martedì, luglio 26, 2005
Luglio, agosto, settembre nero
facendolo a pezzi
bambini che il sole
ha ridotto già
vecchi.
Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all'omertà.
Forse un dì sapremo quello che vuol dire
affogare nel sangue con l'umanità.
Gente scolorata quasi tutta uguale,
la mia rabbia legge sopra i quotidiani.
Legge nella storia tutto il mio dolore,
canta la mia gente che non vuol morire.
Quando guardi il mondo senza aver problemi,
cerca nelle cose l'essenzialità:
non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all'umanità.
Area (Frankenstein): Luglio, agosto, settembre (nero)
Prendetela un po' come vi pare. E lamentatevi per le ferie rovinate, fa parte della nostra, come si dice, civiltà.
giovedì, luglio 21, 2005
Solo questo oggi posso dirti:
Quello di cui sono certo, è che questo mondo - il nostro - è sempre più impossibile.
La nostra storia alla sbarra (Imc Genova)
Gratteri: da imputato a questore (Onemoreblog).
mercoledì, luglio 20, 2005
il terrorismo è una questione d'idraulica

Valga da autocritica. Quando a Londra sono esplosi i kamikaze anglopachistani, io me la sono presa con George W. Bush, e la sua visione idraulica della Guerra al Terrore. Secondo lui per tenere lontano il terrorismo dall'Occidente bastava scavare una buca bella profonda in Iraq: come se i terroristi fossero come l'acqua, che va sempre in basso.
Secondo me invece i terroristi volano (anche se di solito non terminano i corsi di volo), per cui tutta quest'opera di scavo dell'Iraq mi sembrava un'enorme impresa inutile.
Poi l'altro giorno ho letto di terroristi che dall'Italia si spostano in Iraq, e la cosa mi ha colpito. Gente che poteva farsi esplodere nella capitale della cristianità (e del secondo più importante alleato degli Usa in Iraq), invece preferisce massacrare i correligionari in un Paese lontano. Allora forse GWB non ha tutti i torti: il terrorismo tracima. Certo, è un processo molto lento, e nel frattempo qualche schizzo può rimbalzare su Londra o Madrid: ma nel lungo termine…
A questo punto capisco anche perché Bush non abbia nessuna voglia di vincere la guerra, e continui a occupare l'Iraq con un quarto del contingente necessario. Non è solo una questione elettorale (gli toccherebbe ripristinare la leva militare); e poi che gli frega a lui, mica può ricandidarsi. No, è proprio una scelta precisa: più che importare la democrazia, l'Iraq deve attirare tutti gli arabi e gli islamici scontenti del mondo. Tutti giù, giù, nella buca più profonda.
martedì, luglio 19, 2005
E, per esempio, Fassino candidato?
E vabbè, sembra proprio che queste Primarie a pagamento siano una presa in giro. Però. Però secondo me non è un problema di soldi, ma di candidati: trovo che non ce ne siano abbastanza. Faccio un esempio: Piero Fassino. Che è una brava persona, sicuramente.
Piero Fassino è, come sapete, il segretario dei DS, che è il primo o secondo partito in Italia. La settimana scorsa ha attirato l'attenzione (la mia, almeno) per due dichiarazioni.
Nella prima, Fassino sosteneva che non si può disprezzare uno speculatore solo perché acquista e vende immobili e ci fa la cresta: che anche questo è mercato e il mercato è buono, sempre buono, tutto buono. "Non c’è un’attività imprenditoriale che sia pregiudizialmente migliore o peggiore di un’altra. Né sul piano morale, né su quello economico. Oggi dobbiamo superare le vecchie gerarchie dell’industrialismo…" Questa dichiarazione al Sole 24 Ore si è attirata gli strali del vice-Presidente di Confindustria:
"Il leader della sinistra italiana non distingue tra chi fa impresa e chi di mestiere fa il raider finanziario. Ci viene tolta la speranza che dall'opposizione possano venire contributi per accrescere la ricchezza del paese". E' chiaro? Devo ripetere? In sintesi: Il segretario dei DS, Fassino, ha fatto un intervento difendendo una categoria di speculatori, e il vice-Presidente di Confindustria lo ha criticato. Da sinistra. Siamo a questo punto? Siamo a questo punto.
La seconda dichiarazione riguardava i Centri di Permanenza Temporanea, che quattordici (14) presidenti di regione vorrebbero chiudere, per motivi di sicurezza, ordine e di minima decenza umana. Fassino ha detto, in sostanza, che i Centri invece vanno tenuti aperti, anche se sono "sotto gli standard di civiltà". Insomma, sono incivili, ma chiuderli non si può. E non importa che i 14 Presidenti siano tutti e 14 dell'Unione, che è lo schieramento di Fassino, e la maggior parte nel suo stesso partito: e si presume siano gente seria, amministratori preparati che nei CPT c'è andata, ha visto la situazione che c'è dentro, e ha preso una posizione che in termini elettorali potrebbe anche risultare controproducente. Non importa che la stessa Livia Turco, che i CPT li aveva inventati, oggi alla luce della legge Bossi-Fini li consideri "insostenibili"(*). Non importa un bel niente, perché Fassino tanto ha detto no, e quando è no è no.
Ecco, questa è stata la settimana di Fassino, che è il segretario dei DS ed è sicuramente una brava persona. E io trovo che sia un peccato che uno come lui non voglia o possa candidarsi alle Primarie.
