sabato, gennaio 30, 2010

Per un pugno di segale

Devo essere onesto: io Salinger praticamente non lo conosco. Per esempio, Catcher in the Rye non l'ho letto. Ho letto il Giovane Holden, che non è esattamente lo stesso libro (ma poi non è detto che sia peggio). E anche quello l'ho letto forse tardi, quando la molla immedesimazione non scattava più - ma poi chi l'ha detto che debba per forza scattare la molla immedesimazione. Anzi. Mi sembrò, quando lo lessi, un ragazzino pieno di paura che scopre la Disperazione quasi per gioco, come ci si diverte a volte a quell'età a sporgersi dalle balaustre, e in realtà si stanno ponendo serie basi per la depressione e la nevrosi e tutta quell'impoetica infelicità che sarà poi l'età adulta (che a volte uno poi pensa: avessi letto qualche libro in meno, avessi invitato fuori un paio di ragazze in più, mah, chissà, magari ora non sarei in trattamento farmacologico). E' un'opinione come un'altra, forse un po' da bastian contrari, ma perché poi dovrebbe starci per forza simpatico Holden Caulfield.

Anzi voglio condividere un sospetto: magari non stava simpatico nemmeno a Salinger. Può darsi che la sua intenzione fosse ritrarre un giovane che studia da cretino, mentre compie tutti i passi cruciali che lo trasformeranno in un perfetto cretino disadattato. Può darsi che Salinger l'avesse inteso in questo modo, e che il successo lo abbia spiazzato, spingendolo a concludere che erano cretini anche i lettori, cretino l'universo, e andatene affanculo tutti quanti (e no, non ve li vendo i diritti).

Non ho prove ovviamente. Però quella famosa citazione, una delle più banali, quella in cui dice che dopo avere letto un libro gli piacerebbe telefonare allo scrittore a qualunque ora della notte, ecco: se ci pensi bene, è un cretino che ragiona così. Se non già un cretino fatto e finito, comunque un cretino molto promettente. Non si telefona agli scrittori, come può venirti in mente un'idea così... loro quel che potevano dirti lo hanno già messo nero su bianco, non c'è niente da aggiungere, e non sono tuoi amici. Io la penso così, più o meno; ma il mio parere non è che conti molto. Conta molto di più il fatto che anche Salinger la pensasse così. Altroché se la pensava così. In pratica ha passato la vita a difendersi dagli holdenoidi che telefonano agli scrittori. Non so, magari è un'osservazione banale che hanno fatto già in centinaia. Poi chi l'ha detto che bisogna fare osservazioni originali.

E comunque non ce l'ho con nessuno, sono convinto sia un ottimo libro, e se avete amato Holden, vi do questo consiglio: provate a rileggerlo col presupposto che sia un aspirante cretino. Garantisco che è bello lo stesso. I classici sono fatti così.

lunedì, gennaio 25, 2010

E poi cos'è 'sta storia che non bruciamo più neanche le streghe?

Monsignor Babini, Vescovo emerito di Grosseto, ci prende gusto e dopo il delirio n.1, arriva fresco-fresco il n.2 (stavolta ce l'ha con quel ricchione di Vendola, i ricchioni in generale, gli ebrei e i musulmani)

venerdì, gennaio 22, 2010

Squallore, il tuo primo nome è Vittorio (Feltri il cognome)

Come mi hanno suggerito su friendfeed, questo pezzo di Feltri può essere considerato la pietra tombale sulla nostra civiltà.
Al modo in cui l'Impero Romano è finito con gli aneddoti sulla gallina di Romolo Augustolo, la civiltà italiana finisce quindi con questo incestuoso quadretto - i figli del Grande Giornalista che si portano le tipe in casa, perché fuori è pieno di squallidi "motel" con i rumeni che stuprano, e dopo mezz'ora riemergono affamati "come camionisti", quindi chiamano mammà che ha sempre il sugo pronto sul pentolino; il tutto mentre il Grande Giornalista, pipa in bocca, il Grande Giornalista, compiaciuto, il Grande Giornalista, ma dobbiamo proprio aggiungerlo? Non potreste fare da soli? Il Grande Giornalista, insomma, attento ascoltatore dei guaiti e dei rutti della gioventù, si masturba deliziato.

martedì, gennaio 19, 2010

Di Craxi

non frega niente a nessuno, oggi come 10 anni fa.

(Ragionamenti più elaborati tra breve, sul blog noioso).

