giovedì, luglio 28, 2005

don't go back to bullland

Stavo riflettendo a quanto sono buffe le etimologie, vere o false.
Per esempio, Pakistan, anche se è nato come un acronimo, in Urdu può voler dire "Paese dei puri". Iran credo voglia dire "Paese degli ariani", cioè dei puri. Ma anche Francia, è la terra dei Franchi, cioè dei nobili, cioè dei puri. E l'Italia?

L'Italia, secondo l'etimologia fino a qualche tempo fa più accreditata (e probabilmente falsa, ne parliamo un'altra volta) è la Terra dei Vitelli. Che altro dire.

Dico che proprio nel momento in cui avevo emotivamente bisogno di un'inviata mia personale speciale in Egitto, cioè Lia, ella ha deciso che s'invola, torna alla terra dei vitelloni impuri, e da mia inviata speciale personale si trasforma in mia diretta concorrente nella lunga trafila per la sopravvivenza. E mi dispiace. Lei sembrava stare bene là, e io stavo bene qua a leggerla. Adesso di che scriverà? di scuole vitelliane piene di bulli e bulletti? Grazie, avrei già dato. Beh, ma in bocca al lupo.

ma maestra, ha cominciato lui

(Minestra riscaldata dimenticata in frigo la 7imana scorsa)

Il mantra di questi ultimi giorni è senza dubbio "c'è stato prima l'11 settembre". E finché lo dice il piccolo blog d'opinione o l'editorialista un po' becero, passi. Ma sentirlo dai microfoni di statisti più o meno illustri (Jack Straw, Gianfranco Fini), è una cosa che fa spavento.
Infatti, cosa significa "c'è stato prima l'11 settembre"? Più o meno è come dire "hanno iniziato loro". Una frase che sta bene in bocca a un bambino, piuttosto che a un Uomo di Stato.
"Giovannino, non tirare i capelli a tua sorella".
"Ma ha iniziato lei".
Ogni genitore o educatore sa bene come questo discorso sia viziato in partenza, per due motivi. Primo motivo: non è vero che ha iniziato la sorella. Cioè, tecnicamente sì, stamattina lei gli ha pestato i piedi, ma dietro c'è tutta una storia di ripicche e invidie che data dalla notte dei tempi. E questo ci porta al secondo motivo; non ha nessuna importanza sapere chi ha iniziato: l'unica cosa che conti è sapere quando la finirete, tutti e due.

Analogamente: l'11 settembre è senza dubbio stata la madre di tutti gli attentati, un enorme contraccolpo emotivo per l'opinione pubblica mondiale; ma non è stato l'inizio di un bel niente. Il terrorismo arabo e islamico data da molto tempo prima, e ha varie concause, che tra l'altro conosciamo. Bin Laden, per esempio, ha iniziato a complottare contro gli americani quando l'Arabia Saudita decise di concedere a George Bush padre le basi militari per la Guerra del Golfo. Allora chi ha iniziato? Bush Padre? O Saddam Hussein, che aveva invaso (ingiustamente) il Kuwait? Ma quando lo invase, Hussein era convinto di avere il sostegno indiretto degli americani; d'altro canto, doveva rifarsi di una disastrosa guerra contro l'Iran, combattuta anche per sostenere gli interessi geopolitici dell'Occidente nello scacchiere del Golfo Persico. Era la Guerra Fredda: chi l'ha iniziata? Stalin, Roosvelt, Churchill? Vogliamo tornare a discutere di Yalta? C'è persino chi lo fa, seriamente (ma anche Giovannino, quando accusa la sorella di avergli pestato i piedi, è serissimo). Senza Hitler, comunque, non ci sarebbe stata la Guerra Fredda: è tutta colpa sua. Ma Hitler avrebbe fatto il pittore, se la Germania non fosse uscita in ginocchio dalla Prima Guerra… allora è tutta colpa di Gavrilo Princip? O di Adamo, che ha mangiato la mela? "Sì, ma è stata Eva che me l'ha data". Eva indica il serpente. Oh, abbiamo trovato il colpevole. Che ce ne facciamo?

Questa idea che le colpe siano sempre da retrodatare sta alla base delle escalation più incivili. La civiltà, invece, comincia quando ci si rende conto che la vendetta non è giustizia, e che ogni gesto è moralmente giudicabile in sé, a prescindere da chi ti ha pestato i piedi un momento prima. Saddam Hussein è responsabile delle sue azioni; anche George Bush lo è. I terroristi anglo-pachistani sono responsabili di aver ucciso 60-70 persone; Tony Blair è responsabile del coinvolgimento britannico nel conflitto in Iraq, che ha esposto il Regno Unito a una recrudescenza del terrorismo islamico in Gran Bretagna (nulla, comunque, in confronto a quello che fa il terrorismo islamico in Iraq).