Perché uno come Fassino, per esempio, io per poterlo trombare alle Primarie pagherei. Per poter mettere nero su bianco questo semplice concetto: che te tu non mi rappresenti, o Fassino! Non sei il mio leader, non sei il mio portavoce, not in my name, h'raus!
Sul serio, non so cosa darei.
(*) L'On. Turco, a onor del vero, condivide la posizione di Fassino: i CPT sono insostenibili, ma non si possono chiudere.
sabato, luglio 16, 2005
si sente dire
Si sente anche dire "la castrazione chimica è roba seria, la fanno anche in Francia e Svezia". Non è esattamente vero neanche questo. Francia, Germania e Svezia stanno sperimentando la castrazione chimica su base volontaria (se ti condannano per reati sessuali puoi scegliere di essere castrato chimicamente o scontare tutta la pena). In Danimarca ne hanno castrati 25, che non è un gran campione statistico.
In California e Canada, dove ci sono già dati più seri, hanno scoperto, guarda un po', che la castrazione chimica "se da una lato provoca un temporaneo abbassamento dei desideri sessuali, dall’altro rende il soggetto più aggressivo".
(Chissà quanti han dovuto castrarne per accorgersene).
venerdì, luglio 15, 2005
Macche Eurabia, Eurostan!
Poi magari un marocchino sciroccato parcheggia davanti alla sinagoga dietro casa e si fa esplodere, e l'opinionista di provincia ha un sobbalzo.
Il giornale dice che i terroristi londinesi erano tutti pakistani appassionati di cricket: ora, la provincia in questione è perlappunto piena di simpatici pakistani. Che giocano a cricket. Fanno spettacolari tiri a campanile e sono bravissimi a riprendere la pallina al volo. L'opinionista di provincia è costretto a rivedere i suoi pregiudizi.
I pakistani non sono arabi: sembra una pignoleria. Però sono più di sono centocinquanta milioni di persone che non parlano arabo, non mangiano arabo, e non assomigliano affatto a degli arabi. Se mettete di fianco un pakistano e un arabo dovreste distinguerli a colpo sicuro - almeno con la
stessa percentuale di errore che avrebbe un pakistano nel distinguere un italiano da un polacco. Italiani e polacchi hanno molte cose in comune, ma a nessun italiano farebbe piacere essere scambiato per un polacco. Non è una pignoleria. Non confiniamo neanche.
Invece è molto più comprensibile confondere i pakistani con gli indiani: dopotutto erano indiani anche loro, prima del 1947 (ma chi l'ha mai visto, un pakistano nato prima del 1947? Hanno tutti vent'anni). Non esisteva nemmeno il concetto di "Pakistan", strano acronimo che può voler dire anche "Paese dei Puri". Durante il primo conflitto indo-pachistano, milioni di indù migrarono dal Pakistan all'India, e milioni di musulmani migrarono dall'India al Pakistan, mentre Gandhi digiunava dalla disperazione. Il destino di Gandhi: diventare il simbolo del più grande processo pacifico di indipendenza della Storia, solo per assistere a una guerra civile e religiosa (e morire per mano di un correligionario). Potremmo dire che indiani e pakistani appartengono alla stessa etnia, se la scienza ci consentisse di parlare di etnia (ma le cose sono maledettamente più complicate).
Al massimo possiamo dire che hanno condiviso secoli di Storia. Ma poi hanno combattuto quattro guerre, e oggi un pakistano preferisce farsi assimilare da un inglese che da un indiano. La protagonista anglo-indiana di "Sognando Beckham", che si innamora del coach irlandese, a un certo punto tranquillizza le colleghe di spogliatoio: per la famiglia sarebbe stato peggio se si fosse innamorata di "un musulmano". E con un dito sul collo mima il suo sgozzamento. È un po' lo stesso paradosso dei curdi e dei turchi, che dopo aver combattuto per decenni si ritrovano negli stessi quartieri di Berlino: a Sud i padri combattono ancora per vecchi ideali, come la religione e l'indipendenza; e poi mandano i figli a rimescolarsi nelle grandi Capitali del Nord, che evidentemente hanno una forza d'attrazione superiore a quella di qualsiasi richiamo identitario. Perfetto. Anzi, no, visto quello che succede alla seconda generazione: senso di estraneità, razzismo al contrario, terrorismo.
Metà di quel che so del Sud del mondo discende dalle chiacchiere dei Padri Missionari che svernavano in parrocchia. Una volta uno mi disse che nella regione africana dei Laghi "noi bianchi" avevamo commesso imperdonabili errori affidandoci alle prime impressioni. Per esempio, tendevamo a considerare i neri più alti, dal più nobile portamento, come nostri interlocutori privilegiati, e a diffidare di quelli bassi e tracagnotti, senz'altro dei buoni a niente.
Gli alti erano poi i Tutsi (che al plurale fa Wa-Tutsi); i bassi e tracagnotti gli Hutu. Per dire quanto possono essere pericolose, le prime impressioni. E questo cosa c'entra? Se conoscete un po' i pakistani, c'entra. Di tutti gli extracomunitari afro-asiatici, sono o non sono i più perfettini? Insieme agli indiani, certo. Nel loro sguardo non c'è traccia dell'innata strafottenza araba. Io non so se sia un retaggio genetico o culturale (secoli e secoli di mercanteggiamenti e piraterie sulle due sponde del Mediterraneo), il fatto è che come europeo non riesco a guardare in faccia un arabo maschio dai 5 anni in su senza sospettare che mi stia buggerando. Fosse anche Mubarak. Magari è una cosa reciproca, magari anche l'arabo medio non riesce a fidarsi dei miei occhi verdi. Razionalmente, poi, io so che si tratta di odiosi pregiudizi da superare: però se avessi una figlia, e se lei fosse combattuta tra uno spasimante magrebino e uno pakistano, non avrei il minimo dubbio su chi sconsigliarle.