Melodrammalandia

Più che amare Virzì, io tifo per lui. Vorrei che il mondo ce lo invidiasse. Per cui se sento che ne parlano tutti bene sono felice. Se arrivando al cinema vedo che la gente esce dicendo Dio Che Bel Film, sono contento. Se la sala è piena malgrado Avatar, sono piacevolmente sorpreso. Se sento la gente che si soffia il naso durante la proiezione, tanto meglio. Se quando si riaccendono le luci la gente sta dicendo Dio Che Bel Film, sono soddisfatto. Anche se l'effetto collaterale è un film che m'ha detto meno di Tanino (a proposito, tutti ce l'hanno con Tanino e invece secondo me andrebbe rivisto, Tanino, è un film spietato).

Il problema - ma è un problema? - è che La prima cosa bella mantiene esattamente le promesse del trailer: ehi, non è che vi mancava un film dove i membri di una famiglia italiana vintage si fanno delle gran scenate? Si menano, si tirano i capelli, piangono, cantano a voce alta sull'autobus? Non vi preoccupate, sta arrivando la pellicola per voi.

Che idea, un film sui famigliari che urlano. I fratelli comunicano attraverso un sistema di picchi in testa. La reazione più introversa è pisciarsi addosso. E una madre non può spegnersi in ospedale, no, deve sputar sangue mentre il figlio, avrà quarant'anni, attacca briga a dei ragazzini, perché siamo in Italia, cioè, cazzo guardi?

Fine primo tempo. Luci.
"Boh, ma sai che Kekkoz ha scritto che lo ha visto e ha pianto tutto il tempo, come fa uno a... ehi, ma cos'hai? Una crisi allergica?"
"Sto piangendo dal minuto 2, idiota".

Si simpatizza col personaggio Mastandrea (ho imparato a scrivere correttamente Mastandrea) più che altro perché si intuisce la sua necessità di silenzio, pace, foss'anche morfina, insomma tacete tutti quanti una buona volta, odiatevi o amatevi ma in silenzio, come nella cinematografia nordica o anche solo in Francia. Sarà un problema mio. Che poi le faccio anch'io le scenate, però me ne vergogno. Mi contorco nelle mie radici. Mi sembra l'unica cosa sensata da fare.

martedì, gennaio 12, 2010

Ma Vittorio Feltri riesce ad aver torto anche in questa occasione

Dunque l’abbiamo sentito da una voce inaspettata e insospettabile: stavolta hanno ragione i negri.

Ma invece no. I torti e le ragioni, se se ne vogliono apprezzare i rispettivi profili ben distanziati e complementari, occorre cercarli a ragguardevole distanza dagli eventi di Rosarno. I torti e le ragioni stanno laddove si stabiliscono le regole. Perché è lì che si favoriscono o si evitano i presupposti per quelle occasioni che notoriamente fanno l’uomo ladro. I torti e le ragioni vanno cercati dove si mettono in piedi i rapporti di scambio e le regole di movimento degli individui. Perché è lì che si crea il bisogno di taluni di muoversi e al contempo gli si vieta di farlo legalmente. E’ lì che “abbiamo bisogno di manodopera a basso costo per resistere alla concorrenza delle arance spagnole” e al tempo stesso “questo paese non può ospitare chiunque, indiscriminatamente” (V. Feltri). E’ lì che il mercato acquista la legittimità di essere globale e l’egoismo quella di poter stare racchiuso nelle frontiere che più gli s’accomodano. E’ li che prende spessore la pretesa di “essere padroni a casa nostra”. Perché è lì che si definisce quale sia esattamente questa casa e quanto esattamente sia nostra. E’ proprio a queste regole, a quelle vigenti, che il direttore Feltri ha sempre plaudito. Ma queste regole sono fatte in modo che i negri, o la più parte di loro almeno, ne debba stare fuori. E siccome ne sta fuori, che gli sia tolta anche la parola. Sarebbe qui facile eccepire che togliendo a un uomo la parola gli si lascia solo la violenza. Ma è altrettanto evidente che chi usa la violenza è una bestia, e come tale deve essere trattato.