Questo non è relativismo culturale, al contrario: saper distinguere tra vendetta e giustizia è condizione necessaria e (non sufficiente) per poter parlare di civiltà: ne parla la Bibbia, ne parla il Corano. Fino all'altro ieri l'Occidente tendeva ad presentarsi come il maestrino del mondo: quello che ti insegna l'educazione, ti esporta la democrazia, eccetera. Un ruolo francamente antipatico. Adesso però il maestrino si è messo ad azzuffarsi con gli ultimi della classe. Come è potuto succedere? "Hanno iniziato loro". Sì, va bene: e voi finitela.

martedì, luglio 26, 2005

Luglio, agosto, settembre nero

Giocare col mondo
facendolo a pezzi
bambini che il sole
ha ridotto già
vecchi.

Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all'omertà.
Forse un dì sapremo quello che vuol dire
affogare nel sangue con l'umanità.

Gente scolorata quasi tutta uguale,
la mia rabbia legge sopra i quotidiani.
Legge nella storia tutto il mio dolore,
canta la mia gente che non vuol morire.

Quando guardi il mondo senza aver problemi,
cerca nelle cose l'essenzialità:
non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all'umanità.

Area (Frankenstein): Luglio, agosto, settembre (nero)

Prendetela un po' come vi pare. E lamentatevi per le ferie rovinate, fa parte della nostra, come si dice, civiltà.

giovedì, luglio 21, 2005

mercoledì, luglio 20, 2005

il terrorismo è una questione d'idraulica


Valga da autocritica. Quando a Londra sono esplosi i kamikaze anglopachistani, io me la sono presa con George W. Bush, e la sua visione idraulica della Guerra al Terrore. Secondo lui per tenere lontano il terrorismo dall'Occidente bastava scavare una buca bella profonda in Iraq: come se i terroristi fossero come l'acqua, che va sempre in basso.

Secondo me invece i terroristi volano (anche se di solito non terminano i corsi di volo), per cui tutta quest'opera di scavo dell'Iraq mi sembrava un'enorme impresa inutile.
Poi l'altro giorno ho letto di terroristi che dall'Italia si spostano in Iraq, e la cosa mi ha colpito. Gente che poteva farsi esplodere nella capitale della cristianità (e del secondo più importante alleato degli Usa in Iraq), invece preferisce massacrare i correligionari in un Paese lontano. Allora forse GWB non ha tutti i torti: il terrorismo tracima. Certo, è un processo molto lento, e nel frattempo qualche schizzo può rimbalzare su Londra o Madrid: ma nel lungo termine…

A questo punto capisco anche perché Bush non abbia nessuna voglia di vincere la guerra, e continui a occupare l'Iraq con un quarto del contingente necessario. Non è solo una questione elettorale (gli toccherebbe ripristinare la leva militare); e poi che gli frega a lui, mica può ricandidarsi. No, è proprio una scelta precisa: più che importare la democrazia, l'Iraq deve attirare tutti gli arabi e gli islamici scontenti del mondo. Tutti giù, giù, nella buca più profonda.

martedì, luglio 19, 2005

E, per esempio, Fassino candidato?

Movimentiamole un po', queste primarie...

E vabbè, sembra proprio che queste Primarie a pagamento siano una presa in giro. Però. Però secondo me non è un problema di soldi, ma di candidati: trovo che non ce ne siano abbastanza. Faccio un esempio: Piero Fassino. Che è una brava persona, sicuramente.

Piero Fassino è, come sapete, il segretario dei DS, che è il primo o secondo partito in Italia. La settimana scorsa ha attirato l'attenzione (la mia, almeno) per due dichiarazioni.

Nella prima, Fassino sosteneva che non si può disprezzare uno speculatore solo perché acquista e vende immobili e ci fa la cresta: che anche questo è mercato e il mercato è buono, sempre buono, tutto buono. "Non c’è un’attività imprenditoriale che sia pregiudizialmente migliore o peggiore di un’altra. Né sul piano morale, né su quello economico. Oggi dobbiamo superare le vecchie gerarchie dell’industrialismo…" Questa dichiarazione al Sole 24 Ore si è attirata gli strali del vice-Presidente di Confindustria:
"Il leader della sinistra italiana non distingue tra chi fa impresa e chi di mestiere fa il raider finanziario. Ci viene tolta la speranza che dall'opposizione possano venire contributi per accrescere la ricchezza del paese"
. E' chiaro? Devo ripetere? In sintesi: Il segretario dei DS, Fassino, ha fatto un intervento difendendo una categoria di speculatori, e il vice-Presidente di Confindustria lo ha criticato. Da sinistra. Siamo a questo punto? Siamo a questo punto.

