Taricone. [...]

Così, ti sembra di possedere intera la loro vita, anzi, di possedere intera la vita; tra minuti di noia infernale, alcuni frammenti dotati di senso ti si consegnano nella loro verginità, più commovente di qualunque fiction; il primo bacio tra Pietro e Cristina (lui marpione, “in una scala da uno a dieci, quanto ti piaccio?” - lei già con le labbra semiaperte, “undici”) è vero oltre che bello, e condanna da solo anni di cinematografia. Indica quello che manca a qualunque telenovela ben scritta: Pietro che si avvicina a Marina, le tocca scioccamente le orecchie, dice “dove le hai comprate, sono piccoline” e non sa più dove mettere le mani, fa imbranato esercizi di riscaldamento – se confronti le due scene (Pietro con Cristina / Pietro con Marina) impari sui livelli del desiderio quel che uno scrittore bravo ci metterebbe dieci pagine a spiegarti – ma qui il dio sei tu, sei tu che squaderni la vita e ne trai il succo. [...]

Insomma, la tivù ti dà l'illusione di catturare la realtà (di 'superare' l'arte) proprio nel momento in cui l'ha castrata. Detto in altri termini: prima ci toglie la realtà (che non si vive perché è più comodo guardarla sul teleschermo), poi ce la regala ma riaggiustata come è utile che sia. Il tutto con un sottintesto ontologico: se si può rappresentare tutta la vita, allora la vita non è altro che ciò che si rappresenta (e un corollario: quel che non è rappresentabile in diretta tivù è semplicemente inesistente, o mostruoso). Questo ci insegna più cose, sul potere, di qualunque riflessione su Mani Pulite o sul monopolio bellico degli Usa; Sofri intervistato sul Grande Fratello (che tra l'altro è presentato dalla sua futura nuora) risponde con sufficienza che lui giovedì sera ha visto un servizio sulla ex-Jugoslavia; non si accorge che ora il Grande Fratello è politicamente più importante di quel che accade nei Balcani? Eppure la galera è un buon posto per capire la televisione. Anche le incursioni di Fazio e di Ricci, con un elicottero sulla casa, sono segno di un'idiota superiorità di sinistra: loro ironici, che puntano sui 'contenuti', e credono di far ridere scompaginando la posizione dei pezzi sulla scacchiera, ribaltando le torri e sghignazzando sulla regina.

Consoliamoci con la volumetria arcaica e matematica dei muscoli di Pietro, coi suoi denti bianchissimi, feroci e irregolari, con la grazia felina che durerà il tempo dell'inconsapevolezza; con la possanza a ics di quando, sulla sedia a sdraio, si diverte a fare il guerriero". 

(Walter Siti, Troppi paradisi, Einaudi 2006, pagg. 165-167. Taricone è stato un caratterista importante anche per la letteratura italiana contemporanea).

lunedì, giugno 28, 2010

Il popolo moviola

Discutevo col babbo, un'ora fa, a pranzo, mentre il Tg2 dell'una mandava ad libitum le immagini della palla oltre la linea di porta tedesca, discutevo e lui mi diceva che con tutta la tecnologia che c'è oggi in giro, bisognerebbe smetterla di dare la colpa agli arbitri, c'è da imbastire dei meccanismi automatici per giudicare queste cose. Io gli rispondevo che è la solita storia dell'errore umano, del fattore umano, eccetera. Gli ho spiegato quel che è successo nella Major League, qualche settimana fa. Poi lui mi ha detto: Ho capito, ma il baseball non c'entra, il calcio non è mica uno sport. Hai ragione, babbo, gli ho risposto. E abbiam finito il pranzo parlando della festa de l'Unità, di cani, e altre cose più interessanti.

domenica, giugno 27, 2010

All your friends Ah! Oh! neuropsichiatros

Io comunque ieri sera ho visto Velone, e ho perso la mia fede in Iacchetti. Nel senso che io non credo più all'esistenza di tal Iacchetti; sono un individuo razionale e razionalmente non posso che respingere l'esistenza di un uomo che d'inverno porta Gaber nei teatri e d'estate presenta Velone col Gabibbo. Avranno dei sosia, degli automi, un nano che lo manovra, come il Gabibbo appunto. Ma non di questo vi volevo parlare.

Vi volevo dire che ieri sera ho visto Velone, e c'era una neuropsichiatra che ballava i Trabant. Alle otto su Canale5. E se non ci credete ecco qui, dal minuto 5, malfidati.