E allora caro Feltri, anche stavolta hanno ragione i bianchi. Che la violenza la esercitano nella maniera organizzata - e quindi vincente - di chi, avendo fatto le regole, ha poi il sacrosanto diritto di farle rispettare. Entro i confini che più gli s’accomodano naturalmente, altrimenti la concorrenza delle arance spagnole chi la regge più?

lunedì, gennaio 11, 2010

In morte di Eric Rohmer

Oggi è morto Eric Rohmer, "regista e critico pluripremiato". Devo dire che il suo Il raggio verde rimane scolpito nella mia memoria come il film più noioso che abbia mai visto. Ma sicuramente ne ho persi tantissimi ancora più noiosi, anche di altri registi

giovedì, gennaio 07, 2010

Chi vola vale ma occhio alle pale



Povero rapace. Ci sono studi confortanti sul rapporto tra uccelli e pale eoliche, ma pare che gli avvoltoi facciano eccezione

Ognuno è il fighetto del prossimo

Tranne Cragno, ovviamente, il quale è lo sfigato di ogni prossimo suo (e come tale probabilmente ambisce a una sovvenzione governativa).

Questo per dirvi che se leggete in giro che io sono un "giornalista dell'Unità", ehi, calma, non è assolutamente successo niente. Sto mandando un pezzo alla settimana al sito on line. Non si diventa giornalisti così, neanche se stessi facendo dei reportages che non sto facendo.

E' Messora che su Byoblu ha scritto il mio nome e cognome accanto alla denominazione "giornalista dell'Unità". Il motivo per cui ha fatto ciò è abbastanza curioso. C'è una classifica (tra l'altro io credevo che fossero un po' passate di moda, le classifiche) di Wikio in cui il suo blog è il quarto in Italia nella categoria "politica". Lui a questa cosa evidentemente tiene molto, quindi ci scrive su un pezzo. E siccome ci tiene a far vedere che gli altri di questa classifica sono pezzi grossi - oppure semplicemente pezzi del sistema, mentre lui è fuori dal sistema - per lui e per i suoi lettori io (che sono persino sotto di lui), divento un giornalista dell'Unità. Ora posso anche permettermi una lussuosissima Billy finto faggio.

La cosa veramente interessante il realtà sono i commenti, in cui Messora spiega che ok, le classifiche vanno bene, ma, per dirla con un espressione di un suo lettore, "il fieno comincia a scarseggiare". Messora risponde alle domande con puntualità e trasparenza, bisogna dargliene atto, sciorina cifre e bilanci, e quel che se ne ricava è che un blog giornalistico professionale indipendente oggi in Italia non è sostenibile. Grazie tanto, in Italia non si sostengono neanche i giornali... sì, però i lettori di Messora chissà cosa si credevano. Che il bannerino dell'IdV fruttasse un fantastiliardo al giorno, boh? (I lettori di Messora sono strani. Ce n'è uno che lo ringrazia perché "È solo da alcuni mesi per es. che ho saputo, tramite proprio un video del tuo blog, che Berlusconi faceva parte della P2". 'Azz, chissà quando gli diranno che era amico di Craxi).

