sabato, novembre 26, 2016

Fidel il romantico Vs. Guevara il cinico



(Dal nostro inviato speciale) L'Avana, 9 agosto. Nell'aprile dell'anno scorso, Fidel Castro era in visita negli Stati Uniti, partecipava a banchetti e ricevimenti, teneva prolissi discorsi alla televisione e nelle università. Gli americani, che lo avevano aiutato con armi e denaro a rovesciare la dittatura di Batista, lo accolsero come un trionfatore. Per l'aspetto romantico, quarantottesco, egli piacque soprattutto alle donne americane, che nei supplementi domenicali del loro giornale leggevano con intensi brividi di emozione la spietata guerriglia che egli aveva condotto sulla Sierra Maestra. In quel periodo Fidel Castro non aveva cariche di governo, era un vittorioso capo rivoluzionario cui gli americani tributavano molti onori, ma non fu ricevuto alla Casa Bianca. Egli non dimenticò quel fin de non recevoir e nella campagna contro i monopoli nordamericani a Cuba non fu estraneo il risentimento personale del barbuto guerrigliero. Tuttavia, in quel periodo egli era dell'opinione che l'appoggio degli Stati Uniti era indispensabile a Cuba e poiché non ignorava che il più grosso spauracchio degli americani era il comunismo, ad un pranzo offertogli dalla società nordamericana editori di giornali a Washington egli dichiarò: « Rispetto al comunismo posso affermare che io non sono comunista, né i comunisti hanno forza sufficiente per diventare fattore politico determinante nel mio Paese ». Da quel giorno, molte cose sono mutate a Cuba. Come lo avevano aiutato a cacciare Batista, gli americani erano disposti a finanziargli anche la riforma agraria purché la realizzasse con metodi economici democratici. Ma Fidel Castro non era in quell'ordine di idee e non lo era soprattutto Ernesto Guevara, che è la vera mente organizzatrice della rivoluzione cubana. Giovedì sera, aprendo il primo congresso della gioventù latino-americana, il presidente della Banca Nazionale signor Ernesto Guevara disse testualmente: « A chi mi domanda se la nostra è una rivoluzione comunista, posso rispondere che per esperienza diretta abbiamo scoperto le vie tracciate da Marx. Recentemente, il ministro sovietico Mikopan mi confidò che la rivoluzione cubana è un fenomeno non preveduto da Marx » Teorizzando sul comunismo, Marx non pensava certo a Cuba, ma ci ha pensato Kruscev, il quale ha trovato nell'azione antiamericana di Fidel Castro la inopinata, insperabile possibilità di penetrare attraverso Cuba in tutta l'America Latina. I dirigenti sovietici, però, non hanno molta fiducia in Fidel Castro, lo considerano necessario per convogliare il favore delle masse proletarie che credono in lui, ma lo reputano inadatto al ruolo di capo comunista. L'uomo nuovo del Cremlino nel Mar dei Caraibi è Ernesto Guevara, dette Che (i cubani pronuncianoTvè), argentino, marxista integrale, rivoluzionario di professione, ricercato dalle polizie di molti Paesi dell'America Latina per la sua attività sovversiva, che controlla ormai tutta l'economia cubana attraverso la Banca Nazionale che egli ha creato, importatrice unica di tutti i generi di consumo. Sui pesos di carta egli firma Che, col suo nome partigiano. Si dice che Fidel Castro sia un rassegnato succubo dell'amico argentino il quale, dopo tanto fuggire, ha finalmente trovato a Cuba la piattaforma ideale per realizzare la sua missione, diffondere il comunismo in tutta l'America Latina, ma anche se così non fosse la realtà della situazione non muterebbe. Non ancora quarantenne, Ernesto Guevara applica nella sua attività politica il biblico consiglio: “Sii candido come colomba, freddo come il serpente” con diligenza esemplare. Con una serie di interventi machiavellici ha portato Cuba al comunismo senza che l'opinione mondiale se ne rendesse conto. Il dramma cubano è esploso in tutta la sua evidenza quando Ernesto Guevara, e non Fidel Castro, ordinò alle società petrolifere estere di raffinare il grezzo importato dalla Russia. In quel momento tutti si resero conto che i sovietici erano già saldamente installati a Cuba. Un intero albergo, il Rosita de Hornedo, è stato messo da Guevara a disposizione dei tecnici russi, cecoslovacchi e cinesi che lo consigliano nella attuazione del collettivismo marxista a Cuba ed a preparare la rivoluzione comunista in tutto il Centro e Sud America. L'organizzazione del primo congresso della gioventù latinoamericana è stata curata, e finanziata in parte, dai sovietici che di questo genere di raduni hanno fatto una lunga esperienza in Europa. Il migliaio di congressisti, già imbevuti di teorie marxiste, ritornando ai loro paesi troveranno altre migliaia di orecchie disposte ad ascoltare le realizzazioni sociali della rivoluzione cubana ed il movimento fidelista, incanalato da Guevara sulle vie del comunismo internazionale, non tarderà a fare adepti. I metodi sono sempre gli stessi, il nazionalismo esasperato ha la chiave più sicura per penetrare nello spirito romantico e ribelle dei giovani. Durante il viaggio alla Sierra Maestra, ho sentito più di una volta la delegazione messicana al congresso giovanile, gridare con irosa veemenza: « Viva la California libera, viva il Texas libero, viva il Nuovo Messico libero» annunciando un irredentismo che quelle regioni degli Stati Uniti nemmeno sognano, ma che fa comodo agli agitatori per installare nei messicani l'idea di rivendicazioni assurde su quelle regioni perdute dal