La seconda dichiarazione riguardava i Centri di Permanenza Temporanea, che quattordici (14) presidenti di regione vorrebbero chiudere, per motivi di sicurezza, ordine e di minima decenza umana. Fassino ha detto, in sostanza, che i Centri invece vanno tenuti aperti, anche se sono "sotto gli standard di civiltà". Insomma, sono incivili, ma chiuderli non si può. E non importa che i 14 Presidenti siano tutti e 14 dell'Unione, che è lo schieramento di Fassino, e la maggior parte nel suo stesso partito: e si presume siano gente seria, amministratori preparati che nei CPT c'è andata, ha visto la situazione che c'è dentro, e ha preso una posizione che in termini elettorali potrebbe anche risultare controproducente. Non importa che la stessa Livia Turco, che i CPT li aveva inventati, oggi alla luce della legge Bossi-Fini li consideri "insostenibili"(*). Non importa un bel niente, perché Fassino tanto ha detto no, e quando è no è no.

Ecco, questa è stata la settimana di Fassino, che è il segretario dei DS ed è sicuramente una brava persona. E io trovo che sia un peccato che uno come lui non voglia o possa candidarsi alle Primarie.

Perché uno come Fassino, per esempio, io per poterlo trombare alle Primarie pagherei. Per poter mettere nero su bianco questo semplice concetto: che te tu non mi rappresenti, o Fassino! Non sei il mio leader, non sei il mio portavoce, not in my name, h'raus! 
Sul serio, non so cosa darei.

(*) L'On. Turco, a onor del vero, condivide la posizione di Fassino: i CPT sono insostenibili, ma non si possono chiudere.

sabato, luglio 16, 2005

si sente dire

...che la Francia ha sospeso Schengen. In effetti non è vero.

Si sente anche dire "la castrazione chimica è roba seria, la fanno anche in Francia e Svezia". Non è esattamente vero neanche questo. Francia, Germania e Svezia stanno sperimentando la castrazione chimica su base volontaria (se ti condannano per reati sessuali puoi scegliere di essere castrato chimicamente o scontare tutta la pena). In Danimarca ne hanno castrati 25, che non è un gran campione statistico.
In California e Canada, dove ci sono già dati più seri, hanno scoperto, guarda un po', che la castrazione chimica "se da una lato provoca un temporaneo abbassamento dei desideri sessuali, dall’altro rende il soggetto più aggressivo".
(Chissà quanti han dovuto castrarne per accorgersene).

venerdì, luglio 15, 2005

Macche Eurabia, Eurostan!

L'opinionista di provincia guarda Londra bruciare, dopo Madrid, Bagdad, New York... e in bassa frequenza, sotto tutta la retorica del caso, non può fare a meno di pensare: fatti vostri. Un aspetto positivo della provincia è che il tuo indirizzo non rischia di essere preso per il simbolo dell'occidente, o della cristianità, o di quant'altro. L'opinionista di provincia è quasi tentato di considerare la provincializzazione della società come la Soluzione Finale alla guerra al Terrore: come in quel vecchio racconto di Clifford Simak in cui la Guerra Fredda finisce semplicemente perché la gente va ad abitare nei sobborghi, e non ci sono più città degne di essere considerate obiettivi militari per i missili sovietici.
Poi magari un marocchino sciroccato parcheggia davanti alla sinagoga dietro casa e si fa esplodere, e l'opinionista di provincia ha un sobbalzo.
Il giornale dice che i terroristi londinesi erano tutti pakistani appassionati di cricket: ora, la provincia in questione è perlappunto piena di simpatici pakistani. Che giocano a cricket. Fanno spettacolari tiri a campanile e sono bravissimi a riprendere la pallina al volo. L'opinionista di provincia è costretto a rivedere i suoi pregiudizi.