Placido ricorda Praz

PROFESSOR SATURNO
Repubblica — 17 giugno 1993 pagina 35 sezione: CULTURA

Non mi piace il modo in cui torna alla ribalta un maestro glorioso come Mario Praz. Non mi piace il modo in cui viene ricordato. Si, lui, proprio lui, Mario Praz. Ovvero - per non pronunciarne il nome - l' Anglista. Ovvero, per evitarne il cognome (per carità, chissà cosa può accadere) l' Innominabile. Ma quale Innominabile. Piantatela piuttosto di ricorrere agli scongiuri, di toccar ferro, di abbozzare i vostri grotteschi gesti apotropaici. A nominare Mario Praz, a leggerne il nome stampato, non succede proprio niente. Eppure il Professore viene ricordato (quando viene ricordato, ciò che è un bene) innanzitutto per quella. Per la sua mala fama di iettatore. Lo ricorda così Giorgio Soavi nel racconto centrale "Professore di inglese" del suo Passioni, tre storie da romanzo (Camunia, 1993). Lo ricorda così l' autorevolissimo studioso francese Marc Fumaroli (quello de Lo Stato culturale, Adelphi) nell' introduzione a Le monde que j' ai vu, una raccolta dei saggi di Praz tradotti e pubblicati adesso in Francia (Julliard, Parigi, 1993). Nell' uno e nell' altro caso - nel racconto di Soavi, che è un garbato, affettuoso racconto, nello scritto introduttivo di Marc Fumaroli, che è serio e documentato - le solite storie. Piombi che si squagliano, in tipografia, all' apparizione di un articolo di Praz. Ascensori che misteriosamente si fermano (si fermavano) quando lo si va (lo si andava) a trovare nella sua casa, la famosa "Casa della vita". Lampadari che crollano, o minacciano di crollare, mentre egli vi offre (vi offriva) in quella casa stregata il tè. Ancora: si evita accuratamente di nominarlo, pur riferendosi evidentemente a lui, in quell' eccellente energico saggio-pamphlet che è Di scuola si muore di Giovanni Pacchiano (Anabasi). Niente di tutto questo risulta a chi scrive. Ho frequentato le lezioni di Letteratura inglese di Mario Praz per due anni successivi (erano gli Anni ' 50). L' ho visto e sentito qualche volta, dopo. I piombi non si squagliavano, le lampadine non esplodevano, gli ascensori non si fermavano. Nell' autunno del 1963 c' era non so qual Convegno letterario a New York. C' era anche lui, Praz. Andai a stringergli la mano, prima della partenza: "Professore, io parto domani, posso salutarla?". "Buon viaggio", mi augurò. "Buon viaggio!" rifecero sgomenti gli anglisti, gli americanisti presenti alla scena. Ma davvero vuoi partire domani? Gli hai stretto la mano! E mi consigliavano di cambiare volo. O di prendere la nave. Alcuni, di tornare in Italia a nuoto. Non si sa mai, con la iettatura. Non accadde nulla, naturalmente. Nulla di speciale. Gli aerei non cascano per così poco. E i lampadari nemmeno. Ognuno può coltivare le superstizioni che crede, si capisce. Correndo però il pericolo di sprecare tempo ed energie, nei suoi faticosi (e sconvenienti) rituali di scongiuro. Non avendo la suddetta preoccupazione, mi impegnai ad osservarlo, in quei due anni dei lontani Anni Cinquanta. Per tentare di carpire il suo segreto. Doveva averne uno. Perché era così difeso, così chiuso? Così gentile ma riservato, ma impenetrabile? Tiro ad indovinare. Non si sentiva amato. Non si sentiva fisicamente amabile. Il modo in cui leggeva in classe il più celebre verso del Doctor Faustus di Marlowe: "Sweet Helen, make me immortal with a kiss" non lasciava dubbi, in proposito. Non c' era nessuna Elena - egli pensava - che avesse voglia di renderlo immortale (quanto meno: un po' meno infelice) con un bacio, una carezza. Le sue lezioni universitarie erano secche e semplici. Austere, esemplari. Non concedeva molto. Non si concedeva. Ma una mattina, me ne ricordo benissimo, si abbandonò ad una lunga, imprevedibile divagazione. Si mise ad elencare tutti i luoghi - romanzeschi o poetici in cui si parla di povere vite perdute, o incompiute. Fallite, spezzate. Di promesse non mantenute, di fiori non sbocciati, o se sbocciati non raccolti. Di talenti deperiti nella penombra. Pareva non dovesse terminare mai, quell' elencazione elegiaca. La sua cultura prodigiosa gli suggeriva associazioni nuove, nuovi esempi. Ne ricordo, sfortunatamente, uno solo. Quello che chiude la poesia "Le Guignon" (la scalogna, la malasorte) nei Fiori del male di Baudelaire. Dove si parla di fiori che invano cercano di attrarre a sé l' attenzione, emanando il loro profumo migliore, che si disperde però nella solitudine: "Mainte fleur épanche à regret / Son parfum doux comme un secret / Dans les solitudes profondes". Ci ho ripensato. Leggendo l' introduzione di Fumaroli che ho dianzi citato. L' illustre studioso francese si chiede - è una vecchia domanda - perché le collezioni di Mario Praz, le celebri collezioni - quadri, ninnoli, oggetti - custoditi nella sua celebre Casa della vita non contengano capolavori. Ma certo! A lui non interessavano i geni, i picchi. Quelli costruiscono dei capolavori, che saranno ricordati. A lui interessavano le realtà medie, ma decorose; le esistenze medie, ma decorose, che saranno fatalmente dimenticate. Sono queste che egli teneva a ricordare, a conservare (non è questa una funzione della Letteratura: riscattare dall' oblio le piccole esistenze?). Forse temeva che anche la sua opera sarebbe stata inesorabilmente dimenticata. Non è così. Non ancora, per fortuna. Ma quant' è triste veder ricordato Mario Praz - l' Anglista, l' Innominabile - sempre e quasi soltanto per le sue presunte influenze malefiche. Faceva squagliare i Piombi (di Venezia?), faceva crollare i lampadari. Non mi sembra rispettoso nei confronti di questo grande studioso che ci ha lasciato La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica. Questo figlio di Saturno. Questo gran malinconico. Nominabilissimo. Nobilissimo. - BENIAMINO PLACIDO

mercoledì, gennaio 06, 2010

Quanto valgono oggi le vecchie dieci lire

Per quel che posso ricordare, questo è il primo pezzo di Beniamino Placido che ho letto in vita mia. Ed è fantastico.