Messico nella guerra contro gli Stati Uniti. Come fiancheggiatori dei giovani congressisti agiscono in molti paesi dell'America Latina gli agitatori clandestini, solitamente nascosti nelle ambasciate cubane. Dieci giorni fa, la polizia argentina ha fermato ed aperto il corriere diplomatico dell'ambasciatore cubano e vi ha trovato materiale propagandistico, istruzioni per organizzare cellule rivoluzionarie, radio trasmittenti da campo. L'altro giovedì, la polizia venezuelana ha scoperto una cellula clandestina cubana a Caracas e Andrea Covas, l'organizzatore, è stato ucciso. L'attività sovversiva dei rivoluzionari cubani in molti paesi dell'America Latina non è più un segreto per nessuno, come non è un segreto che dietro agli attivisti di Ernesto Guevara agiscono gli esperti sovietici che pagano le spese non indifferenti della massiccia azione iniziata per rovesciare i governi dell'America centrale e meridionale. I risultati di tanta attività non si vedranno a breve scadenza, gli esperti prevedono che nel prossimo decennio, se non vi, come la terza guerra mondiale, tutta l'America Latina sarà sconvolta da sommosse sediziose e guerriglie d'ispirazione sovietica. Il terreno sudamericano è quanto mai fertile per seminare il verbo marxista, milioni di uomini che conducono un'esistenza miserabile, arretrata di un secolo rispetto al progresso odierno, sono le falangi dei futuri rivoluzionari che il comunismo, celandosi dietro al vago messianesimo di Fidel Castro, riuscirà ad attrarre sotto le sue bandiere se le riforme sociali già iniziate in molti Stati non daranno risultati concreti. Questi uomini abbrutiti da una miseria secolare non sanno e non possono fare distinzioni fra il benessere che può offrire la democrazia con una lenta, sicura evoluzione e le promesse, che non saranno mantenute, di chi offre tutto e subito. In seguito, quando la realtà delle cose s'impone, avvengono i ripensamenti, come già si avverte a Cuba dove la classe piccolo-borghese che ha partecipato alla rivoluzione incomincia a distinguersi dalle masse proletarie che ancora sorreggono Fidel Castro ed il non più celato comunismo di Ernesto Guevara il quale, con gesto d'imperio, ha nominato importatrice unica di tutti i generi indispensabili all'esistenza la Banca Nazionale che egli stesso dirige. Ciò significa la rovina economica per decine di migliaia di persone che vivevano sul commercio all'ingrosso e al dettaglio, ed è immaginabile il loro stato d'animo contro un governo che ha statalizzato il commercio di scarpe, camicie, medicinali, spille da balia, alberghi, ristoranti, collettivizzando persino i night clubs e le case da gioco oltre alle case ed alle terre confiscate ai ricchi. Il malumore contro Fidel Castro, ma soprattutto contro Guevara è abbastanza diffuso nelle classi toccate dalla riforma sociale, ma è impensabile che un movimento interno possa rovesciare la dittatura. Molti osservatori pensano, o sperano, in un intervento dall'esterno organizzato da cubani in esilio. Tutti sanno che in un paese del centro America agisce la “rosa bianca”, un'organizzazione diretta dall'ex-ministro batistiano Diaz Bàlart, fratello della ex-moglie di Fidel Castro, ma è un'organizzazione screditata con la quale nessun democratico vuole avere rapporti. Tra gli esuli cubani i democratici sono numerosi e soltanto costoro potrebbero organizzare un serio movimento controrivoluzionario. In Sudamerica non è difficile organizzare un movimento clandestino, quello di Fidel Castro può insegnare molte cose. Salvato dalla moglie batistiana dopo il fallito assalto alla caserma Moncada, Fidel Castro andò in esilio, prima negli Stati Uniti, poi in Messico e qui incontrò il colonnello Alberto Bayo, condottiero di partigiani nella guerriglia spagnola. Insieme, i due istituirono una scuola di guerriglia in una grossa azienda agricola messicana dove un'ottantina di giovani si addestravano a lanciare bombe, a sparare dalle automobili in corsa, a tendere agguati, a devastare centrali elettriche e telefoniche. Tutto ciò Fidel Castro lo ha raccontato in articoli ed interviste ed è chiaro che quanto ha fatto lui possono ripeterlo i suoi nemici. Spinto da Ernesto Guevara egli ha lanciato la sfida a tutto iI Sudamerica ed è comprensibile che i vari governi, per nulla rassegnati a vedere i loro Paesi dominati dal comunismo, non rimangano inerti. Per la giornata del 26 luglio, nessun governo del Centro e Sudamerica ha inviato la sua adesione alla festa nazionale cubana, Fidel Castro ha ricevuto telegrammi soltanto da Kruscev, Mao Tse-tung, dai governi dei Paesi d'oltre cortina e da Nasser. Persino Tito, cui andavano le simpatie di Fidel Castro, ha preferito ignorare la solennità rivoluzionaria cubana. Probabilmente è per causa dell'isolamento cui si sente condannato che durante il suo discorso del 26 luglio Fidel Castro ha minacciato di trasformare la Cordigliera delle Ande in una inespugnabile Sierra Maestra, cioè in una sede di feroce guerriglia comunista. Forse egli ha già la certezza che in qualche paese affacciato sul Mare dei Caraibi, in un'azienda agricola nascosta ai curiosi, gruppi di cubani anticomunisti si addestrano, come faceva lui sette anni addietro, a sbarcare nell'isola ed iniziare la controrivoluzione ed ha fretta, prima di andarsene, se mai se ne andrà, di lasciare un segno della sua presenza in tutti i Paesi dell'America Latina che lo hanno condannato.
Francesco Rosso