I pakistani non sono arabi: sembra una pignoleria. Però sono più di sono centocinquanta milioni di persone che non parlano arabo, non mangiano arabo, e non assomigliano affatto a degli arabi. Se mettete di fianco un pakistano e un arabo dovreste distinguerli a colpo sicuro - almeno con la
stessa percentuale di errore che avrebbe un pakistano nel distinguere un italiano da un polacco. Italiani e polacchi hanno molte cose in comune, ma a nessun italiano farebbe piacere essere scambiato per un polacco. Non è una pignoleria. Non confiniamo neanche.
Invece è molto più comprensibile confondere i pakistani con gli indiani: dopotutto erano indiani anche loro, prima del 1947 (ma chi l'ha mai visto, un pakistano nato prima del 1947? Hanno tutti vent'anni). Non esisteva nemmeno il concetto di "Pakistan", strano acronimo che può voler dire anche "Paese dei Puri". Durante il primo conflitto indo-pachistano, milioni di indù migrarono dal Pakistan all'India, e milioni di musulmani migrarono dall'India al Pakistan, mentre Gandhi digiunava dalla disperazione. Il destino di Gandhi: diventare il simbolo del più grande processo pacifico di indipendenza della Storia, solo per assistere a una guerra civile e religiosa (e morire per mano di un correligionario). Potremmo dire che indiani e pakistani appartengono alla stessa etnia, se la scienza ci consentisse di parlare di etnia (ma le cose sono maledettamente più complicate).
Al massimo possiamo dire che hanno condiviso secoli di Storia. Ma poi hanno combattuto quattro guerre, e oggi un pakistano preferisce farsi assimilare da un inglese che da un indiano. La protagonista anglo-indiana di "Sognando Beckham", che si innamora del coach irlandese, a un certo punto tranquillizza le colleghe di spogliatoio: per la famiglia sarebbe stato peggio se si fosse innamorata di "un musulmano". E con un dito sul collo mima il suo sgozzamento. È un po' lo stesso paradosso dei curdi e dei turchi, che dopo aver combattuto per decenni si ritrovano negli stessi quartieri di Berlino: a Sud i padri combattono ancora per vecchi ideali, come la religione e l'indipendenza; e poi mandano i figli a rimescolarsi nelle grandi Capitali del Nord, che evidentemente hanno una forza d'attrazione superiore a quella di qualsiasi richiamo identitario. Perfetto. Anzi, no, visto quello che succede alla seconda generazione: senso di estraneità, razzismo al contrario, terrorismo.

Metà di quel che so del Sud del mondo discende dalle chiacchiere dei Padri Missionari che svernavano in parrocchia. Una volta uno mi disse che nella regione africana dei Laghi "noi bianchi" avevamo commesso imperdonabili errori affidandoci alle prime impressioni. Per esempio, tendevamo a considerare i neri più alti, dal più nobile portamento, come nostri interlocutori privilegiati, e a diffidare di quelli bassi e tracagnotti, senz'altro dei buoni a niente.
Gli alti erano poi i Tutsi (che al plurale fa Wa-Tutsi); i bassi e tracagnotti gli Hutu. Per dire quanto possono essere pericolose, le prime impressioni. E questo cosa c'entra? Se conoscete un po' i pakistani, c'entra. Di tutti gli extracomunitari afro-asiatici, sono o non sono i più perfettini? Insieme agli indiani, certo. Nel loro sguardo non c'è traccia dell'innata strafottenza araba. Io non so se sia un retaggio genetico o culturale (secoli e secoli di mercanteggiamenti e piraterie sulle due sponde del Mediterraneo), il fatto è che come europeo non riesco a guardare in faccia un arabo maschio dai 5 anni in su senza sospettare che mi stia buggerando. Fosse anche Mubarak. Magari è una cosa reciproca, magari anche l'arabo medio non riesce a fidarsi dei miei occhi verdi. Razionalmente, poi, io so che si tratta di odiosi pregiudizi da superare: però se avessi una figlia, e se lei fosse combattuta tra uno spasimante magrebino e uno pakistano, non avrei il minimo dubbio su chi sconsigliarle.

Il pakistano ha un'aria più gentile. Il pakistano ha lo sguardo malinconico e l'accento melodioso. Il pakistano studia, si applica, è dotato per la matematica. Il pakistano gioca a cricket, che è uno sport incomprensibile, ma molto anglosassone.
Il pakistano è quasi praticamente un indiano, e gli indiani sono un popolo pacifico. Per contro gli arabi, si sa, ti stringono la mano e nell'altra nascondono armi di distruzioni di massa; terroristi, predoni, infibulatori, tagliatori di teste...