Notare come regge bene il tempo, soprattutto con quell'incipit, formidabile: tra quarant'anni ci sarà ancora qualcuno che comincia un pezzo così: "Radio radicale" sta per chiudere. Come descriva già, nel 1986, con precisione millimetrica lo stesso sentimento che tanti di noi (ma noi chi? ex lettori di Placido?) provano tuttora per i radicali. La scioltezza con cui passa da un capoverso all'altro da "froci!" "puttane!" ad André Malraux.

Notare infine come accanto alla citazione dotta ci sia lo spazio per una notazione sociologica mica di poco conto ("la ricerca del nemico"), ma che quello che fa veramente lievitare il pezzo siano i dettagli; il realismo balzacchiano dello "specialista in malattie urogenitali". E il classico finale in cui torna un dettaglio iniziale, le dieci lire: Placido era un maestro in Ringkomposition. Sicché alla fine quello che ti resta è un piccolo racconto: Placido che va a trovare i giovani radicali, loro che gli spiegano un po' di cose (nota anche questo: Placido è uno che racconta come impara le cose), Placido che se ne torna a casa rimasticando Malraux con 10 lire in tasca.

Tutto questo nel 1986, e insomma, io avevo 13 anni. Beniamino Placido era di gran lunga la cosa più intelligente che potessi trovare su un pezzo di carta stampata. Mi manca tantissimo, mica da oggi. Le vecchie dieci lire non hanno più prezzo.

Il pezzo:

SONO andato a far visita a quelli di "Radio radicale". E' una visita che mi ripromettevo di fare da tempo. "Radio radicale" sta per chiudere. Me ne dispiace: come a tutti. "Radio radicale" ha fatto cose importanti. Ha registrato dibattiti e processi importanti. Che possono essere utili agli studiosi. L' ho sempre rimandata, questa visita, per timore che diventasse una visita di maniera: un adempimento convenzionale. Ma anche - lo confesso - perchè non è facile raggiungere "Radio radicale". Non che stia in capo al mondo. Tutt' altro. Sta proprio nel centro di Roma, dalle parti della Stazione Termini. Ma sta anche al quinto piano. E' servita da un ascensore che funziona ancora (pensate un po' ) con dieci lire. E chi l' ha più vista, ultimamente, una moneta da dieci lire? Chi ce l' ha più? La prospettiva di farsi cinque piani a piedi, nella Roma di questi giorni, con trentacinque gradi all' ombra, è avvilente. Tuttavia non ho potuto proprio rimandare oltre. Quello che è accaduto (e sta accadendo ancora) in questi giorni è di qualche interesse. "Radio radicale" ha messo le sue quattro segreterie telefoniche, e poi il suo microfono, a disposizione di chiunque volesse telefonare: per sessanta secondi. Con le conseguenze che ormai conosciamo tutti. Le abbiamo lette e viste commentate - variamente - sui giornali. COSI' MI SONO FATTO CORAGGIO. Mi sono anche procurato - sia pure avventurosamente - una moneta da dieci lire e sono andato a trovare quelli di "Radio radicale". Vivono (lavorano, bivaccano) in uno di quei lugubri palazzi che i piemontesi costruirono intorno alla Stazione, quando arrivarono a Roma. Nell' ingresso c' è l' insegna di un albergo: modesto. Di una pensione: modesta. E di due medici. Uno specialista in "malattie urogenitali". Uno specialista in "sessuologia". E' giusto che sia così. I radicali hanno rivalutato il "privato". Ci hanno rammentato che la notte è importante quanto il giorno, nella nostra vita. E di notte riemergono problemi che fanno capo - quando irrisolti - a quel tipo di specializzazione medica, più o meno raffinata. Trovo uno sciame di ragazzi curvi sulle segreterie telefoniche. Che intanto stanno ribollendo. Ieri sono arrivare poco meno di duemilacinquecento telefonate. E questa è ormai la media quotidiana. Quei ragazzi - volontari - registrano e trascrivono tutti i messaggi. Mi regalano un bel pacco di trascrizioni, che poi leggo e annoto con calma. Confermano quello che sappiamo dai giornali. Esiste un' Italia attraversata da sordi rancori e furenti conflitti: fra Nord e Sud; fra "fascisti" e "comunisti" (o sedicenti tali); fra laziali e romanisti; fra uomini e donne ("froci!", "puttane!"). MA SE VAI A CONSIDERARE BENE, mi dice Paolo Vigevano (è con lui che parlo, e con Valeria Ferro) vedrai che la motivazione fondamentale è la ricerca di un nemico: dovunque, comunque. Perchè è un nemico che ti fa sentire vivo. E' un nemico che ti regala uno straccio di identità. E' giusto che sia così. Per anni i radicali si sono impegnati fortemente nella ricerca di un nemico. E hanno anche creduto di trovarlo. Nei mass-media, che li perseguitavano, secondo loro. Naturalmente, non li perseguitavano affatto. Però mi rendo conto che sto dicendo, sui radicali, delle cose involontariamente aggressive. E' anche giusto che sia così. Ho, come tutti, un atteggiamento contraddittorio nei confronti dei radicali. Almeno tre volte al giorno li troviamo simpatici. Ed altrettante, nella stessa giornata, antipatici. Però è anche giusto dire un' altra cosa che fa onore ai radicali, e che rinvia al segno veramente distintivo della loro presenza. LO SCRITTORE FRANCESE ANDR MALRAUX ha scritto una delle frasi più belle di questo secolo: "La vita umana non vale niente, ma niente vale quanto una vita umana". Che la vita umana non valga niente, lo sappiamo bene. E lo tolleriamo anche, con sonnolento cinismo. I radicali ci hanno ricordato sempre, in questi anni, che è vera anche la seconda metà della frase. E' vero anche che niente vale quanto una vita umana: quando si spegne per fame in Africa; ma anche quando si esprime - con rabbia furore frustrazione - a "Radio radicale". Anche queste sono vite che andrebbero ascoltate: qualche volta anche rispettate; certo, studiate. Forse è una posizione prepolitica, questa radicale. Di cui però ogni politica dovrebbe tener conto. Quando mi congedo, i radicali mi regalano una moneta da dieci lire: "per la prossima volta". Ecco: "Radio radicale" è l' unico posto di Roma, forse d' Italia, dove dieci lire valgono ancora qualcosa. Ma quanto valgono dieci lire, in concreto? - di BENIAMINO PLACIDO