La Stampa - 10/08/1960

sabato, giugno 04, 2016

Un assassino a Roma

E’ piuttosto noto che Cassius Clay, futuro Muhammad Alì, si rivela al mondo in occasione delle olimpiadi di Roma del 1960. E’ in quell’occasione che il suo nome arriva per la prima volta sui quotidiani italiani. Questo il suo esordio sulla Stampa:  

« (…) Se ne vanno i «Canguri » e arrivano gli statunitensi. Masticano gomma americana e gettano occhiate interrogative al cronista. Compongono la squadra da battere, la compagine che ha dalla sua i pronostici generali della vigilia. L'uomo di punta (guarda caso!) è pure un mediomassimo. Si chiama Cassius Clay. Ma negli Usa è conosciuto, negli ambienti pugilistici, come l' «assassino» per la potenza dei suoi pugni che «ammazzano » i rivali, per la sua cattiveria e per la sua selvaggia irruenza. Clay sale sul ring con aria spavalda, si guarda attorno con fare tronfio, si allaccia stancamente la maschera protettiva, brontola qualcosa all'indirizzo del suo manager, poi incomincia a malmenare il rivale. Il tecnico della squadra americana è costretto ad intervenire un paio di volte per frenare l'azione dell'«assassino » che sorride ogni qualvolta mette a segno un pugno secco e maligno. Vedendolo all'opera è logico che si pensi a cosa potrà accadere se il sorteggio metterà di fronte l’australiano Madigan a questo Cassius Clay. »







Un calabrese tra i pugili australiani
La Stampa, 24 agosto 1960







Più note ancora sono le sue vicissitudini successive con la leva militare e la guerra del Vietnam. Eppure nel 1964, tre anni prima di fare il gran rifiuto, Clay era già stato giudicato inabile al servizio militare, cosa che aveva suscitato qualche perplessità nell'opinione pubblica e un'interrogazione parlamentare. "E' stato esaminato due volte", la risposta dei militari, di cui la seconda alla presenza di un esperto psicanalista ma niente, non ce l'aveva proprio fatta a livello intellettivo.








 La Stampa, 21 aprile 1964
















La questione della renitenza alla leva gli procurerà una condanna a cinque anni di prigione (contro la quale farà appello, evitando il carcere), il ritiro del titolo mondiale, l'impossibilità di esercitare la professione per tre anni, il boicottaggio della stampa americana e l'odio acceso di quella conservatrice. La cosa diventerà talmente proverbiale che chi, in quegli anni, voleva denunciare di essere vittima di una campagna mediatica spesso diceva "sono come Cassius Clay per i giornali conservatori". Persino il rientro sulle scene della boxe, avvenuto nell'ottobre 1970, prima del definitivo pronunciamento della Corte Suprema sul suo caso, come rileva La Stampa, viene pressochè ignorato dai media mainstream americani









La Stampa, 23 ottobre 1970 










La Corte Suprema si esprimerà nel giugno del 1971 annullando la condanna per renitenza a causa di un vizio di forma che viene presentato nel seguente modo dalla corrispondeza ANSA:

Muhammad Ali, alias Cassius Clay, ex campione del mondo dei pesi massimi, ha conquistato oggi — nell'aula della Corte Suprema degli Stali Uniti - la vittoria forse più difficile della sua carriera: tutti gli otto giudici componenti il Tribunale si sono espressi a suo favore e hanno cassato la condanna a cinque anni di reclusione (e centomila dollari di ammenda) per renitenza alla leva. L'unico giudice negro della Corte, Thurgoed Marshall, non ha partecipato al dibattito. 
Si conclude cosi, nel migliore dei modi per Muhammad Alì una vertenza giudiziaria iniziatasi il 28 aprile 1967, giorno nel quale l'allora campione del mondo in carica della massima categoria pugilistica si era rifiutato — sfidando l'opinione pubblica — di compiere il passo avanti nella tradizionale cerimonia alla visita di leva. La World Boxing  Association, con un provvedimento che doveva suscitare polemiche accese in tutto il mondo, e quanto meno affrettato, toglieva il titolo mondiale a Muhammad Ali, senza aspettare che la condanna passasse in giudicalo. Anche se le altre organizzazioni, come la Wbc, continuavano a considerarlo il vero campione, e soprattutto continuavano a considerarlo tale tutti gli appassionati di pugilato del mondo, per il pugile fu la fine di una carriera sensazionale. E cominciava tutta una serie di ricorsi e battaglie giudiziarie, conclusasi soltanto oggi, davanti alla Corte Suprema.
La Corte Suprema ha accettalo la tesi difensiva di Muhammad Ali, che sosteneva di non dover prestare servizio militare perché ministro del culto dei «Musulmani neri », senza avallarne la qualifica di ministro, ma riconoscendo la fondatezza della obiezione di coscienza. L'illegittimità della condanna inflitta a Clay in prima istanza è da ricercare — secondo la Corte Suprema — in una lettera del Dipartimento della Giustizia inviata alle autorità di leva. Tale lettera, ha osservato la Corte Suprema, raccomandava di respingere l'appello di Clay, in quanto le richieste del pugile apparivano sospette per le circostanze e il momento in cui venivano fatte. Clay chiedeva di essere esentato dal servizio militare sia come obiettore di coscienza, sia in quanto ministro della setta religiosa dei «Musulmani neri». In quest'ultima veste, egli poteva solo partecipare a «guerre sante proclamate da Allah». Tale quali moveva un'opposizione politica camuffata da obiezione di coscienza. Clay, a tale proposito, si era limitato a dire che «non aveva nessun motivo per litigare con i vietcong ». La Corte Suprema comunque non si è pronunciata su questo punto, basando la sua sentenza sull'indebito intervento del Dipartimento della Giustizia che aveva indotto le autorità di leva a non concedere a Clay il diritto d'appello (Ansa-Ap)


  







La Stampa, 29 giugno 1971











Da questo momento la carriera di Alì può ripartire davvero, portandolo a ulteriori vette di gloria, tra le quali il famoso incontro con Foreman in Zaire e la riconquista del titolo mondiale per altre due volte, di cui l'ultima il 16 settembre 1978. Ma a quel punto il declino è già cominciato, si avverte che ormai il pugile è a fine carriera e ci sono giovani leoni che spingono per sostituirlo. Anche se il ritiro definitivo avverrà nel 1981, a fine 1979 La Stampa lo celebra tra i miti del decennio. Quello che va chiudedosi.






La Stampa, 27 dicembre 1979







Curiosamente, lo stesso giorno, La Stampa pubblica il resoconto di una lezione universitaria tenuta da Alì alla New School for Social Research di New York:

(...) E' raro che un personaggio diventato celebre a forza di pugni abbia tanto istinto per la parte spettacolo della vita. Quando ascolta, Muhammad Ali chiude un po' gli occhi e inclina di lato il bel testone robusto che sembra almeno dieci anni più giovane, una faccia libera da qualunque pensiero al mondo. «Perché dovrei avere pensieri? Ho guadagnato bene e continuerò a guadagnare. Per esempio. Nessuno sa dire con esattezza se mi sono ritirato o no dalla carriera di pugile». Sorride e aspetta. Ma è il tipo che provvede da sé alla risposta se la domanda non viene: «Mi sono ritirato e non mi sono ritirato. Se un giorno si troverà nelle mie condizioni si ricordi, l'ambiguità è l'anima del commercio». Non la pubblicità? «No. L'ambiguità. Se sei abbastanza misterioso ti cercano anche per la pubblicità. Del resto l'ho imparato dai politici». Grayson, il professore, si intromette con ansia. Vuole spiegare perché ha portato Cassius Clay (ora Muhammad Ali) a fare spettacolo in una scuola universitaria che è stata tra le più prestigiose in America. Dice con stizza: «Ma non è uno spettacolo». Indica a braccio teso il gigante elegante e divertito: «Non è uno spettacolo. E' una classe di storia, di sociologia e di antropologia». Interviene Muhammad Ali indicando con grande piacere se stesso: «Sentito? Sono una biblioteca ambulante». 