In realtà, se è vero che Bin Laden è un arabo, è altrettanto vero che senza le aderenze pakistane non avrebbe mai combinato nulla in Afganistan, e forse le Torri Gemelle sarebbero ancora al loro posto. È noto che il regime talebano era fortemente sostenuto dal Pakistan. È noto che i cosiddetti "studenti di teologia" avevano frequentato madrase pachistane. E che quando Bin Laden è dovuto scappare, braccato a Tora Bora, i pachistani si sono guardati bene dal consegnarlo agli americani. È noto che il Pakistan è il primo Stato islamico ad aver testato la sua brava bomba atomica (per puntarla sul cugino indiano, ovviamente). E che il Pakistan non è in senso stretto una democrazia, perché gli americani hanno preferito esportarla nel vicino Afganistan, senza turbare il generale Musharraf. Che anche lui, a guardarlo, ha un'aria da dittatore perbene. Mica come quel sornione di Saddam Hussein, di cui era impossibile fidarsi.
Insomma, i pakistani hanno giocato un ruolo non secondario nella guerra del terrore. Eppure, alla fine, noi continuiamo a prendercela con gli arabi. Fallaci e compagnia cantante tuonano contro l'"Eurabia": e perché non l'"Eurostan"? Com'è che i pakistani alla fine se la cavano sempre, come una minoranza di nessuna importanza? Non sono una minoranza, sono 150 milioni.
È che questi ragazzi che "sembrano indiani", e parlano inglese meglio di noi (con quell'accento buffo) non corrispondono alla nostra idea di Straniero per eccellenza. Che è l'arabo, è sempre stato l'arabo. Sin dal tempo dei Mori e di "Mamma li turchi" (che poi erano pirati tunisini). Attraverso la Guerra di Libia e le Leggi razziali (c'è un fondo di antisemitismo nel nostro antiarabismo). Che è tanto più straniero ("unheimlich", in tedesco) quanto più ci è familiare ("heimlich"): nelle mia provincia, "marocchino" era l'epiteto offensivo riservato agli immigrati provenienti da Roma in giù. Il "maròc" era olivastro, scansafatiche e infido: quando poi sono arrivati i marocchini veri, si sono trovati sulle spalle uno stereotipo già perfettamente rodato. Al contrario dei pachistani, giunti all'improvviso, inaspettati, senza averci lasciato il tempo di costruire qualche pregiudizio anche su di loro. Ma c'è da scommettere che sapremo recuperare il tempo perduto.

giovedì, luglio 14, 2005

Ratzinger e la paranoia

Ratzinger mette all'indice un po' tutto. La sua cristianita' e' assediata da un esercito di orchi, nani e polifemi dediti ai più turpi e melnetti commerci. Il mondo è insudiciato dalla ricerca scientifica, dall'uso della ragione e dall'abuso del pistolino. Se non fosse diventato cardinale e poi papa, Ratzinger avrebbe fatto una brutta fine, la stessa che fanno di tutti quelli che si sentono accerchiati e minacciati come lui.

Adesso c'è questa della messa all'indice di Harry Potter, da piena paranoia controriformistica. Una roba da caccia alle streghe, che notoriamente non aveva nulla a che fare con la vera identità delle vittime, ma serviva agli apparati per disegnare l'universo psicologico dei soldatini di Cristo. Certo, il passaggio dalle concubine della Bestia al bimbetto con gli occhiali non può che descrivere una caduta verticale e inarrestabile del sacro, una ripetizione in farsa della storia che il papa prefettizio e la sua sbirraglia in pianta organica interpretano benissimo.

Stendhal diceva che quando uno vede tutto giallo non è detto che sia il mondo a soffrire di un disturbo cromatico, ma che potrebbe essere lui, viceversa, ad aver preso l'itterizia. Lo stesso si può dire di un mondo corrotto, sodomita, infanticida e continuamente esposto a "sottili seduzioni dello spirito" come quello che vede il papa. C'è tra l'altro un libro di Elias Canetti che racconta la storia di un gerarca nazista che vede lo stesso mondo di Ratzinger, con gli orchi, gli odori insolenti della vita, la sindrome dell'assedio e gli scarafaggi ovunque. Coincidenze.

E dimenticavo: buona presa della Bastiglia a tutti.

mercoledì, luglio 13, 2005

Teoria della bomba e delle uova

E’ noto come lo zio di Boris Vian si dilettasse di bombe atomiche nella penombra di uno scantinato. Il fatto che la sua bomba esplodesse alla presenza di presidenti e capi di stato mi ha sempre impedito di porre domande sulla sorte dei coinquilini, che lo zio doveva pure avere. Ogni volta che la canzone raggiunge il momento del botto io me la godo, senza farmi sfiorare dal pensiero che una qualche dozzina di cristiani, nel frattempo, è finita nella cronaca degli effetti collaterali.

Anche le note biografiche degli attentatori di Londra, al momento, fanno pensare alla penombra di una cantina qualunque, pronta a esplodere sotto il pavimento di una famiglia come la mia. Sia nel senso figurato dell’autobus a due piani che salta in aria (chi c’era dentro, se non il mio anonimato e quello di mio padre), sia in quello fisico di chi condivideva lo stenditoio con la mamma della bomba terroristica.

Pisanu ha detto che il terrorismo bussa alle nostre porte ed è la prima volta in vita mia che non ho nulla da obiettargli. Non solo bussa alle nostre porte, ma a giudicare dalle indagini di Scottland Yard ci ha già bussato per chiedere un uovo o restituire un pacco di farina. E’ di casa, come lo zio di Vian, che con ogni probabilità nessuno dei coinquilini sospettava di passatempi nucleari. E un bel giorno la bomba scoppia in faccia ai presidenti e ai capi di stato, seminando un numero spaventoso di vittime.