Il corriere del crepuscolo

Va bene, insomma, il Corriere dell'anno Dieci è un giornale in cui Aldo Grasso non sa cos'è una libreria Billy e Sartori pensa che in India ci stiano i buddisti. Forse l'unico buco in Italia dove Google evidentemente non funziona, o non hanno capito bene come si usa, e non è una casa di riposo, badate bene, è il posto dove scrivono un giornale.

Update: e poi ancora con 'sta storia della luna blu, diomio, continuano a rifriggere la stessa cazzata da quando ero bambino.

martedì, gennaio 05, 2010

Find:Bordone Replace:Pastore

Io non è che voglia fare l'originale a tutti i costi, ma Condor non l'ho mai seguito. Una volta, mi pare, dal carrozzaio... c'era una voce che sembrava proprio quella di Luca Sofri, e infatti dopo un po' mi accorsi che parlava di cose che avevo letto su Wittgenstein, e siccome io quel blog lo leggo tutti i santi i giorni da quasi una decina d'anni, che insomma la quantità di Luca Sofri nella mia vita (rispetto a quella di Shakespeare, per dire un nome a caso, o di Balzac) era già un po' eccessiva, non ho mai ritenuto aggiungerci anche una striscia quotidiana. A rischio di sviluppare una sindrome ossessiva (noi blogger, si sa, viviamo sul filo di queste cose).

Ciò non toglie che quando ho saputo che chiudevano Condor sono rimasto un poco imbarazzato, perché... tutti ne parlavano come di una cosa veramente interessante, e inoltre... ci fu un paio d'anni fa uno scontro abbastanza brusco tra me e Sofri, ai tempi in cui la7 licenziò in tronco Luttazzi, durante il quale io mi sbilanciai dicendo che avrei difeso chiunque fosse stato licenziato in tronco per motivi del genere, compreso Luca Sofri. Poi effettivamente gli hanno chiuso la trasmissione e... sì, però chiudere una trasmissione non è esattamente come licenziarlo in tronco... (o no?) e poi non è successo per via di una battuta cattiva alla Luttazzi (o no? O forse dovrei indagare meglio?)