 Muhammad Ali è benevolo e divertito. Ma la sua grande presa sulla gente è nel sospetto che sappia anche essere serio, come del resto lo è stato nella sua professione. Per esempio, all'improvviso, diventa quieto, triste. Dice lentamente, come se si sforzasse di ricordare a memoria: «La vita di un bambino negro è come raccontare le fiabe. Si attraversa la foresta, si affronta la strega, si imbroglia il mago e si trova la polvere magica. Dall'altra parte c'è un castello senza porte, ma con tante finestre piene di luce e di gente allegra che beve champagne. Si chiama: “la casa dei bianchi”. Naturalmente non è vero che tutti sono felici e bevono champagne nella casa dei bianchi. Ma questo è ciò che vede il bambino negro che ha attraversato la foresta». Muhamrnad Ali si guarda intorno. Chiede a se stesso, più che al suo ascoltatore: «E' vero o non è vero?». Si tocca i capelli con quel gesto di vanità adolescente che l'ha reso famoso, come per pettinarsi. E continua. «Poi ci sono i tornei, le sfide, i duelli. Devi affrontare il drago nero, il drago bianco e la polvere magica». Spia gli occhi di chi l'ascolta, per essere sicuro che quello che dice non va perduto. Il drago nero è la lotta tra noi. Il drago bianco siete voi, ancora troppo stupidi per non giocare al nemico. La polvere magica sono tutte quelle cose che la polizia chiama "droga", e che per le strade dei nostri quartieri si trova nelle mani dì tutti i bambini. Polverine omicide, capsuline omicide, piccole iniezioni omicide. Si può Immaginare un mondo più misterioso e più magico? Quelli di noi che sono più forti, come nelle fiabe, devono prendere lo spadone e combattere». 
Muhammad Ali alza e mostra in avanti le sue grandi mani nere, di cui è sempre stato così orgoglioso. Con la sua famosa capacità di passare da una cosa seria a una ridicola dice con voce più bassa, come in «fuori campo: «Notare come sono curate le mie mani. Eppure sono le mani di un pugile». Ali di nuovo diventa stranamente triste, guardandosi le mani. Le mostra in avanti come farebbe un ragazzino con la maestra. «Immagini di vedere queste mani In un obitorio. Avanti, lo immagini. Su un tavolo di medicina legale». L'idea è lugubre e per un momento si può anche pensare a un modo di ragionare stravagante, erratico. Muhammad Ali invece è uno che resta attaccato ostinatamente al suo punto. Ma ha un incredibile senso della sorpresa pedagogica. Per questo i bambini americani lo adorano. Qui va avanti lungo due strade, che poi sono il suo ritratto. Una è la vanità, che ha sempre un tocco curiosamente adolescente e immaturo (se uno glielo dice, ribatte: «Fa parte del mio fascino». L'altra seria e quasi drammatica. Infatti dice: «Vede? Sono mani giovani. Sembrano mani di uno che ha vent'anni. Una gran bella cosa avere I mani giovani, non le pare? Alle donne piacciono gli uomini con le mani giovani». Ma si ferma e cambia percorso: «Vede? Queste mani le poteva trovare su un tavolo di autopsia quando avevo dodici anni, quando ne avevo sedici, quando ne avevo venti, sto indicando solo tre delle tante volte che a un ragazzo negro come me può succedere di farsi ammazzare come uno stupido. Sa quante mani cosi ci sono, adesso, mentre parliamo, sui tavoli di medicina legale di questo paese?». Dall'immensa cassa toracica di cui dispone, Muhammad Ali tira fuori un respiro che potrebbe far suonare un organo: «Ma io ho vinto. Io dico che ho vinto a nome di molti ragazzi negri. E anche a nome di tanti altri. Attraversare quegli anni che le dicevo, nella foresta e davanti al castello, non è mica solo una favola negra. E' la favola di essere giovani. Io ci penso con terrore. Essere bambini è conoscere la parte tragica della vita. Bianchi o negri, non fa differenza. La maschera triste si scioglie in un grande sorriso. Anche adesso a Muhamrnad Ali preme di fare il maestro. E conta sul suo senso del ritmo, dello spettacolo. Non aspetta risposta, non l'aspetta mai. Le sue conversazioni, anche quando ci sono pause o attese, sono lunghi monologhi. Una manata sulla spalla, da un uomo come lui, vuol dire affrontare con dignità un serio problema di equilibrio. Muhammad Ali provvede anche a questo. Con una mano dà la botta che deve essere interpretata come un gesto amichevole. Con l'altra provvede a offrire un sostegno «Vede — di nuovo mostra se stesso —. Non sono un ottimo professore?». Gabriel Grayson, il presentatore, che stando accanto al campione appare troppo piccolo e troppo insicuro, fa strada per entrare nell'aula. Gli studenti, un pubblico che va dai diciottenni alle signore con i capelli azzurri temporaneamente libere da impegni, si alzano e applaudono. Raramente in una classe universitaria il docente saluta con le mani alzate e congiunte, nel classico gesto del pugile. Ma chi dovrebbe farlo se non lui? Esordisce con questa piccola poesia, guardandosi intorno, sinceramente contento: «La mia conoscenza / serve più della scienza / per capire in profondo / quel pasticcio che è il mondo». Aspetta che finisca il gran rumore di sedie. Aspetta che tutte le facce siano attente e che tutti lo guardino. Aspetta con le mani in grembo e le gambe incrociate. Lascia passare un minuto. Infine, abile, sottovoce, inizia la sua lezione: «Bisogna sapere, ragazzi, che quella che noi chiamiamo civiltà è una cosa impastata con molte bugie. Non dico mica di fare crociate per cancellarle queste bugie. Dico solo: sappiatelo. E ricordate sempre che da quelle bugie cominciano quasi tutte quelle cose che gli esperti di politica chiamano problemi...».  Il professore di scorta tossisce nervoso. Il resto nella sala ascolta in un silenzio affascinato e assoluto.  Furio Colombo