Il pakistano ha un'aria più gentile. Il pakistano ha lo sguardo malinconico e l'accento melodioso. Il pakistano studia, si applica, è dotato per la matematica. Il pakistano gioca a cricket, che è uno sport incomprensibile, ma molto anglosassone.
Il pakistano è quasi praticamente un indiano, e gli indiani sono un popolo pacifico. Per contro gli arabi, si sa, ti stringono la mano e nell'altra nascondono armi di distruzioni di massa; terroristi, predoni, infibulatori, tagliatori di teste...
In realtà, se è vero che Bin Laden è un arabo, è altrettanto vero che senza le aderenze pakistane non avrebbe mai combinato nulla in Afganistan, e forse le Torri Gemelle sarebbero ancora al loro posto. È noto che il regime talebano era fortemente sostenuto dal Pakistan. È noto che i cosiddetti "studenti di teologia" avevano frequentato madrase pachistane. E che quando Bin Laden è dovuto scappare, braccato a Tora Bora, i pachistani si sono guardati bene dal consegnarlo agli americani. È noto che il Pakistan è il primo Stato islamico ad aver testato la sua brava bomba atomica (per puntarla sul cugino indiano, ovviamente). E che il Pakistan non è in senso stretto una democrazia, perché gli americani hanno preferito esportarla nel vicino Afganistan, senza turbare il generale Musharraf. Che anche lui, a guardarlo, ha un'aria da dittatore perbene. Mica come quel sornione di Saddam Hussein, di cui era impossibile fidarsi.
Insomma, i pakistani hanno giocato un ruolo non secondario nella guerra del terrore. Eppure, alla fine, noi continuiamo a prendercela con gli arabi. Fallaci e compagnia cantante tuonano contro l'"Eurabia": e perché non l'"Eurostan"? Com'è che i pakistani alla fine se la cavano sempre, come una minoranza di nessuna importanza? Non sono una minoranza, sono 150 milioni.
È che questi ragazzi che "sembrano indiani", e parlano inglese meglio di noi (con quell'accento buffo) non corrispondono alla nostra idea di Straniero per eccellenza. Che è l'arabo, è sempre stato l'arabo. Sin dal tempo dei Mori e di "Mamma li turchi" (che poi erano pirati tunisini). Attraverso la Guerra di Libia e le Leggi razziali (c'è un fondo di antisemitismo nel nostro antiarabismo). Che è tanto più straniero ("unheimlich", in tedesco) quanto più ci è familiare ("heimlich"): nelle mia provincia, "marocchino" era l'epiteto offensivo riservato agli immigrati provenienti da Roma in giù. Il "maròc" era olivastro, scansafatiche e infido: quando poi sono arrivati i marocchini veri, si sono trovati sulle spalle uno stereotipo già perfettamente rodato. Al contrario dei pachistani, giunti all'improvviso, inaspettati, senza averci lasciato il tempo di costruire qualche pregiudizio anche su di loro. Ma c'è da scommettere che sapremo recuperare il tempo perduto.
martedì, luglio 12, 2005
La guerra dello Stile di Vita
La flemma con cui i londinesi hanno reagito agli attentati è più facile da ammirare che da imitare. Eppure anche per noi non è più il caso di chiedersi "se" i terroristi attaccheranno, ma "quando" (recentemente i jihadisti ci hanno ricordato che la nostra omeopatica presenza militare in Iraq è diventata, quatta quatta, la terza in dimensioni dopo USA e Regno Unito). E "quando" avverrà, dunque, anche noi vorremmo saper reagire con calma e fermezza, tenendo lontane le videocamere dai crateri del terrore: viceversa, è più probabile che ne approfitteremo per litigare, in chat e in parlamento, sulla definizione di guerra al terrorismo, mentre Studio Aperto zooma sulle pozze di sangue. Spero - come sempre - di sbagliarmi. Magari siamo ancora in tempo per imparare qualcosa dagli inglesi. Ma cosa?Ognuno ammira nel vicino una sua particolare idea di erba più verde. Io invidio agli anglosassoni, più di ogni cosa, la lingua. La pulizia verbale. L'inglese è un idioma flessibile, ma asciutto. Pochi fronzoli, pane al pane, vino al vino: non è una lingua da isterici. Naturalmente anche in inglese si possono condurre discussioni oziose. È solo più difficile. Il paragone con la nostra lingua, e il modo in cui la usiamo, è impietoso. Per esempio: si discute molto, in questi giorni, se la guerra al terrorismo sia o no un conflitto di civiltà. Sarebbe a dire? Cos'è una civiltà? Una cattiva traduzione dell'inglese civilization, che forse in quel caso andava reso con "cultura". E cioè? Cos'è una cultura? In realtà non è molto chiaro. Senz'altro non è qualcosa che si mangia. Forse che si legge? Sì, nei libri che paradossalmente gli italiani leggono meno volentieri: il Vangelo, la Divina Commedia, i Promessi Sposi... E poi? Possibile che migliaia di terroristi si immolino in nome o in odio a un concetto vago come quello di "cultura"? Possibile che USA, Regno Unito e ben tremila effettivi italiani stiano occupando da anni l'Iraq per un problema di "cultura"? È molto inverosimile. E perché continuiamo a parlarne? Perché la nostra lingua è un po' così: ridondante, naturalmente attratta dai sostantivi astratti e vacui.