Lapsus, il tuo nuovo nome è Tarcisio

Il lapsus del giorno, ma forse anche della settimana e del secolo XXI, è sfuggito a Tarcisio Bertone mentre raccontava frottole sui vescovi trattenuti dalla polizia belga. Cito dalla Repubblica di oggi, pag. 9:

Questo è un fatto inaudito e grave [...] Al di là della condanna della pedofilia, l'irruzione e il sequestro dei vescovi per nove ore, senza bere né mangiare... Non sono mica dei bambini. 

giovedì, giugno 24, 2010

Cecoslovacchia - Italia

L'altra sera abbiamo conosciuto una signora che è stata partigiana ed emigrata clandestinamente. Aveva contribuito a fondare Radio Italia Oggi, ai suoi tempi, a Praga, e da lì ha trasmesso illegalmente in Italia per trent'anni. Era una donna anziana ma di una lucidità inverosimile.

Ci raccontava che quando sono entrati i carri armati sovietici, il loro corrispondente ha messo la cornetta del telefono fuori dalla finestra e ha detto Sono arrivati, io non lo so come va a finire, però sono arrivati e abbiamo paura ma trasmetto tutto, finché posso. Era la prima mondiale dell'entrata dei carri armati sovietici in città. Quella telefonata lì è stata poi mandata in giro per il mondo, quasi subito, dalla BBC.

Ci raccontava, dopo, che suo marito, diventato direttore della radio, ha regalato per dodici giorni le frequenze di Radio Italia Oggi a Dubček e al governo cecoslovacco, perché tutte le altre radio del paese erano state chiuse dai sovietici, che intanto giravano per la città coi carri armati. Poi l'han chiamata la Primavera di Praga.

Ci raccontava, ancora, la signora, che quando le si son rotte le acque, ha trasmesso il bollettino delle 19, poi si è fatta accompagnare in ospedale per partorire. Suo marito ce l'ha portata e le ha detto Cara, devo andare a trasmettere, perché, lo sai, siamo in campagna elettorale. Lei gli ha risposto Vai pure, però dopo passa a vedere quel che abbiamo prodotto. E alle 23 ha partorito sua figlia. E alle 24 suo marito era tornato a vedere il risultato.

Quando, alla fine, le han chiesto che cosa ne pensasse di quello che aveva fatto suo marito con la Volante Rossa, dopo la guerra, lei è rimasta zitta qualche secondo. Poi ha fatto un mezzo sorriso, di quei mezzi sorrisi anziani della saggezza, e ha detto Son d'accordo con lui, secondo me ha fatto bene.

sabato, giugno 19, 2010

Cronache di una sorte annunciata: BP

Nel 1901 il primo dei grandi giacimenti petroliferi mediorientali fu scoperto in Iran da un ingegnere minerario britannico di nome William Knox D'Arcy. Egli comprò subito dal re Qajar i diritti di sfruttamento esclusivo del petrolio iraniano, in cambio di una somma di denaro che finì dritta nelle tasche dello scià, e di una royalty del 16 per cento da versare allo Stato iraniano più in là, una royalty da calcolare sull'"utile netto" realizzato col petrolio del paese, non sul lordo, il che vuol dire che la concessione offerta a D'Arcy non dava nessuna garanzia sui guadagni a venire che l'Iran avrebbe ottenuto in futuro dal proprio petrolio.
Forse vi state chiedendo quale tipo di sovrano, in cambio di una somma in denaro, venderebbe l'intero giacimento di qualunque minerale, noto o meno noto, a un vagabondo a cui capitava di passare per il suo regno, senza che questo scatenasse la reazione indignata della popolazione locale. La prima risposta è: la tradizione. I re Qajar facevano questo genere di cose da secoli. E poi, il paese aveva da poco combattuto una battaglia durissima per affondare il monopolio del tabacco, che il re aveva venduto a una società britannica, una battaglia che aveva sfinito gli attivisti del paese. Inoltre, il petrolio non sembrava così importante; non era tabacco, santo cielo (e neanche grasso di balena)!
[...] Nello stesso momento in cui l'Iran stava regalando il suo petrolio agli stranieri, l'importanza dell'oro nero stava per schizzare alle stelle, per via di una nuova invenzione: il motore a combustione interna. [...] colui che controllava il petrolio avrebbe finito per controllare il mondo intero.
L'Iran, però, lo capì troppo tardi. William D'Arcy aveva già venduto le sue concessioni petrolifere a una società di proprietà del governo britannico (esiste ancora oggi: si chiama British Petroleum, o BP).