Non ci sono dubbi: lo zio è un gran figlio di puttana. Ma possibile che nessuno gli avesse chiesto cosa ci faceva, oltre a prendersi l’artrite, in una cantina? Possibile che lui fosse finito così in basso, mentre al piano di sopra si parlava, si mangiava, ci si amava, si giocava a carte o si beveva qualcosa come in ogni condominio che si rispetti? E queste cose, nei condomini, succedono ancora?

Gli attentatori di Londra sono miei nemici, se non altro perché prima ancora che io individuassi un nemico in loro, loro lo avevano individuato in me. Mi rendo conto che il nostro non può che essere un rapporto in salita e ho la sensazione che tutta questa inimicizia mi passi accanto dalla mattina alla sera, in stazione, all’ufficio postale, dal fornaio, in bar. Sono nemici alla porta, come recitavano in serie diversi film americani di qualche anno fa.

Nemici che vedo, nemici che non mi possono vedere e che aspettano il momento migliore per dimostrarmelo. Io, quello del piano di sopra, non ho altro modo di rendermi visibile che imprestare loro un uovo o un pacco di farina. C’e’ il caso che continuino a non vedermi, ma a questo punto ci si sarebbero messi di impegno e non sarei più un effetto collaterale.

Vorrebbe dire che ce l’hanno proprio con me, per come sono fatto e per come maneggio le uova, che pur vedendomi morto se la godono, perché continuano a non potermi vedere. Ma ho letto da qualche parte che gli antropologi lo giudicano un godimento impossibile e rimango dell’idea che questa miserabile teoria delle uova sia comunque più verosimile del bombardamento dell’Iraq.

martedì, luglio 12, 2005

La guerra dello Stile di Vita

La flemma con cui i londinesi hanno reagito agli attentati è più facile da ammirare che da imitare. Eppure anche per noi non è più il caso di chiedersi "se" i terroristi attaccheranno, ma "quando" (recentemente i jihadisti ci hanno ricordato che la nostra omeopatica presenza militare in Iraq è diventata, quatta quatta, la terza in dimensioni dopo USA e Regno Unito). E "quando" avverrà, dunque, anche noi vorremmo saper reagire con calma e fermezza, tenendo lontane le videocamere dai crateri del terrore: viceversa, è più probabile che ne approfitteremo per litigare, in chat e in parlamento, sulla definizione di guerra al terrorismo, mentre Studio Aperto zooma sulle pozze di sangue. Spero - come sempre - di sbagliarmi. Magari siamo ancora in tempo per imparare qualcosa dagli inglesi. Ma cosa?

Ognuno ammira nel vicino una sua particolare idea di erba più verde. Io invidio agli anglosassoni, più di ogni cosa, la lingua. La pulizia verbale. L'inglese è un idioma flessibile, ma asciutto. Pochi fronzoli, pane al pane, vino al vino: non è una lingua da isterici. Naturalmente anche in inglese si possono condurre discussioni oziose. È solo più difficile. Il paragone con la nostra lingua, e il modo in cui la usiamo, è impietoso. Per esempio: si discute molto, in questi giorni, se la guerra al terrorismo sia o no un conflitto di civiltà. Sarebbe a dire? Cos'è una civiltà? Una cattiva traduzione dell'inglese civilization, che forse in quel caso andava reso con "cultura". E cioè? Cos'è una cultura? In realtà non è molto chiaro. Senz'altro non è qualcosa che si mangia. Forse che si legge? Sì, nei libri che paradossalmente gli italiani leggono meno volentieri: il Vangelo, la Divina Commedia, i Promessi Sposi... E poi? Possibile che migliaia di terroristi si immolino in nome o in odio a un concetto vago come quello di "cultura"? Possibile che USA, Regno Unito e ben tremila effettivi italiani stiano occupando da anni l'Iraq per un problema di "cultura"? È molto inverosimile. E perché continuiamo a parlarne? Perché la nostra lingua è un po' così: ridondante, naturalmente attratta dai sostantivi astratti e vacui.

Nel frattempo gli inglesi (e gli americani) parlan d'altro. Avete sentito Blair in conferenza stampa, a poche ore dagli scoppi: "the British way of life is not under discussion". Lo stile di vita britannico non è in discussione. Concetto ribadito due giorni più tardi persino dalla regina. Ecco, questo io invidio alla lingua inglese: la franchezza, la facilità con cui va dritta al nocciolo. E il nocciolo non è la "cultura", non è la "civilization", ma una cosa molto più terra-terra: il "way of life". Lo stile di vita. È questo l'obiettivo dei terroristi: è questo il fronte da cui Bush ed Elisabetta II non hanno la minima intenzione di indietreggiare. Non la "cultura", non la "civiltà": più banalmente, si tratta di salvare il tè delle cinque, la pinta delle sei. Il Chelsea e l'Arsenal, il tube e i bus a due piani. L'esistenza tumultuosa e pacifica dei milioni di inquilini del Londonistan. Qualcosa che si mangia, si beve, si respira, si vive, e soprattutto non si discute: primo, perché nessuno ha il diritto di toglierla a un popolo sovrano; secondo, perché non c'è nessun bisogno di "discuterla", letteralmente: tutti gli inglesi sanno bene cos'è. Dio gliel'ha data. E guai a chi gliela tocca.