Nel frattempo gli inglesi (e gli americani) parlan d'altro. Avete sentito Blair in conferenza stampa, a poche ore dagli scoppi: "the British way of life is not under discussion". Lo stile di vita britannico non è in discussione. Concetto ribadito due giorni più tardi persino dalla regina. Ecco, questo io invidio alla lingua inglese: la franchezza, la facilità con cui va dritta al nocciolo. E il nocciolo non è la "cultura", non è la "civilization", ma una cosa molto più terra-terra: il "way of life". Lo stile di vita. È questo l'obiettivo dei terroristi: è questo il fronte da cui Bush ed Elisabetta II non hanno la minima intenzione di indietreggiare. Non la "cultura", non la "civiltà": più banalmente, si tratta di salvare il tè delle cinque, la pinta delle sei. Il Chelsea e l'Arsenal, il tube e i bus a due piani. L'esistenza tumultuosa e pacifica dei milioni di inquilini del Londonistan. Qualcosa che si mangia, si beve, si respira, si vive, e soprattutto non si discute: primo, perché nessuno ha il diritto di toglierla a un popolo sovrano; secondo, perché non c'è nessun bisogno di "discuterla", letteralmente: tutti gli inglesi sanno bene cos'è. Dio gliel'ha data. E guai a chi gliela tocca.
Lo "stile di vita", in realtà, non è una prerogativa britannica. È un vecchio ritornello, per esempio, dei presidenti americani. George W. Bush in particolare ne ha fatto il suo tormentone. Si può transigere sul riscaldamento globale, sul diritto internazionale: non sul "way of life". Anche al G8 scozzese, cos'è successo? Bush ha ammesso che il mondo si sta scaldando (e questa è già di per sé una notizia, c'è fior di intellettuali e studiosi e romanzieri disposti a spergiurare il contrario). Ciononostante non firmerà il protocollo di Kyoto, per i noti motivi: perché non funziona, dice (e in effetti è difficile che funzioni, finché gli americani non lo firmano...) ma soprattutto perché "lo stile di vita degli americani non è in discussione". E lo stile di vita degli americani consiste in grattacieli e case di legno nei sobborghi, e big mac king-size alle stazioni di servizio di autostrade infinite, da percorrere in SUV, moderne carovane a idrocarburi. Grandi ruote, grandi serbatoi, grandi razioni: gli americani sono fatti così, amano aver molto cibo nel piatto. L'abbondanza è uno stile di vita, e lo stile di vita non è in discussione. Può sembrare un discorso antipatico.
Però è un discorso chiaro, e ha il pregio di mettere in nero su bianco la questione. Qui in Italia amiamo ammorbarla con divagazioni che c'entrano come i cavoli a merenda. Ci siamo messi persino a parlare di religione, come se in giro si fosse all'improvviso diffusa una pia preoccupazione per la salvezza delle nostre anime. Ma basta farsi un giro in riviera una di queste domeniche per accorgersi che così non è: siamo sempre gli stessi allegri buzzurri. Preoccupati, sì. Ma non certo per i nostri peccati, o per gli embrioni destinati al martirio. I crocefissi che pendono un po' da tutti i colli, e dai muri delle scuole statali, non stanno certo a significare che saremmo pronti a morire per testimoniare Gesù Cristo. Ma prova a toglierci il campionato, il gran premio, lo struscio in centro, i maccheroni al sugo, e vedrai, se tutti questi italiani brava gente non iniziano anche loro a ringhiare.
Ecco, forse questo potrebbe essere il primo passo verso l'olimpica serenità britannica: un semplice atto di igiene verbale. Sgomberiamo la scena da pupazzi retorici più dannosi che inutili. Noi non stiamo combattendo per salvare una nostra supposta "cultura". Noi combattiamo per la nostra sicurezza, il nostro diritto a consumare tot petrolio a tot cents il litro, le nostre mensilità, il nostro traballante benessere. Per i piaceri della vita che i terroristi ci invidiano e che hanno intenzione di rovinarci. Ecco perché combattiamo. Ecco perché dobbiamo mantenere la calma, mentre là fuori qualcuno corregge il tiro su di noi.
Certo, a questo punto ci si potrebbe anche chiedere: davvero il nostro "stile di vita" è così fuori discussione? Davvero è qualcosa che vale la pena di difendere? E al di là del terrorismo, non basta già l'inflazione percepita a mettere in discussione questo nostro stile? Non basta la disoccupazione, la recessione economica, l'anticiclone delle Azzorre che fa le bizze? In realtà lo "stile di vita" degli italiani, se c'è, è qualcosa che si rinegozia giorno per giorno, e di solito al ribasso. Ma in fondo non è così anche per i nostri compagni anglosassoni? Forse che naufragare nella propria casa devastata da un ciclone fa parte dello "stile di vita americano"?