(Tamim Ansary, Un destino parallelo, Fazi editore; pp. 438-439, traduzione di Thomas Fazi)

Un bieco tentativo di promozione, qui su piste, per un ebook sulla sfortuna. Partecipate. Accettate la sfiga.

giovedì, giugno 17, 2010

mercoledì, giugno 16, 2010

La Costipazione italiana

L'iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

andrebbe riformato, dicono: ora come ora, così com'è, esclude del tutto le società a delinquere.

martedì, giugno 15, 2010

Ma il vero scandalo abruzzese è che dileggiano Del Turco

Può anche darsi che Del Turco sia innocente, e che non abbia approfittato della sua carica di Presidente di regione per trescare affari. Può darsi. Però pare che i suoi collaboratori usassero le linee della regione per fare telefonate erotiche. Il che ha rilevanza processuale.

Ora non capisco quel che intende Luca Sofri: perché il pubblico ministero non dovrebbe darne lettura durante il processo? Sono prove. Dimostrano che c'è stato un abuso. Dileggiano l'imputato? E' un po' come dire che non si poteva mostrare il pigiama sporco di sangue durante il processo Franzoni perché avrebbe messo la Franzoni a disagio. Ma è chiaro cos'è un processo? Ci sono delle prove da esibire, non è che te le puoi tenere in tasca. Se ci sono delle registrazioni bisogna darne lettura, non credo che il giudice possa fidarsi.

In Italia si abusa delle intercettazioni? Boh, chissà. In un Paese dove si abusa con le intercettazioni un politico ci penserebbe due volte prima di fare una pornotelefonata da un ufficio pubblico.

(PS: e poi la piantate di citare il parere di Giuliano Ferrara? E' finita, l'uomo in questione ha da tempo varcato l'ultimo orizzonte della cazzata, ciò che dice non può più essere ritenuto rilevante. Può anche capitargli detta una verità, ma sulla falsariga dell'orologio fermo, che dice la verità una volta ogni dodici ore. Peraltro anche a un orologio che andasse all'indietro scapperebbe ogni tanto una verità. Ecco, diciamo che Giuliano Ferrara è un orologio fermo che ogni tanto va un po' indietro. Mettiamolo in un cassetto e ricordiamocene soltanto quando si fanno le pulizie).

lunedì, giugno 14, 2010

Fratelli d'Italia

Stiamo perdendo il lavoro, stiamo finendo i soldi che ci avevano lasciato i nostri nonni e i nostri genitori, questa città diventa sempre di più un cesso ogni giorno che passa, non sappiamo davvero che cosa ne sarà dei nostri figli domani e non siamo più capaci di leggere per trenta secondi di fila.
Eppure, la frenesia che freme per le strade l'ora prima che giochi la Nazionale ai Mondiali, quel correre di tutti verso casa o da qualche parte con ogni mezzo, con in mano i sacchetti della spesa dell'ultimo minuto e parlando in continuazione al telefono, quell'impazienza che soffia ovunque è qualcosa che mi fa sorridere ancora e penso non cambierà mai.

giovedì, giugno 10, 2010

E non si conoscono neppure

E’ notoria la mia severità di giudizio verso le pubblicazioni che in un modo o nell’altro sono state dedicate all’ambiente “nero”: le ho bocciate più o meno tutte.

Non faccio regali né sconti sull’argomento e se considero Fuori dal cerchio un libro che non può assolutamente mancare in una biblioteca dr, né in una biblioteca militante di qualsiasi colore e ancor meno in quella di chi ha una curiosità didattica, non lo sostengo per gusto personale, e non esprimo di certo un giudizio affrettato e poco ponderato.
Questo libro è un capolavoro.

Siamo alle prese con il percorso di un labirinto in cui l’autore, uno studioso modenese non ancora quarantenne, con un passato giovanile nel partito comunista e una sensibilità dichiaratamente di sinistra, penetra in ogni corridoio e in ogni stanza mediante l'ausilio di interviste articolate, corpose e appassionanti a protagonisti e studiosi della dr in evoluzione.
Nell'ordine, il viaggio nell'Ade di Antolini fa tappa in: Blocco Studentesco, Gianluca Iannone, Francesca Giovannini, Valerio Morucci, Miro Renzaglia, Marcello De Angelis, Gabriele Adinolfi, Ugo Maria Tassinari, Marco Cimmino, Luca Telese, Francesco Cappuccio, Maurizio Murelli, Gabriele Marconi, Guido Giraudo, Flavio Nardi, “Turbodinamismo”.