La Stampa, 27 dicembre 1979

venerdì, luglio 17, 2015

Lo stato indolente dell'Unione

Ecco, la piccola storia emblematica è questa: la direttiva europea sull'efficienza energetica degli edifici - quella che vi obbliga a certificare casa prima di venderla per intenderci - viene aggiornata nel 2010 (Direttiva 2010/31/UE) ma l'Italia la recepisce nel 2013 (DL 63/2013).

Salvo che naturalmente il decreto legge consta sostanzialmente solo di princìpi generali i quali, per non rimanere lettera morta, hanno bisogno della successiva emanazione di una serie di decreti attuativi. I primi escono sempre nel 2013 (DPR 74/2013 e DPR 75/2013) ma in realtà hanno lo scopo principale di evitare sanzioni legate a un errato recepimento di alcuni aspetti che risalgono ancora alla vecchia direttiva edifici, quella del 2002. I tre decreti applicativi che danno effettivo compimento al recepimento della 2010/31/UE sono stati firmati lo scorso 26 giugno, pubblicati in Gazzetta Ufficiale ieri l'altro ed entreranno in vigore il prossimo 1° ottobre. 

Nel frattempo, il 30 giugno scorso, la Commissione Europea ha avviato la consultazione pubblica in vista della prossima revisione della direttiva, che sarà nel 2016, e sta chiedendo a tutti noi: ehi amici, come sta andando? Il provvedimento sta rispondendo bene ai suoi scopi? Avete consigli da darci in merito? C'è tempo fino al prossimo 31/10 per rispondere.

martedì, marzo 31, 2015

CPL: Cambiamo Progressivamente Linea

Nota stampa del 9 Giugno 2014 Apprendiamo dagli organi di stampa che il nome CPL CONCORDIA e di un suo dirigente vengono accostati a indagini che la magistratura sta compiendo nell'ambito di appalti espletati dal Policlinico di Modena, struttura che ci vede impegnati, insieme ad altre imprese del territorio, nei servizi di manutenzione impiantistica. (...)
Diffidiamo chiunque dall'accostare ingiustamente il nome di CPL CONCORDIA a fatti o circostanze illecite o corruttive a cui la cooperativa è estranea. Evidenziamo infine il rammarico che un'impresa - che sviluppa oltre 415 Milioni di Euro di fatturato in tutta Italia e dà lavoro a 1.800 persone (età media 38 anni) - possa essere, suo malgrado, chiamata in causa per tali eventi.
Confermando piena fiducua nell'operato dei magistrati, ribadiamo la correttezza dell'agire dell'azienda e dei suoi dirigenti.
Per CPL CONCORDIA, Il Presidente del CdA Roberto Casari


Nota stampa 27 Febbraio 2015 L’azienda ha appreso da fonti di stampa la notizia che l’ex presidente Roberto Casari risulterebbe indagato in un’inchiesta in corso. La cooperativa CPL CONCORDIA ritiene che sicuramente l’ex presidente Casari saprà dimostrare la sua estraneità rispetto a quanto riportato. Allo stesso tempo esprime la piena fiducia nella magistratura e nel suo operato. CPL CONCORDIA nel corso della sua storia ha sempre lavorato nella massima trasparenza e nel contesto della piena legalità.


Concordia, 30 Marzo 2015 - CPL CONCORDIA ha appreso dei provvedimenti restrittivi che sono stati eseguiti in data odierna nei confronti di alcuni dirigenti ed ex dirigenti. Precisa che nessun provvedimento ha riguardato la cooperativa e le società del Gruppo CPL.
CPL CONCORDIA conferma la propria fiducia nell’operato della magistratura e, nel caso i fatti addebitati trovassero conferma, la società si riserva di prendere i provvedimenti necessari per tutelare le attività di un gruppo imprenditoriale attivo da 116 anni che dà lavoro a 1800 persone.

mercoledì, dicembre 10, 2014

La laurea di S.B.

"Siamo così arrivati al momento finale, quello nel quale non si può prescindere da una certa solennità. Ma il luogo e la situazione nelle quali ci troviamo oggi, del tutto straordinarie, ci impongono di aggiungere qualcosa in più prima di pronunciare la formula di rito.

Il percorso che in questo giorno trova il suo compimento è stato fortemente voluto, oltre che dall’interessato, dall’istituzione universitaria che qui noi rappresentiamo. Per un motivo ben preciso: la ferma convinzione che la missione dell’università consista nel portare  la cultura, il sapere, laddove più se ne registra il bisogno. Laddove questo strumento costituisce, se non l’unica, sicuramente la più nobile e la più certa tra le forme di riscatto possibile per chi nel passato ha commesso degli errori, anche molto gravi.