Lo "stile di vita", in realtà, non è una prerogativa britannica. È un vecchio ritornello, per esempio, dei presidenti americani. George W. Bush in particolare ne ha fatto il suo tormentone. Si può transigere sul riscaldamento globale, sul diritto internazionale: non sul "way of life". Anche al G8 scozzese, cos'è successo? Bush ha ammesso che il mondo si sta scaldando (e questa è già di per sé una notizia, c'è fior di intellettuali e studiosi e romanzieri disposti a spergiurare il contrario). Ciononostante non firmerà il protocollo di Kyoto, per i noti motivi: perché non funziona, dice (e in effetti è difficile che funzioni, finché gli americani non lo firmano...) ma soprattutto perché "lo stile di vita degli americani non è in discussione". E lo stile di vita degli americani consiste in grattacieli e case di legno nei sobborghi, e big mac king-size alle stazioni di servizio di autostrade infinite, da percorrere in SUV, moderne carovane a idrocarburi. Grandi ruote, grandi serbatoi, grandi razioni: gli americani sono fatti così, amano aver molto cibo nel piatto. L'abbondanza è uno stile di vita, e lo stile di vita non è in discussione. Può sembrare un discorso antipatico.

Però è un discorso chiaro, e ha il pregio di mettere in nero su bianco la questione. Qui in Italia amiamo ammorbarla con divagazioni che c'entrano come i cavoli a merenda. Ci siamo messi persino a parlare di religione, come se in giro si fosse all'improvviso diffusa una pia preoccupazione per la salvezza delle nostre anime. Ma basta farsi un giro in riviera una di queste domeniche per accorgersi che così non è: siamo sempre gli stessi allegri buzzurri. Preoccupati, sì. Ma non certo per i nostri peccati, o per gli embrioni destinati al martirio. I crocefissi che pendono un po' da tutti i colli, e dai muri delle scuole statali, non stanno certo a significare che saremmo pronti a morire per testimoniare Gesù Cristo. Ma prova a toglierci il campionato, il gran premio, lo struscio in centro, i maccheroni al sugo, e vedrai, se tutti questi italiani brava gente non iniziano anche loro a ringhiare.

Ecco, forse questo potrebbe essere il primo passo verso l'olimpica serenità britannica: un semplice atto di igiene verbale. Sgomberiamo la scena da pupazzi retorici più dannosi che inutili. Noi non stiamo combattendo per salvare una nostra supposta "cultura". Noi combattiamo per la nostra sicurezza, il nostro diritto a consumare tot petrolio a tot cents il litro, le nostre mensilità, il nostro traballante benessere. Per i piaceri della vita che i terroristi ci invidiano e che hanno intenzione di rovinarci. Ecco perché combattiamo. Ecco perché dobbiamo mantenere la calma, mentre là fuori qualcuno corregge il tiro su di noi.

Certo, a questo punto ci si potrebbe anche chiedere: davvero il nostro "stile di vita" è così fuori discussione? Davvero è qualcosa che vale la pena di difendere? E al di là del terrorismo, non basta già l'inflazione percepita a mettere in discussione questo nostro stile? Non basta la disoccupazione, la recessione economica, l'anticiclone delle Azzorre che fa le bizze? In realtà lo "stile di vita" degli italiani, se c'è, è qualcosa che si rinegozia giorno per giorno, e di solito al ribasso. Ma in fondo non è così anche per i nostri compagni anglosassoni? Forse che naufragare nella propria casa devastata da un ciclone fa parte dello "stile di vita americano"?

È un'obiezione sensata, ma inutile, dal momento che siamo in guerra. I nostri comandanti in capo lo hanno detto ben chiaro: tenere la posizione. E la posizione è il "way of life". Razionalmente, non è difficile rendersi conto che si tratta di una posizione troppo avanzata. Il venti per cento degli umani non può pretendere di godere all'infinito dell'ottanta per cento delle risorse. In un qualche modo, primo o poi il Sud del mondo romperà il meccanismo. Forse il grimaldello sarà il fanatismo islamico, o una tecnocrazia alla cinese, o una catastrofe climatica, o qualche altra nuova minaccia che ora nemmeno immaginiamo. Ma non c'è dubbio che la Guerra per lo Stile di Vita Occidentale, nei tempi lunghi, sia persa. Si tratta solo di perderla lentamente, con classe, offrendo al mondo un'immagine orgogliosa e tranquilla di chi sa perdere un impero senza fiatare. Un'arte che nessuno come gli inglesi, davvero, è in grado di insegnarci.