Definire masgitrale l'operato di Nicola Antolini è fargli un torto.

L'imbarazzante recensione di Gabriele Adinolfi a Fuori dal Cerchio - viaggio nella destra radicale italiana

mercoledì, giugno 09, 2010

Consumare prima del 2043

Come qualcuno avrà già sentito dire, io faccio l'insegnante. Statale.
E non è che voglia menarmela per forza. Sono convinto che esistano mestieri assai più sfibranti. Sì, mi capitano periodi di stress, però torno a casa molto prima degli impiegati, e sudo meno dei muratori. Il rischio di uccidere qualcuno o me stesso è assai inferiore a quello di un camionista, e in più non mi annoio (i camionisti si annoiano alla grande). Mi è ignota l'ansia del broker, la mia cattedra non può sparire da un momento all'altro come una postazione di call center. E così via. E quindi?

No, niente. Volevo solo far sapere che io, a settant'anni, non ci arrivo.

Non è un lamento, è una constatazione. Fisicamente non sarò in grado, tutto qui. Già adesso arrivo all'una che traballo, vedo le stelline, voglio solo buttarmi su un divano come una cosa dimenticata. Può darsi che sia un difetto intrinseco, anemia, bassa pressione - ma anche i miei colleghi, devo dire, a 70 anni in cattedra non ce li vedo (peraltro questo significa che mi aspettano altri 20 anni di riunioni sempre più deliranti con gente che diventa sempre più sorda e ottusa, me compreso).

Poi ci sarebbe un discorso generale, ovvero: che senso ha una scuola con insegnanti settantenni? Un insegnante 70enne ha ancora qualcosa da dire ai suoi alunni? Secondo me no, però questo discorso generale io non mi metto neanche a farlo. Vorrei rimanere per una volta sull'individuale: signori, non è falsa modestia, è proprio che non ce la farò. Sono come un ciclista a cui mettete davanti una salita troppo ripida, sono come un alpinista davanti a una parete senza appigli. Qualcun altro sarà anche in grado, buon per lui, ma io no. Il professionista è una persona che conosce per prima cosa i suoi limiti, e i miei non arrivano di sicuro così lontano. E quindi?

E quindi è molto semplice: mi ammalerò e morirò prima (come alcuni colleghi stanno già facendo).
Insomma, è come se ieri sul giornale avessero pubblicato la mia data di scadenza.

giovedì, giugno 03, 2010

Galassie


Se Dio c'è, gli piace la quantità (via Disinformatico).

Chiama Virzì Subito

"E il titolo cosa significherebbe?"
"Pensavo che potrebbe essere una nuova rubrica per Piste. Tutti possono contribuire".
"Non capisco".
"Quando in un qualsiasi momento della giornata... Ti capita di scoprire una cosa... una di quelle classiche cose che ti fanno pensare che bisognerebbe chiamare Virzì subito. Sarà successo anche a te".
"No".
"Eddai".
"Ma se ti dico di no".
"Uff... va bene, senti, ti saluto, devo andare al saggio della Sammi".
"Di sua figlia, intendi".
"No, i bambini non fanno un saggio, sono troppo piccoli. Lo fanno i genitori".
"Cioè fammi capire, i genitori fanno il saggio".
"Sì"
"E i bambini..."
"Guardano".
"E la Sammi..."
"Mi pare che faccia la principessa... dal vestito, almeno".
"Chiama Virzì. Subito".
"Lo vedi?"

mercoledì, giugno 02, 2010

Scie chimiche

(da un'idea di ezekiel)

Quel 4-3 alla Germania che non cessa di stracciarci i coglioni


Quel 4-3 alla Germania
che cambiò la nostra storia

L'hanno definita "la gara del secolo". E 40 anni dopo la semifinale dei mondiali 1970 non ha perso il suo fascino: è il simbolo di un'epoca e di un'epica del Paese. Che comincia coi Beatles e finisce con Albertosi di FRANCESCO MERLO



Caro Merlo, mi duole dirtelo, ma non c'è nessuna epoca/epica che finisce con Albertosi. E' tutta un'enorme saga/sega che vi raccontate voi giornalisti italiani quando non sapete come riempire le pagine.
E non è vero che non ha perso il suo fascino: l'ha perso da un sacco, l'avete perso in generale, non c'è nessun fascino in signori di mezza età che continuano a raccontarci sempre ma sempre la stessa partita; si chiama Alzheimer e non suscita nessuna sensazione che non sia pietà e fastidio. Italia-Germania 4-3 ha strasfracellato i coglioni, e non da oggi.