martedì, aprile 04, 2006

Bile filosofica

Pensavo. Pensavo che siamo il frutto delle nostre azioni. Qualcuno l’ha già pensato prima di me, ma né io né lui abbiamo avuto un’idea particolarmente originale. Diventiamo quello che facciamo, non è vero che esiste una riserva di noi stessi più intima e personale. Eppure capita di agire con l’illusione di preservare dall’azione ciò che siamo realmente. Forse è tutta colpa della Controriforma, sicuramente i gesuiti e Togliatti ci hanno messo del loro. Conosco parecchie persone che vivono così. Pensano che la vita vera, quella che le loro azioni non rappresentano ancora, prima o poi arriverà. Se lo dicono e te lo dicono anche. E intanto vivono e diventano quello che vivono. Alla fine, in rappresentanza di quell’angolino magico e insoddisfatto con il quale si illudevano di potersi identificare, non rimane che la sensazione di aver vissuto una gran vita di merda. Secondo me prima o poi capita, non solo in politica.

3 commenti:

  1. imbarazzantemente serio.
    e se poi perdiamo ascolti con le sue belle riflessioni, agli inserzionisti chi glielo dice eh madame? qui si parla di elezioni e pompini, la vita è altrove.

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  2. «Conosco parecchie persone che vivono così. Pensano che la vita vera, quella che le loro azioni non rappresentano ancora, prima o poi arriverà.»

    Si veda a questo proposito la produzione letteraria e saggistica di Douglas Coupland dal 1991 al 1998, con particolare riferimento a "Life After God" del 1994, vero preannuncio della svolta del "secondo Coupland", che arriverà con "Girlfriend In A Coma".


    (Mi ripeto, lo so, ma anche la vita qui non è che faccia molti passi avanti, cazzo. E la tua frase, è pari pari quella di quel libro.)

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