È un'obiezione sensata, ma inutile, dal momento che siamo in guerra. I nostri comandanti in capo lo hanno detto ben chiaro: tenere la posizione. E la posizione è il "way of life". Razionalmente, non è difficile rendersi conto che si tratta di una posizione troppo avanzata. Il venti per cento degli umani non può pretendere di godere all'infinito dell'ottanta per cento delle risorse. In un qualche modo, primo o poi il Sud del mondo romperà il meccanismo. Forse il grimaldello sarà il fanatismo islamico, o una tecnocrazia alla cinese, o una catastrofe climatica, o qualche altra nuova minaccia che ora nemmeno immaginiamo. Ma non c'è dubbio che la Guerra per lo Stile di Vita Occidentale, nei tempi lunghi, sia persa. Si tratta solo di perderla lentamente, con classe, offrendo al mondo un'immagine orgogliosa e tranquilla di chi sa perdere un impero senza fiatare. Un'arte che nessuno come gli inglesi, davvero, è in grado di insegnarci.
verso la notte bolscevica
In pratica, Ascari ci snobba e noi non è mica ci si possa sciroppare l'inserto culturale del Manif tutti i santi giorni, che neanche l'oroscopo di Barbanera.
Al massimo ci si ritrova in un'osteria coi poster di Carducci alle pareti e il quotidiano spaginato sul frigo.
"Mo ve', c'è un pezzo di Ascari".
"Mo dai".
sabato, luglio 09, 2005
allagarne uno per educarne 100
venerdì, luglio 08, 2005
certo, con un po' di senno del poi...
"Marinetti la pianti di credere che il regime voglia lo sterminio degli ebrei. Si tenga i suoi amici, i suoi discepoli ebrei. Nessuno li disturberà mai".
(Benito Mussolini, tra il '38 e il '43, a Yvon de Begnac: Taccuini Mussoliniani, il Mulino, 1990, pag. 358).
giovedì, luglio 07, 2005
GWB's Art of War

"Il nostro obiettivo immediato su fronti come l'Iraq, l'Afganistan, o qualsiasi altro, è catturare o uccidere terroristi. Questo è il nostro obiettivo immediato. Perché abbiamo preso questa decisione, vedete: lotteremo contro questi nemici nei loro Paesi, e in tutto il mondo, e in questo modo non li dovremo affrontare qui, a casa".
George Bush, il 4 luglio, a Charleston (West Virginia)
Pane al pane, vino al vino.
giovedì, giugno 30, 2005
chi può darti di più
Francamente non so, non sono addestrato per capire se lo spot porterà qualche cliente in più nelle Coop. Ma so che ieri - complice il caldo - mi ha riportato per un attimo alla mia infanzia. Quando ero bambino e a volte in questi afosi dopopranzo mio padre mi portava con sé al bar, anzi, al "circolo". E prima estraeva dal congelatore il gelato che avevo scelto sul tabellone; poi passava dietro il banco, si preparava un caffè e infilava due monetine nella Cassa (il registratore non era ancora arrivato). Quel passaggio dietro al banco, compiuto con la massima naturalezza (mio padre era un socio fondatore), aveva per me qualcosa di elettrizzante. Un momento prima il papà era un cliente; un attimo dopo, era il gestore: libero di pagarsi da solo, di prendersi il resto, di lasciarsi una mancia. Proprio come la signora dello spot, che si mette e toglie il camice, e prova così l'ebbrezza di passare da una parte all'altra del mondo della Grande Distribuzione. Perché "la coop è lei", esattamente come mio padre "era il circolo". Non un semplice barista o cassiere; neanche un semplice cliente: l'uno e l'altro, nello stesso momento. Un socio. Chi può darti di più?
Più tardi, quando io stesso ho iniziato a girare il banco e scambiarmi da solo le cento lire per il pac-man, non ho mai smesso di sperimentare quella strana sensazione, ogni volta che mi ritrovavo dalla parte della cassa. Per un breve istante l'intero bar era a mia disposizione, sotto la mia responsabilità: e tutto questo, senza nemmeno bisogno di lavorare.
Col tempo la passione per il pac-man è sfumata; non mi è mai passata, invece, la voglia di girare dietro i banchi. Così, senza avere nessun talento per la ristorazione, mi è capitato di fondare un circolo con alcuni miei amici. Dalle nostre parti è abbastanza facile (è più difficile restare aperti): e se sei un circolo, puoi far bere e ballare senza bisogno di licenze.