verso la notte bolscevica

Questo blog segue con molta attenzione la carriera pubblicistica di Pierpaolo Ascari, in teoria.
In pratica, Ascari ci snobba e noi non è mica ci si possa sciroppare l'inserto culturale del Manif tutti i santi giorni, che neanche l'oroscopo di Barbanera.
Al massimo ci si ritrova in un'osteria coi poster di Carducci alle pareti e il quotidiano spaginato sul frigo.
"Mo ve', c'è un pezzo di Ascari".
"Mo dai".

venerdì, luglio 08, 2005

certo, con un po' di senno del poi...

"Marinetti la pianti di credere che il regime voglia lo sterminio degli ebrei. Si tenga i suoi amici, i suoi discepoli ebrei. Nessuno li disturberà mai".

(Benito Mussolini, tra il '38 e il '43, a Yvon de Begnac: Taccuini Mussoliniani, il Mulino, 1990, pag. 358).

giovedì, luglio 07, 2005

GWB's Art of War


"Il nostro obiettivo immediato su fronti come l'Iraq, l'Afganistan, o qualsiasi altro, è catturare o uccidere terroristi. Questo è il nostro obiettivo immediato. Perché abbiamo preso questa decisione, vedete: lotteremo contro questi nemici nei loro Paesi, e in tutto il mondo, e in questo modo non li dovremo affrontare qui, a casa".


George Bush, il 4 luglio, a Charleston (West Virginia)

Pane al pane, vino al vino.

mercoledì, luglio 06, 2005

Non è più ora

Ti confesso che in serate come questa lo trovo abbastanza scontato che qualcuno mi trovi simpatico. E ci mancherebbe, con quello che mi costa. Lascia stare i soldi, parlavo dei costi umani o comunque di qualcosa che non c'entra con i soldi. Costi nel senso di quello che comporta tornare al bancone mentre voialtri maledite l’ultima cosa che avete bevuto, costi nel senso dell’entusiasmo con cui ascolto la prossima canzone, costi nel senso dello sguardo spudorato che ti caccio negli occhi, nel senso dei sorrisi e nel senso delle mie gambe che continuano inspiegabilmente a muoversi. Ci mancherebbe, figurati se la voglio buttare sul piano della resistenza fisica, trent’anni sono passati anche per me, non mi dà più nessuna soddisfazione giocare alla durata. Tra l'altro le belle volte sono le mie, quelle gambe abbandonate sul prato. E’ che certe sere, superata una soglia, dopo vado. Vado nello scroccare un passaggio a casa perché non mi sono preoccupato del ritorno, vado nelle parole che ti rovescio in macchina, mi lascio andare in considerazioni che chiamare filosofiche è offensivo. No, non per la filosofia: per me. E’ come se avvenisse uno sfondamento: non sono io che sfondo la soglia delle bevute, del pudore o del dialogo, è qualcosa che mi sfonda mentre bevo, mi contengo e parlo. Hai capito bene, ci tenevo a comunicarti che non è colpa mia, che ci sono cose che non controlli, che forse incarnano la paura per le cose che finiscono. Ecco, hai presente quando poco fa ti parlavo dei costi? Forse il modo migliore per farti capire cosa intendo è questo: non mi stupisce di risultare simpatico quando pesco la simpatia e la vitalità dal mio terrore per le cose che finiscono. Lo so, la spiegazione è quasi letterale, ma saperlo non mi aiuta ad avere meno paura. L'unica cosa che mi aiuta è questo rito della sopravvivenza a tutti i costi, appunto, questo morso della tarantola che mi mette in stato di agitazione e di profusione permanente. Un esempio? Beh, qualcosa di simile lo si prova nei cortei contro il G8. Oppure fai il caso di passare un week-end sull'appennino reggiano, insieme a una comitiva ben rifornita e collaudata di amici. Beh, quando capita a me, le volte in cui riesco a sfondare la soglia famosa e mi metto una paura fottuta per le cose che finiscono e la trasformo in eccedenza, ecco, in quelle notti lì che poi sono già defluite nell'alba, per mandarmi a letto me lo devono proprio dire, che rompo i coglioni. Allora forse tengo a bada la paura. Mi viene in mente che prima ti stavo dando l'impressione di millantare una qualche capacità di resistenza: mettiamola così, se vuoi è resistenza alla paura, che poi forse anche la resistenza quella storica fu una resistenza alla paura. Esatto, è qui che ti volevo portare: ti chiedo scusa per tutta la simpatia che ti ho ispirato, mi rendo conto che ha qualcosa di sconveniente. Davvero, scusa se ho perso la misura. E grazie per il passaggio.