Insomma, stavo naufragando nel mio abituale bicchier d'acqua d'imbarazzo, quando ho letto questo pezzo di Bordone che è veramente una bella pagina, un modo nobile di fare i conti con un'azienda che rappresenta tante cose nel bene e nel male, e nel suo caso ha rappresentato anche una fetta di vita. E soprattuto mi ha confortato: non c'è stata nessuna censura, nessun licenziamento in tronco, il tempo passa, le gestioni cambiano, le trasmissioni finiscono, Bordone non si è ancora trasferito sotto un ponte e neanche Sofri, immagino.

Poi però ho scoperto chi è arrivato al suo posto, vale a dire Carlo Pastore.
Che può stare antipatico o simpa, io cerco di non maturare giudizi affrettati, ma quello che mi chiedo è: come funzionano le sostituzioni in Rai? Hanno una specie di control F umano? Un “Trova: Bordone / Sostituisci: Pastore”? È già la seconda volta che tolgono quello alto con la barba appassionato di telefilm e ortodattilografia e ci mettono quello fighetto con la frangia che piace alle giovini? (non sono nemmeno sicuro che abbia la frangia e non voglio controllare, per me Carlo Pastore ha la frangia anche se non l'avesse, è una specie di Frangia Interiore, una condizione dello spirito). Tutto questo vuol dire qualcosa? Che la mia generazione, generosamente incarnata in Bordone, ha cagato la minchia, ma in modo così perentorio e irrevocabile, che merita di essere spazzata via da qualcosa di così inconsistentemente vacuo come la Frangia Interiore?

La prima volta che il Trova/Sostituisci ebbe luogo fu il Processo a X Factor. Sì, sì, lo so, seriosi lettori operai di Piste che il sabato pomeriggio avete tutti meglio da fare, lo so, lo so. Ma c'è un dettaglio che mi spezza il cuore, ovvero: mia suocera tiene a balia una bambina, che a volte al sabato ci vede arrivare in coppia, ma il più delle volte vede solo la mia compagna, e allora domanda: “E Naddo? Dove Naddo? (Trad.: “in quale luogo si trova il barbuto personaggio che risponde al nome di Leonardo?”) L'anno scorso a quel punto bastava accendere la tv e mostrargli Bordone processante XFactor, aveva la barba e gli occhiali, tanto bastava: “Ecco Naddo!” Ché in tv mica si vede, il mezzo metro di differenza.
Ora a questa bambina mica le puoi mostrare Carlo Pastore. Non c'è proprio nessuna somiglianza. Io potrei essere il suo insegnante. Da un punto di vista anagrafico, intendo. (Da un punto di vista esistenziale, immagino che dovrebbe essere lui a insegnare cose a me: come essere figo, come contrabbandare una scalcagnata banda di teen crucchi in un fenomeno mondiale, come sopravvivere al naufragio di Mtvitalia, insomma come sviluppare una Frangia Interiore. Ma sarei un pessimo studente, sospetto).

E il discorso potrebbe prolungarsi, ma mi fanno sapere che in Corso Pio c'è ancora un paio di NewBalance a 70euro, ciao.