Per questo anche a me, come alla signora dello spot, è capitato di afferrare il primo camice o grembiule o tesserino e giocare per un'ora o un giorno a fare l'inserviente, il cameriere, il gelataio, il servizio d'ordine; senza chiedere un soldo, perché alla fine cambiar lavoro ogni giorno è perfino divertente. E - se togliamo il sesso - a una certa età forse non c'è nulla di più appagante di girare un banco, e trovarsi all'improvviso nel mondo degli adulti: sentirsi investito di una percentuale di responsabilità, sperimentare il sottile brivido del potere; avere per una notte a propria disposizione un frigorifero, una cassa, un mazzo di chiavi. Senza esagerare con le preoccupazioni: quando ci si stanca di tutta questa maturità, basta girare di nuovo il banco, e siamo di nuovo semplici ragazzini, semplici clienti. Ma con qualche complicità in più con l'amico o il cugino, che stasera fa il buttafuori e sarà felice di farti entrare.…
Forse una delle molle che spinge molte persone a darsi al volontariato è proprio l'opportunità di quel magico giro dietro un bancone. Che è più gioco che lavoro: nessuno si aspetta da te una vera professionalità; è sufficiente che tu sorrida e sia simpatico. Come la signora dello spot: non so se il suo comportamento sia concepibile in Sicilia o in Lombardia. Ma in Emilia, altroché. Sapere che il bar sei tu, il supermercato sei tu; la polisportiva, l'ambulanza, il cinema, il festival, sono altrettanti banconi facilmente aggirabili quando vuoi: ecco il sogno emiliano, che solo da lontano si può confondere col comunismo. Il comunismo era un ideale violento di collettivizzazione; in Emilia hanno prevalso la cooperazione, la cooptazione, e un'incarnazione singolarmente bonaria del potere, coi suoi sindaci paciocconi. È difficile prendersela con loro, anche quando aprono CPT o speculano sulle privatizzazioni delle municipalizzate: perché? Perché alla fine senti che anche il sindaco sei tu, la giunta sei tu, il consiglio comunale sei tu (non ti hanno già chiesto di candidarti? Strano, sarà per la prossima volta), e i loro difetti sono anche i tuoi. Si capisce, se il bar sei tu, non è il caso di lamentarsi troppo dei servizi. O rischi di trovarti con lo spazzolone in mano. Sul serio, da noi se protesti troppo rischi di trovarti sulle spalle un assessorato: chi può darti di più? La cooptazione non perdona.
Se dovessi scegliere un rappresentante politico di questa emilianità, non avrei dubbi per un istante: Romano Prodi. Che fa politica da una vita (trent'anni fa era ministro sotto Moro), eppure non ha mai dato l'impressione di farlo per mestiere; piuttosto un'improvvisazione estemporanea, una missione di volontariato; un grembiule da infilarsi e sfilarsi prontamente, proprio come quello della signora dello spot. Passava di lì, ha trovato una fascia da leader che non usava nessuno, se l'è infilata e ora gira indefesso tra gli scaffali, chiedendo i clienti di dargli una mano a scaricare, perché "lo Stato sono io, e siete anche voi". È impossibile prenderlo troppo sul serio - si vede che il grembiule non è il suo - ma in un qualche modo riesce simpatico, i suoi difetti sono troppo familiari. Per contro, un politico del tutto anti-emiliano mi sembra Sergio Cofferati, che invece di cooptare occupanti di case sfitte e pancabbestia, parla di "ripristinare la legalità". Legalità? Ma che c'entra la legalità con la gestione emiliana del consenso? Manca poco che dica "lasciatemi lavorare".
Io non so se il modello emiliano sia in un qualche modo esportabile: eppure è una domanda d'attualità, visto che in un giorno non lontano potremmo assistere a una sfida al vertici tutta bolognese (Prodi contro Casini o Fini). Sarebbe interessante. Gli emiliani sono stati raramente al potere in Italia; per contro, un romagnolo c'è rimasto per vent'anni, con un modo di fare tutt'altro che bonario; eppure anche lui improvvisando è riuscito per un po' a farsi condonare magagne enormi.
Non lo so - forse sono troppo emiliano per capirlo. Del resto è un po' che ho smesso di girare intorno ai banchi, e di infilarmi grembiuli che non mi calzano. Forse sto invecchiando, mentre cerco impegni veri, vocazioni, carriere. La verità è che continuo a improvvisare (non so fare altro): ma con sempre meno fantasia.
Anche al vecchio circolo di mio padre, nessuno gira più il banco per versarsi da bere: è da anni che hanno assunto un barista. Ci sono in giro troppe facce nuove, facce strane, facce che non conosci e non si conoscono tra loro. Non è questione di pregiudizi, ma come fai a fidarti?
E anche al supermercato: in teoria, sei tu. In pratica, non riesci ad affezionarti a una commessa, tanto è il turn-over dei contratti a tempo determinato. Che importa, tanto tra qualche mese apre il nuovo iper.
venerdì, giugno 24, 2005
il film più proiettato dell'anno...
Magari è una questione di sovvenzioni. Magari lo proiettano solo in sale vuote. Magari è il film preferito da proiezionisti e maschere: "La prossima settimana dobbiamo tenere aperto anche se non verrà nessuno. Cosa mettiamo?" "Mah, vedo se c'è in giro una pizza di Conseguenze dell'Amore". Magari hanno stampato un sacco di pizze, chi lo sa.
(Come dev'essere il film preferito da maschere e proiezionisti? Battute che non stancano nemmeno al ventesimo ascolto. Un cinema ambient).
Magari, invece, è un bel film. Non so, quasi quasi lo vado a vedere.
martedì, giugno 21, 2005
Libero Stato d'Isteria
Ma per fortuna c'è un'Opposizione compatta e ragionevole, guidata dai migliori cervelli della nazione, che nottetempo si riuniscono e decidono il da farsi. (Continua)
lunedì, giugno 20, 2005
venerdì, giugno 17, 2005
time for fighting in the streets
Andrò in giro per le strade e per le piazze, raccogliendo firme, per Rutelli Leader. E anche per D'Alema Leader. Veltroni Leader. E Fassino, perché no Fassino? Io sono equidistante, ci tengo a tutti. Tutti devono gareggiare.
Lo so che loro non vorrebbero, si schermirebbero, la Leadership-di-Prodi-non-è-in-discussione eccetera; e invece no: occorre convincerli, piegare la loro proverbiale modestia e ritrosia. E spero che non sarò il solo, spero che molti mi seguiranno in questa nobile impresa di democrazia partecipativa: Primarie vere, Primarie serie. Con almeno 6 candidati pesanti.