Alle nostre spalle un cammino che è stato complicato, impegnativo, irto: si sono dovute vincere enormi difficoltà burocratiche e culturali, smuovere dall’immobilismo paurose masse inerziali. Ma oggi i risultati ci dicono che ne è valsa la pena. Che avevamo visto giusto.

Diceva Bertold Brecht “Impara, uomo in prigione. Affamato afferra il libro: è un arma”. E il candidato lo ha fatto. Adesso possiamo dirlo. E lo ha fatto, come diceva Brecht nella sua poesia, per prendere il potere. Non certamente il potere politico a cui l’autore si riferiva, bensì il potere derivato dalla conoscenza: quello che consente di affrancarsi dal malaffare figlio dello sfruttamento per porsi, da uomini liberi, finalmente di fronte a sé stessi e agli altri. Da pari a pari, coi propri diritti e coi propri doveri. Oltre queste sbarre che vediamo alle finestre, oltre qualsiasi prigione.

Signore e signori intervenuti a questa piccola - e a suo modo storica - cerimonia: credo conveniate con noi che di fronte alla brillantezza ancora oggi dimostrata dal candidato nel corso della discussione, possiamo dirci certi che questo studente un po’ particolare sul quale tanto abbiamo investito, se le circostanze glielo consentiranno, saprà restituire alla collettività cento volte quello che dalla collettività ha ricevuto per il tramite della nostra università.

Bene. Tutto ciò premesso veniamo al dunque.

Signor Salvatore Buzzi, questa commissione, considerato il curriculum degli studi da Lei Compiuto e valutata la tesi di laurea, attribuisce alla prova finale la votazione di 110/110 e lode. Per l’autorità conferitami dal Magnifico Rettore la proclamo Dottore Magistrale in Lettere.

Complimenti ancora. E si ricordi: ci aspettiamo grandi cose da lei.”


 La Stampa , 21/07/1983

sabato, giugno 07, 2014

Cronaca minore della Comune di Parigi/4

LA CATASTROFE DI PARIGI. Il progetto di far saltare in aria Parigi, ed incendiarne gli edifizi piuttosto che cedere, pare forse adottato e fisso già da lungo tempo nell'animo della maggior parte de' membri della Comune. E ciò risulta specialmente dalle confessioni stesse de' prigionieri interrogati a Satory, come pure da certi dettagli retrospettivi. Basterebbe, per esempio, ricordarsi a tale proposito di un odioso articolo del cittadino Vallés, il quale annunziando la ferma risoluzione di difendere Parigi con tutti i mezzi, così terminava: «Ed il sig. Thiers che è chimico ci comprenderà. » Nei primi giorni d'aprile il comandante d'artiglieria che, a dispetto de'reclami e dello sgomento degli abitanti di quel quartiere, faceva stabilire una batteria al Trocadero, con la sciocca pretesa di colpire da quel lato il Mont-Valérien, diceva ad alta voce: I quartieri de'reazionari salteranno tutti in aria. Noi non ne risparmieremo un solo. » Infine la formidabile organizzazione del corpo dei pétroleurs, cui presiedette il cittadino Gaillard padre, il famoso professore di barricate, e quello sfoggio di un'abilità cinica e selvaggia, che seppe valersi delle donne e de'fanciulli per appiccare il fuoco allo case e distruggere ogni cosa, che fece manovrare le pompe piene di petrolio onde la miseranda strage riuscisse più completa; tutto ciò prova che da lunga pezza era colà ordita una macchinazione infernale. Le truppe dell'ordine però, secondo il vanto un po' troppo intempestivo che ne mena il sig. Thiers, non mancarono di reagire vigorosamente contro quei furenti organizzatori di generale esterminio. 