lunedì, gennaio 04, 2010

Spiegatelo a Brunetta

SEDUTA POMERIDIANA DI SABATO 22 MARZO 1947

TOGLIATTI. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TOGLIATTI. Qui si tratta di scegliere tra due formule: « Repubblica democratica fondata sul lavoro » oppure: « Repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro ».
Queste due formule vengono presentate dopo che è stata respinta la formula da noi presentata, alla quale avevano aderito alcuni Gruppi e che diceva: « Repubblica democratica di lavoratori ».
Di fronte all'alternativa che adesso si presenta, devo dichiarare, a nome del Gruppo al quale appartengo, che noi preferiamo la formula proposta dall'onorevole Fanfani: « Repubblica democratica fondata sul lavoro».
Il motivo mi sembra evidente: prima di tutto la formula del collega Fanfani è quella che più si avvicina a quella che noi avevamo presentato. Per questo semplice motivo, noi avremmo il dovere di votarla.
Per la sostanza, la formula « Repubblica fondata sul lavoro », si riferisce a un fatto di ordine sociale, e quindi è la più profonda; mentre la formula che viene presentata dall'onorevole La Malfa ed altri colleghi, trasferendo la questione sul campo strettamente giuridico e introducendo anche una terminologia poco chiara e poco popolare sui « diritti di libertà » e « di lavoro », ci sembra sia da respingere. Da ultimo, essa se mai non è appropriata a questa parte della Costituzione, ma appartiene alla seconda parte, alla parte successiva.
Per questi motivi, il nostro Gruppo voterà contro la formula dell'onorevole La Malfa e in favore della formula dell'onorevole Fanfani. (Commenti).
PERSICO. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PERSICO. Di fronte alle dichiarazioni che sono state fatte dall'onorevole Togliatti, dichiaro, anche a nome dei miei amici, di ritirare la domanda di appello nominale, pur non essendo convinto che la formula « fondata sul lavoro » sia più ampia e più comprensiva di quella proposta dall'onorevole La Malfa, la quale riafferma i due pilastri della moderna democrazia, fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro. Mi dispiace che l'onorevole Togliatti non abbia voluto comprendere il maggior valore giuridico e sociale della formula proposta dall'onorevole La Malfa, fatta propria da quattro Gruppi di sinistra. Comunque, dichiaro, a nome del Gruppo socialista dei lavoratori italiani, che voteremo a favore dell'ordine del giorno La Malfa.
TOSATO. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TOSATO. Noi voteremo contro l'emendamento proposto dall'onorevole La Malfa, non tanto per ragioni sostanziali, quanto, soprattutto, per ragioni di ordine formale, di stile, di accento politico. La Costituzione infatti non è soltanto un documento giuridico, ma soprattuto un documento storico-politico. Che la democrazia sia fondata sui diritti di libertà e del lavoro è un fatto acquisito. L'elemento, il fatto nuovo, il momento nuovo da mettere in particolare rilievo nella definizione dello Stato repubblicano democratico italiano, è l'elemento del lavoro, ed è per questo che noi parliamo soltanto del lavoro.
MOLÈ. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MOLÈ. A nome del gruppo democratico del lavoro, dichiaro che voteremo l'emendamento La Malfa, perché se noi potevamo votare la formula la quale parlava di una Repubblica democratica di lavoratori, non possiamo votare l'emendamento Fanfani, per i motivi espressi da molti oratori circa la equivocità della formula « fondata sul lavoro », poiché pochi momenti fa abbiamo sentito anche affermare che ogni Stato, anche schiavista, è fondato sul lavoro. (Commenti). Con la formula « sui diritti del lavoro » si pongono, invece, in primo piano i diritti del lavoro.
Noi votiamo anche l'altra formula, « sui diritti di libertà », perché intendiamo che lo Stato sia una democrazia della libertà e del lavoro e congiunga la doppia istanza della giustizia sociale e della imprescrittibilità dei diritti di libertà umana. È la formula che ci lasciò Giovanni Amendola morendo, per esprimere la necessità di questa composizione fra le due supreme esigenze della vita sociale, democrazia economica e democrazia politica. Per questi motivi noi voteremo l'emendamento La Malfa.
LA MALFA. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Onorevole La Malfa, ella ha già svolto l'emendamento e quindi ha già fatto la sua dichiarazione di voto.
ORLANDO VITTORIO EMANUELE. Chiedo di parlare per una brevissima dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ORLANDO VITTORIO EMANUELE. Nel mio recente discorso manifestai il mio pensiero direttivo, cioè a dire che le definizioni non trovano posto nei documenti legislativi, il che significa che io sono indifferente. Sarà una mia deficienza, ma non le sento. Quindi, in generale, mi asterrò sempre.
PRESIDENTE. L'onorevole Persico ha. ritirato la richiesta di votazione per appello nominale. Pongo, quindi, in votazione, per alzata e seduta, l'emendamento presentato dall'onorevole La Malfa: « L'Italia è una Repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro ».
(Non è approvato).
La prima parte del secondo comma di un emendamento presentato dall'onorevole Condorelli è così formulata: « La Repubblica italiana ha per fondamento la sovranità popolare ».
Credo che occorra procedere alla sua votazione, perché se fosse accettata la formulazione dell'onorevole Fanfani non si potrebbe più procedere alla votazione dell'emendamento Condorelli. Pongo pertanto in votazione il secondo comma - prima parte - dell'emendamento dell'onorevole Condorelli.
(Non è approvato).
Pongo in votazione il primo comma dell'emendamento Fanfani, Grassi, Moro e altri:
« L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro ».
(È approvato).

sabato, gennaio 02, 2010

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