L'aspetto positivo è che di quei 6, almeno 5 li trombiamo, finalmente, e per sempre. Dopodiché, io sono pronto a tenermi il sesto (chiunq sia), con gioia. What can a poor boy do.
giovedì, giugno 16, 2005
il meglio della settimana...
Io adoro Alan Moore, aprioristicamente, ormai. Però mi piace anche questo pezzo sulla sua stronzaggine.
Perché è così, davanti a una buona stroncatura non resisto, vado in giuggiole. Il pezzo del New Yorker su Star Wars III lo aveva già segnalato Luca Sofri ("Scaccolarsi con Guerre Stellari", mi pare fosse il titolo). Su Miic adesso ci sono dei pezzi in italiano. Vale il prezzo del biglietto (di Star Wars, ovviam).
...Tutti gli interni del Lucasworld sono inni alla vita pulita, tranquilli come un obitorio, senza nessuno di quei fastidi e di quelle imperfezioni che danno un senso al processo noto come esistenza in vita. L'illuminazione non è data dalla luce solare, ma da un deprimente bagliore artificiale, come se Lucas volesse ricoprire tutti gli affari privati - quelle piccole minacce alla sua parafascistica ossessione per l'ordine - di una patina protettiva. Solo all'esterno si rilassa, e il suo modo di rilassarsi è scatenare l'apocalisse..
A proposito: se fanno le primarie domattina voto Miic. La sua strategia post-referendaria mi pare la meglio:
Prima ancora che in parlamento si cominci a discutere della revisione della 194, ci si traveste da integralisti cattolici e si raccolgono le firme per abrogare non solo la 194, ma anche la legge sul divorzio. Meglio ancora, per abrogare alcuni punti apparentemente tecnici delle due leggi, tolti i quali però diventi praticamente impossibile abortire o divorziare. La Chiesa, tirata in mezzo, se la gioca e fa propaganda per il sì. Il papa come al solito non parla di politica ("mettete una croce sulla scheda del signore", dice soltanto, citando un mistico del Medioevo boemo). Grave imbarazzo per partiti clericali e atei devoti (tra i loro elettori divorziati e donne che hanno abortito non mancano di certo), che quindi non si sbilanciano troppo. I partiti laici possono abbandonare ogni remora e puntare più o meno apertamente all'astensione (non si mettono in discussione diritti radicati da almeno trent'anni nella coscienza civile degli italiani eccetera eccetera).
Loro, gli italiani, continuano beatamente a fottersene e ad andare al mare. Salta il quorum, trionfa la laicità dello stato.
Ora, un piccolo gioco per noi happy few. Vi mando su un blog nuovo e mi dovete dire chi è l'autore. Ladies & Gentlemen, Misterghiro:
la globalizzazione, si sa, ha reso tutti un po’ più uguali. Gli autobus tardano anche qui, il 45% dei bambini non trova posto nei nidi pubblici, il tasso di inquinamento dell’aria è tra i più alti d’Europa ma anche quello delle case in proprietà (70% circa, ma per gli altri 30 gli affitti sono vere e proprie rapine da 800 € a monolocale). Nella mia civile città succede anche che ci sono vigili urbani tra i più fetenti del mondo. Sembra di voler generalizzare a tutti i costi ma è la verità.
Infine, l'apertura dello splendido portale neocone mi ispira ad aprire una sottorubrica di cui mi pentirò: il post più cretino che ho letto in settimana. Senza dubbio questo. Alla prossima.
venerdì, giugno 10, 2005
Ma astenersi non significa "No"
Mi costa un po' ammetterlo, ma domenica andrò a votare.
Mi costa perché, in materia di referendum, io sono un astensionista convinto, e rivendico la mia appartenenza alla frangia dell'astensionismo democratico. Da non confondere con l'astensionismo qualunquistico di chi alla fila davanti alla cabina elettorale preferisce un più rilassante ingorgo sull'Autostrada del Sole. No. Rispetto i qualunquisti, ma il mio astensionismo ha un altro significato.
Il fatto è che io credo nel parlamento - non particolarmente nello scellerato parlamento che ci troviamo adesso, ma nell'idea di una democrazia parlamentare. Credo nel sistema della rappresentanza: credo che se il parlamento che ci ritroviamo fa schifo (e produce una legislazione schifosa) è semplicemente perché ce lo meritiamo. Lo abbiamo votato e ce lo teniamo: finché non impariamo a farci rappresentare meglio. Spero presto.
Perciò, in quanto sincero democratico, non mi perdo un'elezione. Legislative, amministrative, persino le europee. Ma i referendum, no. Avevo deciso di non votarli più. Per stabilire un principio: io non posso intendermi di tutto. Sì, va bene, mi informo, leggo i giornali (ma potrei anche non leggerli), ho studiato (ma potrei anche aver la III elementare): in ogni caso ci sono ancora tante cose che non so e non saprò mai. Non so se sia il caso di punire i giudici che giudicano male; non so se sia morale proibire il nucleare e importare energia dalle centrali francesi; non so distinguere un mattarellum da un proporzionale con sbarramento; nella fattispecie, non so quando l'embrione diventa un individuo (ma almeno so di non saperlo, e non è poco).