Il numero dei prigionieri condotti a Versailles ed a Satory oltrepassa diggià i 20,000, e prima che abbia termine l'ultima disperata lotta, sarà duplicato. Fra gli ultimi prigionieri la France del 27 annunzia trovarsi pure il cittadino Miot, il farmacista, accompagnato da un giovinetto, che dicesi sia suo figlio. Un altro comunalista dei più esaltati, Achille Millière, fu ucciso mentre difendeva la barricata della Bastiglia. Il Salut public annunzia che circa 200 ostaggi della Comune furono liberati dalle truppe, e fra questi troverebbesi il sig. Claude, antico capo della sicurezza pubblica. Ma un ultimo telegramma da Versailles ci dà pur troppo il triste annunzio che l'arcivescovo di Parigi con altri 63 ostaggi furono assassinati. L'Institut e la biblioteca Mazarine sono stati salvati dalla rapidità delle mosse dei versagliesi; tutto però era preparato per il loro incendio; cosi pure si salvò l'Ecole des Beaux-Arts e le collezioni di Sévres. Alla Banca nonostante la difesa degli impiegati armati, era imminente il saccheggio, quando arrivarono a salvarla i soldati che avevano potuto traversare la piazza Vendòme. Il Gran Libro del debito è pure stato salvato mercè il coraggio di due impiegati, che alla testa di alcuni bravi soldati penetrarono in mezzo alle fiamme che ardevano il palazzo delle finanze; il Gran Libro non è unico, ma è invece un'opera che contiene circa tre mila volumi, che contengono circa 1,000 partite di rendita ciascuno. Un testimonio oculare cosi descrive l'orribile catastrofe : « Da questa mattina , mercoledì , io assisto ad uno dei più tremendi spettacoli che fornir possa la storia del mondo. Voi già sapete che gl'insorti diedero il fuoco a varii edifizi di Parigi, e fra gli altri alle Tuileries. Dopo d'allora io mi fermai ancora qualche tempo in questa splendida città che l'incendio e le bombe si sforzano a ridurre in un mucchio di rovine. Non si è più veduto spettacolo consimile dopo Mosca. Da ogni parte i cannoni tuonano, le mitragliatrici stridono, i proiettili scoppiano, il fuoco delle carabine è incessante. Un orrore.  E pertanto non si sarebbe potuto desiderare un più bel sorriso di cielo, un più vivo raggio di sole. » La conflagrazione si dilata senza posa sopra vari punti, dalle due parti del fiume, spesse colonne di fiamme e di fumo s'innalzano ad una prodigiosa altezza facendo vele alla limpida luce del sole. « Scrivo queste note dal Trocadero. Di fronte a me scorgo gl'Invalidi col loro duomo che luccica d'un insolito bagliore. Il vasto piano della Scuola militare è quasi tutto coperto d'uomini armati, cavalli e cannoni. " Le bombe lanciate dalle posizioni del generale Cissey, Montrouge, vanno a cadere presso la cupola del Pantheon. Questo monumento come pure il bell'edilìzio vicino Val-de-Gràce pare debbano essere distrutti da un istante all'altro. »

DISPACCI ELETTRICI PRIVATI (Agenzia Stefani) Versailles, 27 maggio. Assemblea. — Pontalis propone un progetto regolante il commercio del petrolio, qualificando quest'articolo come polvere da guerra. Picard dice che Cissey occupò tutta la riva sinistra. I generali Douai e Vinoy, dopo aver preso la piazza della Bastiglia, impadronironsi del sobborgo di Sant'Antonio fino alla Barriera del Trono. I generali Clinchant e Ladmirault dopo presi i magazzini riuniti sulla piazza Chateau d'Eau, stabilironsi presso il bacino della Villette al piede delle alture di Chaumont, 6000 nomini occuperanno domani questa posizione, ultimo rifugio dell'insurrezione. Picard soggiunge che non ricevette ulteriori notizie sugli incendi e che nulla sa di positivo circa gli ostaggi.
Changarnier annunzia che darà martedì spiegazioni sulla capitolazione di Metz. 

Versailles, 28 maggio. Ladmirault si è impossessato delle alture di Chaumont e di Menilmontant. Vinoy prese il cimitero Pére Lachaise. Gl'insorti sono rinchiusi in un piccolo spazio. Numerosi prigionieri vennero fatti e se ne faranno ancora molti. Temesi che l'arcivescovo e gli altri ostaggi siano stati assassinati. 

Versailles, 28 maggio. Gl'insorti fucilarono ieri 64 ostaggi compresovi l'arcivescovo. 

Versailles, 28 maggio. Una circolare di Thiers, in data d'oggi, dice: Le nostre truppe stabilitesi ieri intorno alle alture di Chaumont e Belleville superarono stanotte tutti gli ostacoli. Il corpo di Ladmirault oltrepassò il bacino della Villette e giunse sul far del giorno sulle alture di Chaumont e Belleville. Simultaneamente il corpo di Douai partendo dal boulevard Richard Le-Noir giungeva pure alle posizioni di Belleville. Vinoy oltrepassando il cimitero Pére Lachaise impadronivasi della maìrie del 20° circondario e della Roqnette ove salvammo 169 ostaggi. Gl'insorti però ne fucilarono 64 fra cui l'arcivescovo, il curato Deguerry ed il presidente Bonjean. Ora gl'insorti sono respinti all'estremità della cinta fra l'armata francese ed i Prussiani che ricusano loro il passaggio. Gl'insorti stanno per espiare i loro delitti; non possono che morire o arrendersi. La circolare conferma la morte di Delescluze e Millière, e termina dicendo: L'insurrezione è rinchiusa nello spazio di alcune centinaia di metri ed è definitivamente vinta. La pace sta per rinascere, ma essa non potrà scacciare dai cuori onesti e patriotici il profondo dolore di cui sono penetrati. 

Versailles, 28 maggio (ore 8 pom.). L'insurrezione è completamente repressa in Parigi. Non esistevi più alcuna banda d'insorti. Molti prigionieri.

Gazzetta Piemontese 29/05/1871