Tutte queste cose io non so, e ho diritto di non saperle. Non è qualunquismo: piuttosto, consapevolezza dei propri limiti. Sono un cittadino: lavoro, pago le tasse, e ogni tot cerco di eleggere rappresentanti che dovrebbero avere il tempo e la capacità di informarsi e decidere per me. Si chiama democrazia parlamentare, è imperfettissima, si sa, ma non si è ancora trovato di meglio.
Ci sono però in Italia minoranze agguerrite (e finanziate) che alla democrazia parlamentare non si rassegnano. Mandano pacchi di firme alla Corte Costituzionale più o meno ogni paio d'anni. Fosse per loro, il referendum non sarebbe una misura eccezionale: fosse per loro si voterebbe una volta all'anno, al mese. Ché di leggi schifose da abrogare non ne mancano, siamo d'accordo. Però: non è che il problema è alla sorgente? Non è che il problema è il parlamento schifoso che abbiamo votato, quattro anni fa? Non rischia di diventare, il referendarismo, un comodo alibi per convivere pacificamente con il parlamento e il governo osceno che ci troviamo? "Massì, votate la Cirami, votate la Gasparri, la Bossi-Fini, la Moratti; noi però ci riserviamo il diritto di abrogare qualche cosina ogni tanto". Quattro crocette per darsi un contegno. E intanto si trasmette l'idea che il corpo elettorale diventi per l'occasione legislatore: bella ipocrisia, chiamare il popolo ad abrogare questo o quel paragrafo, mentre al potere resta chi ha scritto la legge intera.
La legge, poi, secondo me è oscena, ma non più di tante altre. Forse il postero (e anche qualche nostro contemporaneo) avrà qualcosa da dire su un popolo che si scanna per il diritto dell'embrione a chiamarsi individuo e si dimentica dei diritti degli individui chiusi nei Centri di Permanenza. Centri di detenzione illegale, vergogna italiana che bisogna chiudere al più presto (lo ha capito anche Pisanu): però oggi in Italia non si parla di questo. Si parla di diritti degli embrioni e diritti delle madri. Questione importantissima, per carità. Però: chi ha deciso che era una priorità? Una piccola minoranza di raccoglitori di firme. Questo, secondo me, non è sano.
Tanto più che mettere un problema sotto i riflettori, in Italia, non equivale a risolverlo. Significa soltanto gettarlo in mezzo all'eterno campo di battaglia fra guelfi e ghibellini. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, ed è inquietante. Fino a un paio di mesi fa l'identità dell'embrione era solo materia di riflessione per occhialuti bioetici. Ma ecco arriva il Referendum! E tac, improvvisamente mezza Italia riconosce come articolo di fede che l'embrione è Vita. Magari poi il referendum lo vinceranno gli altri (personalmente lo spero): ma da questo punto di vista la frittata è fatta. L'embrione è arruolato nelle file di Santa Madre Chiesa. Magari chi sta dall'altra parte penserà a una vittoria del laicismo. Ma i laici veri lo sanno: da questi muro-contro-muro hanno tutto da perdere.
Detto questo, devo spiegare perché invece non mi asterrò. Per protesta, naturalmente.
Non nei confronti dei qualunquisti. Li rispetto, in fin dei conti non sono che un qualunquista più consapevole di loro. No. Protesto contro l'invasione di campo degli Embrionisti, cattolici, laici e Rutelli che siano. Hanno deciso di astenersi anche loro. Vogliono dare alla mia astensione un significato che proprio non ha.
Io volevo astenermi perché mi ritengo non qualificato ad abrogare questa legge; perché credo che il problema non sia la legge in sé, ma il parlamentaccio che l'ha votata: che per avere una legge migliore, occorre semplicemente votare rappresentanti migliori (cosa che, spero, faremo tutti l'anno prossimo). Dopodiché ce ne saranno, di brutte leggi da cambiare. Tra cui questa, che a me non piace.
Gli embrionisti, invece, mi stanno forzando la mano. Sostengono che l'astensione equivalga a quattro No, e che renda indistruttibile la legge, degna di restare immutabile di legislatura in legislatura. Come il divorzio e l'aborto. O il nucleare e la scala mobile. Ma scherziamo?
Astenersi non significa "No": significa semplicemente "Non so". Se vincerà l'astensione, gli italiani non avranno detto sì alla brutta legge 40: avranno semplicemente rifiutati di pronunciarsi, come è loro diritto. E il prossimo parlamento avrà tutto il diritto di disfare questa e altre leggi brutte e immonde. Con buona pace di chi domenica sarà andato al mare, di chi sarà andato in chiesa, di chi se la sarà spassata sul raccordo dell'Adriatica.
A me sembrava così ovvio: ma così ovvio, evidentemente, non è.
Così, per evitare il rischio di passare per un Astensionista Strumentalizzatore, domenica vado a votare. E consiglio di andarci anche a voi.
Ma - per quel che mi riguarda - giuro che è l'ultima volta. L'ultimo referendum, intendo. Non mi fregano più.
giovedì, giugno 09, 2005
dove son stato, cosa ho fatto mai
Ed è uscito anche il nuovo numero di Sacripante!, sempre con un pezzo mio sulla semiosi creativa (cos'è? qualcosa che quella notte lì mi stava molto a cuore).
Poi, se a qualcuno interessa, io voto 4 sì: però il referendum è stato un errore. In generale ritengo un errore affidare qualsiasi cosa a Capezzone, compresa l'agenda politica di una nazione.